PIERLUIGI PARDO, IL TALENTO E L’ARTE DEL CAZZEGGIO…

Ho inseguito Pierluigi Pardo per più di un anno. Ogniqualvolta che sembrava afferrabile, pronto a sedersi dinanzi ai miei occhi, ecco, ci siamo, è fatta, meno male!, era ora, mi dicevo, niente, lui sfuggiva. Un viaggio, una telecronaca, una conferenza, un impiccio, una pigrizia travolgente, lo tenevano lontano dal sottoscritto.

Nel suo girovagare per l’Italia, soprattutto quando il nostro modesto e provinciale campionato di calcio non dà tregua, stanarlo e tenerlo fermo su una poltrona è praticamente impossibile.

Siccome mi incuriosiva molto, ho aspettato, saputo pazientare, speranzoso che, prima o poi, cedesse alla mia tenacia, e riuscisse a infilare un’ora buona di chiacchierata nella sua fittissima agenda elettronica.

In un pomeriggio romano tiepido, quasi primaverile, lo raggiungiamo in Prati, a poche centinaia di metri dal Cupolone. Sapendolo sempre con la testa altrove, lo tengo inchiodato sul divano e, provando a incalzarlo, mi faccio raccontare la sua vita, bulimica e perennemente alla ricerca di cose da fare, partite da raccontare e ristoranti da conoscere.

In effetti, come Giuan Brera e Gianni Mura, anche Pardo, nel suo tour domenicale, non appena l’arbitro decreta la fine di una partita e i talk calcistici danno il via e vita ad un chiacchiericcio maledettamente noioso e fazioso fino alla stupidità, non perde occasione di fiondarsi in trattorie, spesso spartane e popolari, e delibare il meglio (si spera) culinario dello Stivale. O, soprattutto, come ci racconta lui, il Dio carboidrato…

Finita la composta e placida era dei vari Pizzul, Ciotti, dioscuri di un calcio ancora analogico, o quella rivoluzionaria, soprattutto linguistica, di Sandro Piccinini, Pardo, nonostante le centinaia di cronache già raccontate, fa parte di quella schiera di telecronisti che la partita non ama solo raccontarla, ma, soprattutto, viverla con pathos, quasi a voler entrare in campo e partecipare alla tenzone.

Per fortuna, però, a differenza di tanti altri, egoici e magari bramosi fino al parossismo di essere i veri attori della partita, Pardo, con leggerezza e un pizzico di disincanto, non si prende troppo sul serio, anzi. Alla fine – ci diciamo – è solo calcio; alla fine, è solo un pallone che rotola su un terreno verde; alla fine è solo divertimento…

°  °  °

Pierluigi Pardo, qual è il ricordo più brutto che porta con sé?

La morte di mia madre.

Perché?

Perché non c’è niente di più brutto e definitivo della morte.

Più madre che tuo padre, quindi…

Questa classifica mi mette un po’ a disagio. Non c’è una zona Champions dei dolori. Il punto è che mio padre era anziano e si era proprio stancato di vivere; la morte di mia madre è stata molto più lenta, con alti e bassi, giorni in cui stava meglio e altri molto peggio. E poi mia mamma era una vera entusiasta della vita. Devo confessarle che ho avuto, soprattutto nel suo ultimo periodo di vita, un rapporto più profondo, intimo, ci siamo raccontati un sacco di cose. Detto questo rosico tanto, perché vorrei averla ancora con me.

Le chiedo: possibile che si debba arrivare quasi in punto di morte, per arrivare ad un rapporto vero e proprio profondo con i genitori? Lei è, comunque, in ottima compagnia…

In realtà con mia mamma il rapporto è stato speciale, totalizzante. Ha presente il complesso di Edipo? Ecco il mio è sempre stato debordante.

Com’era da bambino? Già bulimico di cose da fare?

Perché, sono bulimico, secondo lei?

Beh, sì, palesemente…

Non direi proprio. Ma su questo ci torniamo. Ho ricordi vaghi di quel periodo. Mi ricordo che ero un tipo buffo e abbastanza precoce. A quattro anni ricordo di aver visto i Mondiali d’Argentina. Qualche tempo dopo mi ricordo che leggevo il Guerin Sportivo e seguivo le elezioni politiche, ovviamente senza capirci niente, ma mi piacevano tutti qui grafici a torta pieni di colori. Ero timido: quando c’era gente che non conoscevo mi nascondevo dietro le gambe di papà. Ma torniamo a noi, bulimico de che?

La seguo da diversi anni; lei è un po’ ovunque: una sorta di prezzemolo. Come mai?

Sicuramente sono un entusiasta, mi piace sperimentare, la mia prima reazione quando mi propongono qualcosa di nuovo è “perchè no?”, ma in realtà sono anche cintura nera di lavori rifiutati. Forse il fatto che non sia proprio snello, questa fisicità esuberante in tv mi porta a riempire gli spazi e essere notato, e la cosa finisce per ingannare sulla mia presunta ubiquità.

Una volta, Ivan Zazzaroni, mi ha detto: “Più marchettaro di me, solo Pardo! Più che un fatto, un fatturato!”

Sul fatturato si può sempre migliorare. E comunque sì, su questo Ivan potrebbe essere un discepolo.

Anche se non non è bello e affascinante, dicono che sia stato un tombeur de femme… Come conquista le donne, con la simpatia o con la visibilità televisiva che tanto fa, inutile nasconderlo?

La visibilità? Ma figurati, non ho mai avuto relazioni collegate al mio mondo di lavoro. Le tre donne importanti che ho avuto nella mia vita si occupano rispettivamente di marketing, cake design e direzioni artistiche e architettura. Sul resto posso dirti che fin da quando ero pischello, vista la mancanza degli addominali, ho dovuto puntare sulla conversazione, con risultati comunque dignitosi. E tra l’altro con qualche chilo in meno non sono mica da buttare, su…

Stento a crederle, anche perché non abbiamo avuto la fortuna di vederla magro…

Lei deve stare calmo. Fino ai quaranta ero robusto ma tonico. Poi mi sono un po’ lasciato andare. Adesso ho perso una decina di chili e sto meglio. Sa, le transaminasi vanno affrontate…

Si è mai sentito fatuo?

Sempre. Ci affanniamo a fare mille cose ma siamo tutti fatui. Si vive per l’istante, per la risata a cena, per un momento di ebbrezza. Ecco, dopo una serata mondana, l’istante in cui infilo la chiave nella toppa della porta di casa. Quel momento mi piace.

A che età ha avuto la sua prima avventura sessuale? E con chi?

Vuole sapere anche i dettagli? Il codice fiscale della sventurata?

Questo no, la prego… Mi dica, piuttosto, l’età.

Sedici anni e mezzo.

Le piacque?

Il giusto.

Più infedele o goloso?

Più goloso, sicuramente! Quando sto bene sono sicuramente fedele…

Con la precedente donna, la sua ex moglie, è stato sicuramente infedele…

Ma che dice? Chi è, Tom Ponzi? Mi ha pedinato?

Non ci credo!

Sono stato molto bene. Questo conta. E comunque fedele, ribadisco.

In ogni occasione, o quasi, le parla sempre di cibo: si è mai chiesto da dove nasca questa sua ossessione?

Non lo so, forse dovrei parlarne con uno psicologo. Ad esempio: le telecronache hanno un senso anche perché dopo la partita c’è una cena. E comunque per me non è una boutade, è proprio così. Una vita senza carboidrato avrebbe veramente poco senso, se ne andrebbe via una bella fetta di piacere.

Preferisce una notte di sesso o un bel piatto di carbonara?

Credo sia il caso di abbinare le due cose. Però gricia, possibilmente…

Pierluigi Pardo, in un’intervista tutta fru-fru e piena di smancerie, rilasciata al Corriere della Sera, si è definito un “bifolco”. Le chiedo: in cosa? Nel portamento, nel modo di vestire, nelle relazioni con le donne?

A quale si riferisce?

A quella fatta con la Morvillo… Imbarazzante, dai…

La colpa è di Cazzullo! E comunque quell’intervista era bellissima.

Che c’entra Aldo?

Perché ha voluto farla lui e lo ringrazio. E, comunque, bifolco era per dire. Per ribadire che non ero l’intellettuale della coppia.

C’era bisogno di dirlo? E comunque osservandola, anche da come si veste e nel portamento, un po’ bifolco lo è…

Dice? Sono un po’ casual, lo so. Anzi, ho grande invidia per quelli che si vestono bene, io ho sempre qualcosa che si spiegazza, metto le cose stirate e dopo dieci minuti è tuttta una piega. L’altro giorno ero con Billy Costacurta: era vestito benissimo, con la camicia dentro i pantaloni, tutto perfetto dopo ore di viaggio. Invidia totale.

Ha cinquant’anni: facendo un primo bilancio della sua carriera, si sente un po’ un miracolato?

Miracolato? Direi proprio di no. Ho avuto un paio di passaggi fortunati a inizio carriera, stavo facendo l’Erasmus a Londra, mandai un VHS con una mia telecronaca a Telepiù e miracolosamente qualcuno lo sentì invece di cestinarlo. Per il resto non credo mi sia stato regalato nulla. Ho fatto la mia gavetta. A Mediaset quando mi proposero il programma del lunedì quel format di calcio contaminato sembrava impossibile e invece siamo andati benissimo. Anzi è tutta la vita che persone che lavorano in tv mi dicono che dovrei fare programmi di intrattenimento, non solo calcio. Ma in realtà sto molto bene nella mia confort zone.

Quanto guadagna?

Il giusto. Sto bene, non mi manca nulla. E l’unica risorsa che purtroppo non si può comprare come ben sa è il tempo.

Cosa se ne fa dei soldi?

Ecco, vede. Come quella canzone di De Andrè al mercante di liquori. “Tu che lo vendi, cosa ti compri di migliore?”

Ha mai scommesso soldi sul calcio?

Detesto le scommesse. Non ho il tarlo del gioco d’azzardo.

Quasi due anni fa è diventato padre: come mai una scelta così folle, vista la sua età?

Ho avuto una grande spinta dalla mia attuale compagna; all’inizio ero molto dubbioso, poi, con una buona dose di casualità, eccomi papà. Oggi, ne farei anche un altro. E’ stato come rinascere. Arriva un momento in cui ti rendi conto che dopo mille telecronache, cento trasmissioni, cinquecento viaggi hai bisogno di altro, di una dimensione diversa. Di una vera, meravigliosa schiavitù. Della felicità ansiosa che solo un figlio sa darti. Lei ne ha? Ci pensi.

Ha detto che le piacerebbe fare un altro figlio: è chi lo cresce, la babysitter, la sua compagna. Lei è una trottola, non sta mai fermo, sempre a fare danni in giro per l’Italia. Troppo facile essere padre così, non trova?

Lorenza ha un lavoro altrettanto impegnativo, ma non lascia Diego solo mai. Io faccio il massimo e poi tra i miei progetti c’è quello di frenare.

Osservandola, sembra sempre molto amico e piacione, soprattutto con i calciatori e i potenti del calcio. Non pensa sia assolutamente deleterio, invece, per la sua professione, questa eccessiva vicinanza?

Non penso di essere “vicino”, io non sono un salottiero, non passo le mie settimane a cena con giocatori o presidenti. Non sono coinvolto, non me ne frega niente di chi vince o chi perde e guardo il calcio con leggerezza, cercando di non prenderlo e non prendermi sul serio.

Negli anni, ho apprezzato tante persone speciali, di talento. Le faccio i primi nomi che mi vengono in mente: Fabio Capello, persona brillante e di grande cultura; Antonio Cassano, un pazzo scatenato e di una sincerità assoluta e fanciullesca; Ciro Ferrara, compagno di avventure e campione di autoironia.

Come mai il giornalismo italiano, e quello sportivo in modo particolare, è sceso così in basso? Lei quali responsabilità si prende?

Non so se sia sceso in basso. Certamente i social alimentano ego e desiderio di essere sempre in hype. E a volte certi opinionisti perdono la misura. Si può, anzi si devono criticare allenatori o giocatori ma con rispetto. Si ricorda il mondo di qualche anno fa? Si immagina Tosatti o Bruno Pizzul insultare o trattare da sfigati Liedholm o Trapattoni per una stagione o una partita sbagliata?

Suvvia, anche a lei piacerà essere in tendenza…

L’esatto contrario. Twitter non lo guardo praticamente più. E’ purtroppo il regno dei polemici di professione. Do un’occhiata un paio di volte al giorno per controllare di non essere in tendenza. Vuol dire che non sono morto e non ci sono rotture di palle…

Come ha vissuto il caso Totti-Blasi; a Roma, tutti sapevate, ma nessuno parlava. Solo Roberto D’Agostino ha avuto il coraggio di raccontarlo liberamente, senza paura. Come mai?

Vabbè, Dago è un fuoriclasse, una delle persone più geniali che io abbia conosciuto e un grande cacciatore di scoop. Quanto al caso non solo non ne sapevo nulla ma con tutto il rispetto non me ne può fregà veramente di meno. Come di quello che accade tra Ferragni e Fedez. Sono cose loro, no?

Quando scoppia la lite tra Spalletti e il Pupone, tutti, o quasi, scelsero di parteggiare per il capitano giallorosso; chi aveva ragione, secondo lei?

Tutt’e due. E il fatto che abbiano fatto pace ne è la riprova. La gestione del fine carriera di un fuoriclasse è un tema delicatissimo. L’allenatore deve gestirlo con sensibilità, senza perdere di vista l’interesse della squadra. Lo scontro è stato duro perchè sono due tipi tosti.

Le è mai capitato, rivedendosi in tivù, di dire: dio quanto sono stato morbido in quella particolare situazione?

Molte volte. Ma devo anche dirti che quella è la mia cifra. Molto spesso mi sono trovato ad ottenere notizie proprio grazie a un approccio morbido e informale. E’ una strada. La mia. Vado in protezione dei miei ospiti. Soprattutto detesto quando una mezza frase viene ingigantita o peggio travisata. Se qualcuno che intervisto vuole dire qualcosa di forte ovviamente sono felice ma se una gaffe o una frase uscita male deve diventare il pretesto per inutili polemiche da social non ci sto.

Non mi sembra, però, il re dello scoop, me lo lasci dire…

Non è il mio sport principale, quello. Sono principalmente un telecronista e un conduttore, non uno che ogni giorno cerca notizie. E di scoop veri ce ne saranno tre all’anno. Quello di Terruzzi su Hamilton alla Ferrari ad esempio.

Negli anni di Mediaset, quando ha condotto, tra gli altri, Pressing e Tiki Taka, chi erano i dirigenti o presidenti delle società di calcio permalosi e insofferenti alle critiche? Faccia qualche nome…

Io non ho mai avuto problemi o pressioni. Nè a Mediaset, nè a Sky. E questo vale anche per i miei colleghi. Questa cosa di applicare stereotipi della politica, lobby e altro al calcio mi sembra sempre un po’ ridicola. Anche perchè a differenza delle elezioni dove i programmi tv possono realmente determinare gli esiti alle urne, il risultato di una partita o di una stagione non lo decidono o cambiano i programmi tv. E sminuire una squadra fortissima ti fa fare solo la figura del pirla. Nessuno, nè io, nè i miei colleghi ha il potere di ribaltare il risultato. Non siamo mica Alessandro Borghese.

Quali sono stati i calciatori che l’hanno delusa di più?

Deluso per cosa? I miei miti sono Bruce Springsteen, Francesco Guccini, Milos Teodosic, Marco Pannella, Francesco De Gregori. Nessun calciatore ha questo potere di deludermi. Ho un buon rapporto con tanti, equilibrato e basato sul rispetto. Sono quasi sempre bravissimi ragazzi, fortunatissimi ma comunque sottoposti a pressioni importanti. Poi certo possono succedere cose belle. La cena, complice il mio amico Alessandro Alciato, con Ancelotti, due sere dopo la vittoria del Milan in finale con il Liverpool. Saremo stati in sette o otto. C’era la coppa dei campioni in fondo al tavolo e un salame di Felino da impazzire. Bellissima combo.

E però ad esempio Cassano, è stato suo testimone di nozze… Non l’ha delusa dal punto di vista calcistico? Ha vinto poco o nulla rispetto al suo talento…

Antonio è un mio amico, punto e basta. Sicuramente ha vinto meno di quello che avrebbe potuto. E tra l’altro per motivi futili, per averla sparata grossa troppe volte, anche nel chiuso dello spogliatoio, ambiente sacro che vive di equilibri delicati. Penso che ad Antonio sia mancata un po’ di ambizione, l’ossessione delle vittorie che hanno i grandi agonisti. Mi sembra comunque un uomo felice. E libero, anche se io gli consiglio sempre di argomentare in maniera meno drastica. Il calcio è un animale strano. Non esiste un solo modo per vincere. Dubito sempre di chi cerca dogmi o regole assolute.

Hai scritto due libri con Eto’o e Cassano… Pensi che se ne sentiva l’urgenza? Cosa ce ne facciamo, se di loro, alla fine, ci interessano, al massimo, le loro gesta in campo?

Su, dai. Sminuire così due pietre miliari della letteratura contemporanea… sono stati libri molto apprezzati e soprattutto quello di Antonio ha ottenuto risultati eccellenti ed era molto ironico. Detto questo di quante cose che vengono scritte o prodotte in un anno senti davvero l’urgenza?

Lei si è mai perso?

Beh, mi perdo continuamente. Mi basta una piccola ansia per perdermi. Credo che sia una condizione naturale. Senza ansia non esiste vita. E solo gli scemi si sentono completamente risolti.

C’è stato un momento in cui hai provato nausea nel raccontare le partite?

No, nausea, no; a volte come tutte le cose può esserci un po’ di noia, ma il calcio da questo punto resta speciale. Sa essere spesso sorprendente. A volte mi è capitato di divertirmi proprio quando, magari, andavo a seguire partite che mai, dico mai! pensavo mi avrebbero entusiasmato. E poi lo stadio resta un luogo magico. Di una partita mi piace soprattutto l’adrenalina, l’atmosfera, la concentrazione che devo avere durante la telecronaca.

Pensa di avere una bella voce, tale da catturare l’attenzione di chi la guarda?

Non saprei, però, evidentemente, nelle telecronache che faccio la mia voce piace. Poi certo quando canto le canzoni Britpop do il meglio di me… (risata)

Qual è stata la peggiore telecronaca che ha fatto?

L’incubo di un telecronista resta sempre quello di sbagliare i nomi dei  calciatori, soprattutto se stai descrivendo un’azione importante. Oppure non capire qualcosa. Una volta, in uno Juve-Parma di quindici anni fa sbagliai una cosa banale dal punto di vista del regolamento sul fuorigioco e ancora oggi se ci penso mi rode.

Con quale commentatore tecnico, diciamo così, si è trovato meno bene durante una telecronaca?

Lei mi provoca continuamente, ma non ci casco…

Vabbè, su, non è voler essere stronzi, ma penso sia normale che con qualcuno si riesca ad instaurare un rapporto migliore… Non faccia il democristiano!

Guardi, se essere democristiano significa non perdere una quantità industriale di tempo a polemizzare e incazzarsi per delle cose irrilevanti, allora datemi subito la tessera di quel partito.

Le faccio un nome io, allora: Parolo.

Parolooo? Ma che dice? E’ stra divertente, è uno di quelli con cui vado a cena fuori e cazzeggio dopo le partite. Pure l’altro ieri. Guarda che a me è raro che qualcuno stia sulle palle. Al massimo posso stare io sulle palle a qualche invidioso. Gente che il tempo ha incattivito e che in privato magari mi chiede una mano per lavorare (e che io non ho nessun potere di prendere) e poi sui social mi attacca. Niente di grave, so’ ragazzi. Comunque sicuramente con Ambrosini e Stramaccioni ho un’intesa particolare, mi diverto moltissimo.  “Ambro” è springsteeniano: abbiamo un’intesa profonda, nostra, privata e musicale; con Stramaccioni, invece, mi diverto moltissimo a parlare di calcio e pediatria, visto che avrà fatto un cinquantina di figli…

Anche se poi, come allenatore ha fatto flop…

Beh, non sono molto d’accordo, e comunque la sconfitta fa parte dello sport. Il campionato lo vince uno su venti ma mica gli altri diciannove sono sfigati.

Aldo Grasso, sul Corriere della Sera, e giustamente, critica le vostre telecronache: mai in silenzio, troppa enfasi. Perché siete diventati così assillanti e invadenti? Eppure, non siete voi lo spettacolo!

Grasso lo ringrazierò per sempre perché ha quasi sempre parole di stima per me, ed è il critico più stimato e temuto da chiunque faccia tv. Nella sostanza io penso che il telecronista debba avere personalità: l’idea che meno lo si noti meglio è non mi trova d’accordo.  Il calcio in tv è prima di tutto rigore giornalistico ma poi anche divertimento e spettacolo. Ognuno poi ha il suo stile. Per me passione e leggerezza sono le rotte da seguire. Le racconto un episodio: una volta, ero allo Stadium di Torino per seguire Juventus-Chelsea, inquadrano Ezio Greggio in tribuna. E io dico solo: è lui o non è lui? Come in quel vecchio tormentone ai tempi di Drive In.

Quali sono stati i telecronisti che ha apprezzato di più?

Sandro Piccinini trent’anni fa ha cambiato questa professione, con un linguaggio diverso, più accattivante e con dei termini nuovi tipo “sciabolata”. E’ stato il primo a innovare davvero il modello di racconto.

Nel suo mestiere è più importante fare informazione o spettacolo?

Tutte e due le cose.

E non pensa di aver fatto, sovente, più spettacolo?

No, sfido chiunque a dire che io non sia preparato.

Spesso, il lunedì, su Dazn, la guardo condurre Supertele e devo confessarle di provare, sovente, noia. Mai una critica feroce, commenti paludati, ex giocatori amici di tutti, una sorta di “amichettismo”, per dirla con Fulvio Abbate. Come mai, Pierluigi?

Se lei per non annoiarsi ha bisogno di quei talk show dove si discute animatamente su destra e sinistra oppure Allegri In vs Allegri Out tutte le puntate con le parti in commedia la capisco perfettamente. Il talk ovviamente, soprattutto quello che sulla tv generalista, deve essere necessariamente verticale e divisivo. Gli ascolti di Tiki in quegli anni dimostrano che è uno sport che so fare piuttosto bene. Sulla moviola di una partita importante potevamo anche starci mezz’ora. E possibilmente quando Rai1 era in pubblicità per sfruttare lo zapping. Sono le regole della generalista che ho imparato negli anni di Mediaset, che per più di dieci anni è stata una per me una famiglia e una palestra clamorosa.  

A Dazn il programma è di fatto un post-partita e portiamo elementi più strettamente tecnici e laterali. Per me avere Verdone che interagisce con Mourinho, Pupi Avati che fa una dichiarazione d’amore a Pioli, Boeri che commenta le punizioni di Roberto Carlos dal punto di vista delle linee architettonice o Paolo Sorrentino che parla di Spalletti e Osimhen per un’ora è una goduria che non ha prezzo. 

Il mood è rilassato, certo ma non è amichettismo. Quando c’è da criticare si critica, semplicemente non si costruiscono risse verbali o teatrini preconfezionati.

Quindi non ha mai scazzato con nessuno? Che noia, Pardo!

Ma a lei piace solo il conflitto? Ha qualcuno che la segue? Uno psicologo bravo? E comunque in realtà, non è proprio così. Ce ne sono almeno un paio di scazzi memorabili…

… Racconti pure…

Uno con Galliani: eravamo ad Eindhoven e feci una battuta sul Psv Milan dell’anno prima, arrivato prima della finale persa incredibilmente a Istanbul contro il Liverpool. Con Galliani ho un bellissimo rapporto ma quella volta non apprezzò tanto.

E l’altro?

Con Moratti. Dopo aver vinto la Champions, gli chiesi se si sentisse ripagato dopo tutto quello che gli avevano detto negli anni, cioè il ricco che aveva buttato, sperperato i soldi… La sua risposta fu piccata, tirando in ballo Calciopoli. Io, anziché sorvolare perché si stava per incazzare, gli rivado sotto con la stessa domanda. A quel punto, perse la solita flemma, e si arrabbiò seriamente. Ci siamo chiariti dieci minuti dopo e anzi tutte le volte che ci capitava di incontrarci ci scherzava su. “Pardo facciamo come quel siparietto simpatico a Madrid”. E rideva…

Visto che l’ha citata, cosa ha imparato da Mediaset? Le dispiace essere andato via? E a Dazn si sta bene?

A Dazn sto da Dio e sono felice che abbia confermato l’impegno sulla Serie A per i prossimi cinque anni. Ci sono ragazzi di meraviglioso talento e passione e un bel clima, mai autoreferenziale. Mediaset resta un pezzo del mio cuore e della mia vita e continuo a seguirla con affetto.

A Tikitaka se non ricordo male, c’era anche Giampiero Mughini…

Sì, un intellettuale raffinato, il più bravo di tutti. Lo avevo proposto io.  A Tikitaka serviva uno juventino, stavamo lì a pranzo a mensa. Mezz’ora a scervellarci. “Scusate, ma prendiamo Mughini, il piu’ bravo di tutti”

Chi volesse, liberamente, sostenere questa piattaforma, e renderla ancora più libera
anche di girovagare per l’Italia, da oggi può…!

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Cosa vorrebbe condurre nei prossimi anni? Soltanto calcio o intrattenimento?

Il calcio in tv ma non a tutti i costi. Chiudere il racconto di uno sport così popolare alle parti in commedia che fanno polemica o agli ipertecnicismi non mi arrapa. Un programma che sia aperto, contaminato, dove vengono tutti perchè possono raccontare il loro rapporto col gioco in maniera appassionata, insomma un “Porta a Porta” del calcio (come venne definito Tikitaka) invece mi intrigherà sempre. Quanto al resto adoro i quiz, mi piacciono da matti e ovviamente i programmi intelligenti, da Fazio a Costanzo, un Maestro che resta irraggiungibile.

Ha mai avuto paura dell’Auditel?

Sempre. Anche se onestamente andava quasi sempre bene. Tiki Taka ha fatto sette anni clamorosi, con ottimi numeri e target molto interessanti per i pubblicitari. Comunque sì, il mio umore del martedì mattina, sono sincero, dipendeva molto dai dati di ascolto che come saprà arrivano alle 9.56.

Spesso ride, sorride, scherza, ma non è che, alla fine, è solo un modo per mascherare i momenti bui…?

Nessuna maschera, glielo dico apertamente. Io sono profondamente malinconico, piango spesso, mi mancano i giri in macchina con mio padre quando ero bambino e mille altre cose molto banali. Ridicole eppure importanti. Mi rode pensare che nulla sia eterno. Sono orgoglioso di quello che sono e mi sento fortunato a fare il lavoro che sognavo da bambino. Ho quasi 50 anni e vorrei sempre ricominciare da capo. E poi soprattutto voglio andare a pranzo fuori, adesso che è quasi primavera, in quei giorni di sole abbagliante. Partita a padel,  spaghetto alle vongole, mio figlio Diego che gioca con me. Non ho altro da aggiungere. O da chiedere…

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INTESTATO A: MELCHIONDA FRANCESCO

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