ITALO BOCCHINO, IL MILITANTE

Quando, nell’ormai lontanissimo 2013, il Movimento 5 Stelle entrò per la prima volta in Parlamento, il partito Futuro e Libertà, fondato da Gianfranco Fini e da uno sparuto gruppo di fedelissimi, fu letteralmente raso al suolo.

Solo tre anni prima, Fini, da presidente della Camera, urlando in faccia a Berlusconi: “che mi fai, mi cacci?”, sancì praticamente la rottura del Pdl e, probabilmente, quello fu l’inizio della sua fine politica.

Credendo, infatti, di avere le stesse cartucce di Re Silvio, nella caccia a chi prendeva più voti e potere, Fini prese solo sberle senza possibilità di rinascita.

Il potere mediatico berlusconiano, gigantesco, pervasivo e opprimente, non ammetteva nessuna forma di eterodossia politica e intellettuale. Liberatosi una volta per tutte degli ex missini, il Cavaliere, al culmine della sua egolatria, pensò che avrebbe potuto fare quello che voleva…

Italo Bocchino, di quel Futuro e Libertà e di quella stagione politica dimenticata e dimenticabile, è stato uno “colonnelli” più in vista, al pari dei vari La Russa, Gasparri, e Storace. Sempre un passo indietro al generale Fini, ma sempre pronto a difendere il capo – dinanzi a taccuini e telecamere – a volte di sciabola, altre di fioretto.

Quando, da destra, gli esponenti di Futuro e Libertà sembravano essere gli unici oppositori del Sire da Arcore, Bocchino era diventato addirittura un punto di riferimento di Repubblica. Non c’era giorno, ricordo, che i notisti politici di Largo Fochetti non lo cercassero per avere qualche battuta critica su Berlu.

Nel 2013, appunto, fu costretto a lasciare gli agi e le comodità della politica, e d’improvviso si spensero anche i riflettori e microfoni: sui giornali di lui si persero le tracce e ogni tanto mi capitava di incontrarlo, solitario, per le vie del centro storico, senza nessun codazzo al seguito…

Il Palazzo, che fagocita tutto e tutti, in maniera quasi istantanea, aveva già nuove facce da consumare.

Poi la rinascita, dopo la vittoria della Meloni del 2022, tivù e giornali di destra e sinistra si sono ricordati di lui, e così la sua presenza, nel piccolo schermo, giorno dopo giorno, è diventata sempre più assidua. Vederlo duellare, quasi sempre in solitaria, mi divertiva tantissimo! E siccome mi ha sempre incuriosito la sua fede inossidabile, cieca direi, nei confronti di questa scombiccherata e mediocre compagine di governo, ho deciso che era ora di stanarlo.

Dopo un inseguimento durato diversi mesi, ci siamo incontrati, in un pomeriggio soleggiato, a casa sua, a pochi passi da Piazza Navona. Trattenerlo sul divano non è stato semplice: aveva un’ora di tempo, solo una, ma sono riuscito a domandare tutto ciò che mi interessava. Un attimo dopo era già pronto a correre in qualche trasmissione per difendere le posizioni della sua amata e sgangherata destra.

                                           * * *

Italo Bocchino, nella Napoli degli anni Settanta, qual è uno dei ricordi che le è rimasto impresso da ragazzino?

Il colera, sicuramente; poi, gli strilloni che, per strada, vendevano i giornali e andare allo stadio la domenica con mio padre a tifare il Napoli, quando, giusto ricordarlo, non vincevamo mai lo scudetto.

Ha nostalgia di quegli anni?

No, per niente. La nostalgia non appartiene alle persone che hanno voglia di vivere. Sono troppo interessato a vivere il presente e pensare al futuro. Perché avere nostalgia del passato?

In un Paese così cattivo e feroce come il nostro, quanto le è pesato avere un cognome così sessuato e imbarazzante?

Guardi, non mi ha pesato molto. A scuola ci si scherzava, ma ci si fa anche l’abitudine. Poi, a pensarci, un po’ l’ho sdoganato, negli anni. Per le mie figlie, infatti, è stato un po’ più semplice perché vedendo il cognome dicevano subito: è la figlia di…

Ne ha sofferto? Bullizzato?

No, per nulla…

Come mai scelse, da ragazzo, di stare nel movimento giovanile del MSI? Era solo un modo per emulare suo padre?

Mio padre era il segretario di sezione del Movimento sociale; quindi, sin da bambino, ho assistito ai comizi, alle riunioni di partito e respirato quel clima… Dai 16 anni in poi mi sono dato alla militanza e, subito dopo, cominciato a fare politica attivamente e seriamente…

Capì subito, visto il clima che si respirava, che stava dalla parte dei perdenti?

Eravamo storicamente dalla parte dei perdenti; chi stava con noi, lo faceva solo per passione. Sapevamo che era impossibile governare l’Italia. Poi, per fortuna, è accaduto anche questo…

Ne ha subite di botte?

No perché a metà degli anni Ottanta non c’erano più scontri e anche perché, per ragioni fisiche, cercavo sempre di star lontano dalle botte…

Chi le stava più sulle palle, Storace o La Russa?

Nessuno dei due: sono fratelli, per me…

Fratelli coltelli?

No, assolutamente. Sono cresciuto con loro, e, quando ero squattrinato, sono stato ospite sia a casa di Francesco che di Ignazio.

Ha dichiarato che Pinuccio Tatarella è stato, per lei, un vero padre. E quello biologico dove lo mettiamo? Che ruolo ha avuto?

Mio padre, oltre ad aver avuto un ruolo biologico, è quello che mi ha educato. Mi ha dato educazione ma, soprattutto, principi. Se Tatarella mi ha insegnato la duttilità da usare nella politica e nel giornalismo, mio padre, invece, che era un conservatore molto rigido, e a tratti reazionario, mi ha dato il rigore con cui faccio ogni cosa.

È diventato il prezzemolino di Lilli Gruber, ma non di rado la si vede nella trasmissione di Travaglio. In entrambi i casi, prende randellate. Il suo è masochismo o furbizia?

Né l’uno né l’altro. Ci sono delle trasmissioni ossessivamente e violentemente contro la Meloni, la destra, e il governo; in quelle trasmissioni la destra italiana ha deciso nei fatti di non mandare i propri esponenti, ritenendo inutile ogni confronto. Dato che sono libero dalla politica attiva, ormai dal 2013, mi concedo il lusso, e la libertà, di andarci. È necessità di garantire la mia opinione laddove si fanno più processi che opinioni…

Tra i suoi interlocutori, chi trova più insopportabile: Massimo Giannini, o Andrea Scanzi? Perché?

Scanzi tutta la vita! Giannini è una persona ragionevole, un talento che “sbaglia”, ma comunque un talento, oltreché un grande conoscitore della politica; Scanzi è un uomo di spettacolo, e, in quanto tale, funziona bene in televisione…

Nei suoi continui scazzi in tivù, chi è più fazioso: Lilli Gruber o Formigli?

È una bella lotta: entrambi hanno una visione rigida, che li porta a diffidare fortemente di quello che la destra può dare politicamente e culturalmente a questo Paese. Formigli è un centravanti di sfondamento, quindi molto più aggressivo. Lilli Gruber è troppo faziosa sulla Meloni persona, però siamo dinanzi ad un monumento del giornalismo.

Quanto guadagna da queste apparizioni?

Non lo posso dire per riservatezza, sicuramente molto meno della metà di Travaglio.

Che talento ruberebbe a Travaglio?

La cattiveria, ma non ci riuscirei…

E dopo quasi vent’anni di Parlamento, che vitalizio porta a casa?

Il vitalizio è pubblico, vattelo a guardare, ed è stato tagliato restituendo col sistema contributivo soltanto quel che ognuno di noi ha versato. Avendo versato contributi per 21 anni, ogni mese porto a casa circa quel che mi spetta.

Cosa si prova ad essere direttore editoriale di un quotidiano, come Il Secolo d’Italia, che, nel dibattito politico-culturale, conta poco?

Dove siete lacunosi: nel prestigio, nell’affidabilità, nella qualità delle firme? Non siete neanche cartacei…

Abbiamo smesso di uscire in edicola nel 2012 perché, prima di altri, abbiamo capito che la carta non era il futuro. Abbiamo una grande massa di lettori, il Secolo d’Italia registra circa 140 milioni di articoli letti all’anno. Noi non vogliamo contare, ma informare correttamente perché non facciamo inchieste contro qualcuno, non facciamo gossip o titoli con fake news. È l’unico ex giornale di partito ad essere sopravvissuto. Siamo vivi dal 1952: il problema è che lei non lo legge…

Cosa manca per diventare centrale nel dibattito?

Lo spazio del Secolo d’Italia è quello d’informare correttamente i lettori e dire la verità della destra…

Non è un adone né affascinante, eppure, stando a quanto lei racconta in giro, ha sempre avuto successo con le donne. Come se lo spiega?

Intanto non lo racconto io…

Si sbaglia. Lo ha detto al Corriere della Sera, dicendo che ha rimorchiato un sacco di donne anche su Facebook…

I pettegolezzi mi hanno beccato in giro più volte, e, quindi, si ragionava su questo. Dovrebbe chiederlo alle donne. So perfettamente di non essere un adone, sull’affascinante le mie vecchie frequentazioni femminili la pensavano diversamente…

Di quale relazione si pente di più, quella con la Carfagna o con Sabine Began? Entrambe le hanno nociuto, o no? …

Io non parlo delle mie relazioni…

Sono state di pubblico dominio…

Con la Carfagna siamo stati solo amici e anche alleati politici, con la Began abbiamo trascorso piacevoli serate o giornate assieme. Di ogni donna con cui ho avuto delle relazioni di amicizia o di sentimento conservo un bel ricordo. E da ognuna mi sono portato a casa qualche insegnamento…

Ce ne dica uno…

Beh, una donna molto, molto cattolica, una volta mi disse: ricordati che la verità rende liberi! Aveva ragione: dire la verità rende tutto più comodo, più semplice… Mi aprì un mondo…

Era un bugiardo cronico?

Quanto lei, almeno.

C’era, secondo lei, la “mignottocrazia” in Parlamento, come la definì, in un libro, Paolo Guzzanti?

No, è un’esagerazione… In tutte le epoche si accusa il potere di aver favorito delle donne per ragioni sessuali e sentimentali. Sono cose che si leggono nei romanzi francesi dell’Ottocento. Io penso che non sia importante come arrivi ad un determinato ruolo, ma come lo eserciti quel ruolo. Se una donna esercita quel ruolo in maniera egregia, chi sono io per giudicare?

Anche se si è venduta?

A me non piace che la politica venga inquinata da cose che non riguardano la politica. Per fortuna siamo in una fase in cui la selezione è solo meritocratica, soprattutto per le donne…

Ha parlato di una sua dipendenza dall’alcol? Che cos’era successo nella sua vita?

Non sono mai stato dipendente dall’alcol. Ho raccontato che quando ho avuto un periodo difficile, coinciso con una separazione molto complessa dalla mia ex moglie, e la mancata rielezione in Parlamento, la sera, tornando a casa, due, tre bicchieri di vino, erano la mia compagnia… Mi aiutavano a placare i fantasmi…

Ha mai fatto uso di cocaina?

Io sono contro ogni droga, in maniera strutturale, violenta. E, per giunta, non voglio avere rapporti con persone che usano le droghe.

Chi ha distrutto Alleanza Nazionale: Gianfranco Fini o il potere mastodontico di Silvio Berlusconi?

Né l’uno né l’altro. Entrambi, ricordo, a distanza di poche ore, avevano perso le rispettive mamme. In una chiacchierata notturna, dopo essersi fatti le condoglianze reciproche, progettarono appunto la nascita del nuovo partito, ma nessuno dei due era lucidissimo… Quando Veltroni, a Napoli, disse: noi siamo la vocazione maggioritaria, andremo da soli…  Fini e Berlusconi si fecero prendere dalla fretta. Da parte di Fini ci fu un errore di valutazione perché non si accorse che a destra l’identità è ritenuta un elemento portante e poi perché, facendo un partito unico con Berlusconi, finivano le logiche partitiche. Berlusconi, da par suo, non si rese conto che, inglobando An, assorbiva una struttura organizzata, piramidale, meritocratica, e che, dentro un partito guidato da Berlusconi, aveva difficoltà di dialogo. Dopodiché, Fini pensava di essere l’azionista al trenta per cento come si era definito tra i patti di questo grande partito. Berlusconi, invece, pensava di possedere il settanta per cento… Questo fece saltare tutto…

Come automi ripetevate, a reti unificate, che lo strapotere mediatico del Cavaliere non esisteva e, invece, poi, dopo la rottura, ve lo siete trovato tutto sulle spalle… O no?

Berlusconi, certo, aveva il sistema mediatico. Quello che dicevamo alla sinistra era che non vinceva per il sistema mediatico, anche perché in Rai tanti gli remavano contro. Sicuramente bisogna riconoscere che quando il Cavaliere usava il suo potere televisivo, si entrava in conflitto. Ed è stato uno dei maggiori problemi che abbiamo avuto con lui…

Quando vi scannaste con il Berlusca, lei diventò addirittura un’icona di Repubblica

Beh, sì, perché la sinistra è sempre alla ricerca di icone. La storia ci dice che la sinistra vince quando un pezzo della destra si stacca: basti pensare agli ultimi trent’anni di vita politica italiana…

Quando scoppia lo scandalo della casa di Montecarlo, gridaste a destra, ma anche a sinistra, alla macchina del fango, architettata da Vittorio Feltri. “Fu vero scoop – mi ha detto Veneziani – . Fu una ferita per i militanti che, per la destra e per il Msi avevano dato l’anima, il loro tempo, le loro risorse. Fu imperdonabile”. I fatti vi hanno sbugiardato…

La vicenda è molto più complessa di come l’hanno raccontata… Fini è rimasto vittima di questa vicenda… La contessa Colleoni era una signora molto benestante, ma sola, e seguiva Fini in ogni suo comizio a Roma. Era una sua fan sfegatata. Quando muore, lascia un patrimonio consistente, stimato in svariati milioni di euro tra soldi e immobili e terreni, a Fini, per la buona battaglia politica… Gianfranco, dinanzi al notaio, poteva prendere tutto per sé o interpretare la donazione a favore del partito. Alla fine, a differenza di Bossi che, in una stessa situazione al Nord, decise, invece, di accettare per sé un appartamento che gli era stato donato, Fini  scelse di lasciare tutto al partito. Quando il cognato gli disse che c’era una persona interessata all’acquisto della casa di Montecarlo, Fini chiese all’amministratore del partito di ascoltare gli eventuali acquirenti. Quella casa l’avevano vista due persone, tra cui un nostro senatore, ma erano scappati, tanto era brutta. Questa è la verità storica, poi Fini sicuramente avrà ragione anche da un punto di vista giudiziario… Lei parla di scoop? Quelli sono sempre belli per un giornalista, però quando arrivano ad orologeria, un po’ inquietano…

Quando, per la prima volta, entrò alla Camera dei deputati, si è sentito un miracolato? Cazzo, ce l’ho fatta, si sarà chiesto…!?

No, miracolato per niente! Avevo zappato nella vigna della destra per sedici anni, ed ero da sette anni il portavoce di quel grande genio della politica che è stato Tatarella. Meritavo ampiamente i frutti che ho avuto.

Cos’ha provato quando gli agi e il denaro che il Parlamento le aveva elargito lungamente, e forse anche in maniera immeritata, all’improvviso sono finiti?

Di immeritato non c’è nulla, perché se avessi fatto lo stesso sforzo nel privato avrei sicuramente guadagnato molto di più… Ora, ad esempio, al Secolo d’Italia guadagno poco rispetto agli stipendi dei direttori, veramente poco… Per fortuna faccio anche altro tra libri, tv e attività professionale.

Beh, fa una vita all’insegna del lusso, vive in una bella casa, si veste bene…

Scusi, mi dovrei vestire male?

Ma no, però ha un bello stipendio…

Porto a casa quello che merito… E, poi, da ex parlamentare dico che è una favola che il parlamentare guadagni tanto… Togliendo tutte le spese che deve sostenere per affitto, viaggi, e collaboratori, porta a casa quattro mila euro al mese… Basta puntare l’indice sui privilegi dei parlamentari! Si informi sui privilegi che hanno i giornalisti e poi ne parliamo… Perché dobbiamo affamare i parlamentari?!

Come mai, in questo Paese, a parte qualche rara eccezione, di intellettuali di destra si fa davvero fatica a trovarne? Forse più che puntare l’indice, sarebbe ora che vi metteste a studiare e leggere, anziché pensare alle poltrone…!

Chi lavora con l’intelletto, a sinistra fa parte di un sistema, e, quindi, va avanti con il pensiero unico. A destra, invece, vige l’individualismo tipico del mondo conservatore, ed è la vera forza della destra. I miei saggi, che vendono circa diecimila copie, hanno più pubblico di alcuni autori di sinistra osannati dal circuito, ma di certo non finiscono nei premi letterari o ai grandi eventi estivi. Trovi solo quelli che sostengono la sinistra. Perché…?

C’è qualche intellettuale di sinistra, anche del passato, che ha segnato un po’ la sua vita?

Una persona che stimo moltissimo è Luciano Violante, e lo trovo eccezionale. Il mio scrittore italiano preferito è Emanuele Trevi, con cui ho un buon rapporto, anche se non siamo mai d’accordo.

Sempre Veneziani, parlando di questa pseudo destra al governo, ritiene che la classe dirigente che appoggia la Meloni sia modesta, mediocre, fatta perlopiù di fedelissimi… È d’accordo?

Veneziani è uno dei migliori intellettuali, se non il migliore, della destra. C’è, però, una cosa di cui lui sente sempre il bisogno: che è quella di rompere con il suo mondo che sta facendo qualcosa, anche quando il suo, di mondo, ha vinto. Mi piacerebbe fosse più attento all’apprezzamento che il nostro mondo ha per lui… A destra è stato tanto valorizzato, come giornalista al Secolo d’Italia o come consigliere in Rai… Io penso, invece, che bisogna sempre difendere la destra e, poi se qualcosa non ti piace, parlarne privatamente.

Anche lei, in realtà, pur stando fuori dal partito, sembra un fedele delle sorelle Meloni: mai una critica, mai uno schiaffo… Che giornalista è, se non fomenta, provoca, dubita?

Alcuni grandi giornalisti che ho conosciuto sono stati giornalisti militanti, penso a Montanelli, Feltri… Esiste un giornalismo che non è fatto di critica, ma di proiezioni. Io mi definisco giornalista militante per questo, perché non mi interessa sapere chi ha ragione e chi torto… Quando vado in tivù, quello che cerco di fare è far emergere la verità con i dati…

Fa bene criticare, suvvia!

Certo, se lei vedesse i messaggi che scrivo ad alcuni amici con ruoli importanti mi darebbe ragione… Ma, come le dicevo poc’anzi, preferisco discuterne in privato.

Osservando Giorgia Meloni in questi quattro anni di governo, più che di destra, mi sembra una volpe democristiana, in grado di dire e fare tutto il contrario di tutto. Dov’è la destra, nella Meloni? Nella propaganda, forse…

Il governo Meloni è il più identitario della storia repubblicana, è già questa è un’operazione di destra. Poi si è buttata sul sociale, cercando di aiutare il ceto medio-basso. Il solo fatto di aver abolito il reddito di cittadinanza e tolto dal divano tante persone, è già di per sé un grande risultato. Meglio un reddito di inclusione per i veri bisognosi e incentivare le persone con il lavoro. I dati ci dicono che durante il governo Meloni sono stati creati un milione di posti di lavoro…

Più che Fratelli, sembrano diventati Coltelli d’Italia: quando, secondo lei, le sorelle Meloni trasformeranno il partito da familiare a vera struttura partitica?

Non è affatto vero quello che dice lei. Fratelli d’Italia è una struttura partitica molto complessa. L’accusa di essere un partito familiare è vergognosa…  Per restare in Italia, le dico che Pittella della Sinistra Europea a Strasburgo aveva diritto a mettere il fratello a capo della regione Basilicata, Fratoianni ha avuto diritto a mettere la moglie deputata, Franceschini ha avuto diritto a mettere la moglie a deputato, e nessuno ha parlato di familismo, perché era tutta gente che faceva politica. Poi, quando si parla di Fratelli d’Italia, esce fuori il familismo… È una bestialità!

Dove hanno fallito le Meloni?

Parlare di fallimento nei confronti di una donna che prende il partito al 4% e lo porta al 28%, o dire, come hanno fatto in tanti, che nessuno l’avrebbe ricevuta nel consesso internazionale, quando invece è ben accolta e ascoltata, o aver dato vita al governo più longevo della storia repubblicana, beh, me lo lasci dire, lo trovo assurdo…

Chi l’ha fatta più grossa, alla Biennale: Giuli o Buttafuoco?

Per me Buttafuoco ha sempre ragione anche quando sbaglia. A lui mi legano ricordi indelebili. Quando entrambi eravamo squattrinati abbiamo vissuto insieme per tre anni, in un seminterrato… Detto questo, Pietrangelo, alla Biennale, ha fatto la parte dell’intellettuale e difende l’arte. Al contempo, capisco le ragioni di opportunità politica di Palazzo Chigi.

Quale ministro l’ha delusa di più: Giuli, Piantedosi, Lollobrigida o Urso?

E glielo dico a lei?!

Roberto D’Agostino, parlando di lei, ha scritto: “… Ecco perché le Meloni Sisters… non gli fanno mettere nemmeno il nasino a Palazzo Chigi; e quando appare smaltato come una vasca da bagno sugli schermi de La7 l’orticaria non viene solo a loro ma anche a me, che ho creduto in lui…” Cosa è successo con Dago?

Si tratta di notizie false. Io e Roberto siamo stati molto amici per venti anni, poi per ragioni personali l’amicizia si è rotta e lui ha reagito attaccandomi violentemente e reiteratamente con notizie false, provocandomi tanto dolore, tanta ansia e tanti danni professionali. Questa situazione di grande disagio mi costringerà a chiedere a un giudice di dire se le sue notizie su di me sono vere o false e, nel secondo caso, quanto sono diffamatorie.

Ad un “Giorno da Pecora”, lei ha affermato che, con Dago, tanti articoli li avete scritti insieme. Cosa voleva dire? Era la sua fonte?

Essendo stati molto amici, sei fonte per natura… Quando ci ritrovavamo al mare, mettevamo su carta le notizie che avevamo e scrivevamo a quattro mani…

Da giornalista qual è, non pensa sia vergognoso querelare chi fa informazione?

È vergognoso querelare chi fa corretta informazione; è vergognoso non querelare chi fa cattiva informazione…

Non è stata una stronzata da parte di Piantedosi querelare Dagospia solo perché ha dato notizie e fatto approfondimenti?

La domanda che mi pongo è: quanto ha sofferto Piantedosi? Quale danno gli è stato fatto? Che reato ha commesso il ministro?

Il danno non lo ha fatto Dagospia…

Attenzione: se tu racconti il fatto è cronaca…Se tu alludi che uno ha dato un beneficio pubblico ad una persona, poi bisogna dimostrarlo…

Il gossip, quando si fa politica, diventa notizia, o no?

Assolutamente sì! Negli anni in cui sono stato deputato, il gossip politico era pervasivo…

Le faceva paura?

No, ma l’ho sofferto!

Come giudica la fine indecorosa di Fini?

Indecorosa no, ha avuto un che di tragico, causato da un attacco e lite interni… Secondo me, chi ci ha rimesso di più è stato, però, Berlusconi, perché da allora non è stato più presidente del Consiglio e non è stato più in condizione di governare il Paese… Mi azzardo a dire che, con il sostegno di Fini, forse sarebbe diventato anche presidente della Repubblica.

Quanta medicina estetica c’è nel suo viso? Vuole apparire un eterno giovane…?

Non c’è niente, mi creda. Sfido chiunque a dimostrare il contrario. Faccio, grazie a mia moglie, delle iniezioni sul cuoio capelluto solo per non perdere i capelli, perché non voglio diventare calvo…

È più vanesio o egoista?

Nessuno dei due…

Ci tiene ad apparire curato…

Sono un epicureo napoletano.

Non si è mai pentito di aver frequentato piduisti, lobbisti e affaristi di ogni risma?

Chi sono?

Beh, Bisignani è il primo che mi viene in mente?

Bisignani è la persona che ha avuto più frequentazioni in Italia… Lo hanno frequentato soprattutto coloro che lo attaccano. Luigi è una persona a cui voglio bene, intelligentissima…

A che scopo lo frequentava?

Non abbiamo mai fatto cose assieme nella vita! L’ho frequentato perché lo frequentava Tatarella e poi siamo rimasti amici.

Servono i piduisti in Italia per fare carriera?

Assolutamente no!


Più volte inquisito, più volte indagato, più volte prosciolto… C’è stata una volta in cui ha temuto di finire in galera…?

Non è così, per niente. In galera devono aver paura di andarci i colpevoli, non gli innocenti! Sono stato indagato due volte: una volta nel 2008. La Corte costituzionale dichiarò illegittime le attività investigativa nei miei confronti, e il procedimento è finito con un’archiviazione. Nel 2017 sono stato indagato e poi assolto con formula piena. Penso di essere stato l’unico, in Italia, ad essere stato assolto e, nello stesso procedimento, è condannato l’ufficiale dei carabinieri che aveva fatto le indagini per due atti illeciti a mio danno… sono stato vittima di un caso di malagiustizia.

Quanto le sono costati questi processi?

Sono stato fortunato, perché i due avvocati che mi hanno seguito erano due amici fraterni…

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