La prima volta che ho pensato di stanare Pupi Avati è stato durante il covid. Gli incontri di persona, però, non erano consigliati e, temendo di ricevere un sonoro no, desistetti: infatti, amando rompere i coglioni faccia a faccia e raccontare a modo mio – senza paletti e ostacoli di vario genere – la virtualità non sarebbe stata di certo la via migliore per metterlo a fuoco.
Nel tempo, però, il suo nome ha continuato a ronzarmi nella testa, credo perché le interviste e gli articoli che leggevo sul suo conto mi lasciavano sempre un po’ deluso o perplesso.
Un giorno, d’istinto, decisi di chiamarlo per dirgli che mi sarebbe piaciuto inserirlo nella galleria dei miei ritratti. E lui, abituato come pochi ai riflettori e alla vetrina, non si è fatto pregare, anzi, il suo è stato un sì immediato. L’ho raggiunto, in un pungente pomeriggio novembrino, a pochi passi da Piazza di Spagna, nel suo storico appartamento strapieno di oggetti, ricordi di una vita e cose, cose, cose…
La carriera di Pupi non ha bisogno di grandi presentazioni: con oltre cinquanta pellicole in cassaforte, alcune bellissime, e altre meno, com’è normale per chi, come lui, accarezza la macchina da presa da mezzo secolo, possiamo dire che il regista bolognese ha navigato i mari del nostro cinema portando a riva i suoi sogni e la sua visione della vita, e provando, sempre, ad essere indipendente dalle varie cricche, così ben radicate nel bislacco cinema italico.
Nel nostro faccia a faccia non mi interessava, in realtà, celebrarlo come regista o, addirittura, maestro; raccontarne il successo, o, ancora, i film che l’hanno reso famoso. Togliendo la patina dai premi e dalle copertine, quasi sempre noiose, ho provato, in questa lunga confessione, a farmi raccontare i sogni non realizzati, i fallimenti e il tanto desiderato riconoscimento, spesso assente.
Ciò che più mi ha colpito è stata la franchezza e anche una certa onestà intellettuale. Nel menzognero e ipocrita mondo del cinema, dove le maschere si indossano anche quando si è spenta la cinepresa o smesso di recitare un copione, Avati non le manda a dire, non si nasconde.
Sarà pure l’età, quella età in cui non si ha più nulla da perdere, oppure l’aver fatto quello che si desiderava, ma, di certo, il coraggio non gli manca. Nell’ottovolante della vita, ho la netta sensazione che non si voglia ancora fermare. Infatti, come un giovane che si affaccia alla vita con bramosia e curiosità, il regista bolognese ha ancora voglia di scrivere qualche sceneggiatura della sua vita e, forse, della nostra, chissà…
* * *
Pupi Avati, in una intervista a Vanity Fair, ha detto che il suo sogno è quello di piacere a tutti. Come mai questa debolezza? Perché ha bisogno del riconoscimento?
Perché non l’ho mai avuto! Perché piacere a tutti è una delle cose più improbabili, anzi, direi, impossibili. Più piaci ad una parte, più non piaci all’altra. Il nostro, è soprattutto un mestiere di competizione: io non so mai se sono più felice dell’insuccesso di un mio collega o del mio successo. Siamo tutti così. Tutti quelli che fanno mestieri che hanno un rapporto con la competitività, debbono essere assolutamente invidiosi.
… Se io domani faccio il film, è evidente che dovrei sentirmi in colpa nei riguardi dei tanti, che poverini, non lo faranno; ma io questo spirito cristiano non ce l’ho! È uno dei peccati mortali per i quali non andrò in paradiso.
È un ingordo, a quanto pare…
Più che ingordo, sono uno che vive soltanto se lavora. Il mio ossigeno è il mio lavoro. Non ho mai fatto vacanze. Se faccio il turista è solo per accompagnare i miei film ai festival.
Ha una faccia e un modo di camminare da parroco. Le sarebbe piaciuto fare il parroco?
No, per niente, perché credo sia anche molto noioso; inoltre non sono per niente portato, perché, per quanto io creda che Dio sia necessario, addirittura indispensabile, in un mondo così ingiusto, in cui ci sono persone che patiscono ingiustizie per tutta la vita e muoiono nell’ingiustizia, devo dire che, purtroppo, mi è difficilissimo crederci…
In un’intervista ad Aldo Cazzullo, ha detto: “Metà della mia vita me la sono inventata”! È un bugiardo patologico, alla maniera di Fellini o di Dalla?
Le persone creative debbono mentire, innanzitutto a loro stesse, e convincersi di essere quello che non sono. Quando esco la mattina di casa, e dico a mia moglie che vado a lavorare, lei, ridendo, mi fa: ma che cacchio di lavoro è? Vai a giocare… Quando vado in un set cinematografico, e devo affrontare cinquanta, settantacinque persone, bisogna essere convincenti; fingere, ad esempio, che il punto macchina è quello giusto per iniziare una sequenza, anche se magari, dentro di te, non ne sei così sicuro.
Non si vergogna di vivere nella menzogna?
Non è menzogna! Io la chiamerei auto sopravvivenza, che viene attraverso l’auto illusione di essere quello che non sei. Le persone che non mentono a loro stesse sono quelle che vivono la razionalità, che magari sono serene, ma, al contempo, hanno rinunciato ai loro sogni. Vivere per la tranquillità è la cosa peggiore che si possa augurare a qualcuno!
In una intervista al Corriere, ho letto questa sua puttanata: “Ho incontrato il diavolo…” Ci racconti un po’…
Volevo dire che ho incontrato il male attraverso le persone. Il diavolo è la forma più subdola e terribile delle malattie della mente. Una volta, proprio dove lei è seduto, un ragazzo mi venne a chiedere di fare una parte, un ruolo, in un mio film: io mi faccio convincere, gli dico va bene, me lo allevo e gli do questa opportunità. Ad un certo punto, lui perde la testa ed uccide sua madre, strangolandola. Ecco, il male che ha colpito e visitato questo ragazzo, lo chiamo diavolo.
È stato più democristiano o berlusconiano?
Sono stato molto berlusconiano e ho una grande nostalgia di lui. Era una persona molto simpatica e spiritosa. Le persone spiritose è difficile che siano cattive. Io, ad esempio, ho riso tantissimo sia con Fellini che con Villaggio, con la differenza che Paolo sapeva essere cattivo.
Berlusconi era buono solo se l’adulavi…
Ma, insomma, anche gli avversari gli riconoscevano una certa simpatia…
Come ha potuto innamorarsi del Cavaliere? Si fa intortare facilmente, quindi?
In realtà, sono una persona che non si fa intortare mai!E mi sono innamorato di Berlusconi perché non mi riconoscevo in nessuna parte.Io non sono né di destra né di sinistra: come diceva Celine, “sono di me”.E di Silviomi piaceva anche il suo modo di sparigliare le carte, la sua insofferenza per il politichese che sapeva, ormai, di stantio. Essere poi berlusconiani significava, inoltre, essere emarginati: il punto di forza delle persone creative.

Ha dichiarato di aver votato la Meloni. Da democristiano a meloniano, un bel salto della quaglia… Come mai?
Perché, ad un certo punto, mi ha fatto una grande tenerezza questa ragazzetta piccolina di statura, che rischiava di mettersi sulle spalle un qualcosa che probabilmente non era alla sua portata. E penso anche di aver contribuito alla sua elezione. Quando sono arrivati a Palazzo Chigi, mi ero anche proposto di dare loro una mano, soprattutto nell’ambito del cinema, perché avevo delle idee… Ma non mi hanno proprio tenuto in considerazione. Evidentemente, hanno preferito l’appartenenza alla competenza.
Quanti vantaggi economici ha tratto dopo l’innamoramento con Berlusconi?
Zero! Tant’è vero che credo di essere il regista italiano più indebitato. La mia società di produzione, pur non essendo mai fallita, ha sempre avuto un sacco di problemi perché ho cercato di fare dei film non commerciali. Non abbiamo fatto dei cinepanettoni, per intenderci. Le dirò una cosa, che le sembrerà ardita: in una società come questa, le persone oneste hanno i debiti, perché è impossibile arricchirsi onestamente…
Sì, ma non è indigente…
Guardi, dopo cinquant’anni, sono ancora in una casa d’affitto. Ho problemi con le banche, con il fisco. Lei non può immaginare quanto mi è costata l’indipendenza.
Ho capito: per indebitarsi, avrà fatto anche degli errori, non è solo questione d’indipendenza, suvvia…
Io ho fatto un errore solo nella mia vita, ed è quello di aver prodotto il film “I cavalieri che fecero l’impresa”. Ci è costato quindici miliardi di vecchie lire: andando male al cinema, ha creato un grosso buco, molto complicato, che ancora oggi paghiamo. Detto ciò, la libertà è giusto che abbia un prezzo, perché ho fatto nella mia carriera tutti i film che volevo fare senza dovermi inginocchiare.
Non è mai andato con il piattino in mano da Berlusconi?
Mai! Berlusconi non lo conoscevo quasi. La riconoscenza la devo solo alla mia famiglia. Avere in casa uno come me, è un problema…
Perché?
Perché quando un film va male, tutti devono star male, le luci devono essere spente, non si deve guardare la televisione…
Quindi spesso le luci erano spente in questa casa…
Molto spesso!

Ha detto, sempre a Cazzullo, che quando dichiarò la sua appartenenza politica, Laura Betti e Moravia la guardarono con disprezzo. Secondo lei, c’entrava la politica o, piuttosto, il fatto che la considerassero un regista minore, di serie b?
No, perché Laura Betti mi stimava, tant’è vero che mi presentò anche a Pasolini. Io, in realtà, dovevo emarginarmi perché stavo subendo il loro fascino, la loro seduzione. La mattina, tanto per dirle, ripetevo, come un pappagallo, senza nessun ritegno, quello che diceva Moravia, Siciliano o Bertolucci. L’anticorpo era quello di farsi emarginare, non farsi più invitare. Stando fuori, ho potuto trovare una calligrafia, un tono di voce, che nel mio cinema è considerato riconoscibile, che ti piaccia o meno.
Non considerava Pasolini un regista mediocre?
No, per niente. Pierpaolo era un poeta in tutte le cose che faceva. L’unico film brutto, l’ha fatto insieme a me, e si chiama Salò. Vidi i primi cinque minuti, e poi me andai perché mi ricordava delle cose tremende che diceva durante la scrittura. Lo stesso Sergio Citti, che aveva partecipato alla sceneggiatura, disse: “A Pa’, stiamo a esagerà…”.
Voglio raccontarle un aneddoto: Pasolini mi invitò alla prima de “Il fiore delle mille e una notte”, in uno studio di registrazione, sulla Tuscolana. Eravamo in dieci, e mi fece sedere accanto a sua madre. La mamma mi sussurrò “speriamo che sia bello”, poi mi prese la mano per tutto il film, come avrebbe fatto mia madre. Alla fine, quando abbiamo applaudito, mi disse: “È stato bravo mio figlio?” e mi ha baciato. Questa è stata l’esperienza più bella che ho fatto con Pasolini.
Oltre alla passione smodata per il jazz e per i debiti, cosa ha coltivato, nella sua vita?
No, la passione per i debiti non ce l’ho, quelli li subisco, come li subiva Dante o Dostoevskij…
E, quindi, cosa ha coltivato nella vita?
La lettura, la musica classica, la poesia: e sono le forme per le quali io vivo molto nel passato. Purtroppo, tutte le persone, o quasi tutte, che io apprezzo sono morte… E la notte, prima di addormentarmi, dico i loro nomi. Un’usanza contadina che non ho mai voluto perdere.

Se non erro, è sempre sposato con la stessa donna. Da uomo di cinema e di mondo qual è, quante attricette le hanno fatto girare la testa?
Faccio una premessa: è necessario e indispensabile innamorarsi degli attori o delle attrici che riprendi…
… Sì, va bene, andiamo oltre le premesse… Ha mai allungato le mani su un’attrice? Ha mai avuto un rapporto carnale?
No! Mi è capitato di avere un problema di separazione… In un periodo, durato circa otto mesi, mi sono separato da mia moglie, perché mi ero montato un po’ la testa. Ero passato da venditore di pesce surgelato a regista cinematografico. Solo che, nel frattempo, mi stavo giocando i figli. Ricordo che quando tornavo a casa e portavo loro dei regali, i bambini non avevano neanche voglia di scartarli. Con la cenere sulla testa, ci siamo rimessi assieme. E devo essere onesto: sono felicissimo di essere tornato con lei, da vecchio mi sono anche rinnamorato di lei. Senza mia moglie sarei una merda!
E quante amanti hanno affollato la sua vita sentimentale?
Dopo quel periodo, nessuna, perché, come le dicevo, quando rischi di perdere i tuoi figli, ogni tentazione passa in secondo piano.
Quanti, e quali, sono i film brutti che ha fatto?
Brutti film non ne ho fatti.
Dai, non ci credo…
Probabilmente i primi due: “Balsamus” e gli “Indemoniati”. Eravamo in pieno Sessantotto e obbedivano ad una lezione di Umberto Eco.
Cioè?
Convinse noi sessantottini che dovevamo lasciare l’opera “aperta”, che fosse interpretabile…
… Una stronzata!
No, un’utopia totale.
Come reagivano i suoi produttori dinanzi ai suoi fallimenti?
La prima cosa che mi dissero i produttori romani dinanzi ai miei fallimenti era che dovessi cambiare il nome…
Perché?
Tutti sapevano che avevo fatto due film che avevano fatto perdere oltre duecento milioni al mecenate bolognese che io, all’epoca, chiamavo Mister X.

Come si manteneva a Roma, quando nessuno la faceva lavorare?
Mi mantenne mia madre, perché io, per inseguire il sogno di fare cinema, mi dimisi da dirigente della Findus, dove guadagnavo molto bene. Lei, per fortuna, aveva una pensione in via del Babuino, con delle camere che affittava agli studenti americani… Ma, nonostante gli aiuti, il padrone di casa ci rincorreva perché pagassimo gli affitti, o le bollette. Per mantenerci abbiamo dovuto anche portare gioielli al Monte della Pietà. Detto ciò, di quel periodo ho una grande nostalgia. Ero comunque convinto che ce l’avrei fatta…
Lei ha fatto 54 film: non pensa che siano davvero tanti?
In realtà, per me, sono pochi, rispetto a quelli che avrei potuto fare. Monicelli ne ha fatti addirittura sessantacinque.
Si faceva il fegato amaro quando vedeva gli incassi dei fratelli Vanzina?
No, i film di Vanzina non li ho mai apprezzati! Io ho preso gli attori che hanno lavorato con i Vanzina, e penso a De Sica, Greggio, Boldi, Calà, Abatantuono, e li ho fatti diventare attori drammatici.
Quali sono stati gli attori, di solito puttane per antonomasia, che l’hanno tradito o usato?
Più che tradito, magari non sono stati riconoscenti…
Tipo?
Non lo dico!
Ma su, li citi!
Neanche sotto tortura. Se leggeranno questa intervista, sicuramente si riconosceranno.
Ha letteralmente salvato la vita professionale a Diego Abatantuono. È stato riconoscente con lei?
Moltissimo! Per “Regalo di Natale” avevo pensato a Banfi: Lino all’inizio mi disse di sì, poi, all’ultimo momento, cambiò idea, perché scelse di fare un film con Dino Risi. Se Banfi avesse detto di sì, la vita di Diego sarebbe letteralmente cambiata. Quando ci sentiamo, mi dice sempre che a quella chiamata deve la sua intera carriera.

Nel 2014, sceglie Sharon Stone per il film “Ragazzo d’Oro”: come mai puntò su una delle attrici più sopravvalutate e capricciose e mediocri dello star system?
Sopravvalutata può essere, capricciosa nei nostri riguardi mai; mediocre, no, perché è un’attrice molto professionale e preparata. Ha un aspetto, nella sua personalità, che richiama più ad una commercialista che un’artista, nel senso che pensa molto all’orologio, e a quante ore deve stare sul set…
Scegliendo la Stone, pensava e sperava di accreditarsi come regista internazionale?
Pensavo, sbagliando, che la sua presenza ci aiutasse negli incassi, e, invece, non abbiamo venduto un biglietto in più…
Il film era molto brutto?
No, triste.
Spesso date la colpa agli spettatori perché non riempiono le sale come una volta; ma non sarà che i film che fate sono brutti, noiosi e maledettamente ombelicali?
Allora: i miei film non sono noiosi né brutti; sicuramente ombelicali. Se uno cerca, nei miei film, delle risate molto facili, sicuramente ha sbagliato obiettivo, perché non ne sono capace. Non ho mai seguito le mode altrui…
Morirà lasciando i debiti?
Non ho questa paura perché, sa, basta rinunciare all’eredità, e i debiti non ci sono più.
Quando la chiamano maestro non le capita di rabbrividire per la vergogna? Lei si sente un maestro?
Io mi sento una persona che ha trovato un modo, indipendente, di fare cinema. Tutti i film che ho fatto avevano un senso, una ragione. Ancora oggi, a distanza di anni, se li riguardo, penso che abbiano ancora una loro temporalità, non sono invecchiati. Poi, per carità, ci può stare che non possano piacere. Il fatto che lei usi spesso la parola brutto non lo trovo per niente carino. Mi dà l’idea di uno che non ha visto i miei film… Io avrei posto la domanda in maniera diversa…
Cioè?
Quali sono i film che non le sono piaciuti? La parola brutto è un aggettivo che non è applicabile al mio cinema. Tutti i film che ho fatto avevano un senso. Poi, che possano non piacere, ci sta.
Non sono d’accordo, Pupi… Il punto non è questo: penso, semplicemente, che nell’arco di una carriera così lunga come la sua, con cinquantaquattro film alle spalle, possa capitare di scrivere e produrre film brutti.
Ha una passione smodata per i fallimenti. Come mai?
Perché i fallimenti sono la parte più vulnerabile dell’essere umano e, spesso, nelle mie storie racconto gli sconfitti, quelli che vorrebbero essere disperatamente felici. E siamo tutti noi: cerchiamo la felicità, ma poi, in realtà, la felicità non esiste. E quando esiste, dura pochissimi secondi. In un match di pugilato, il mio eroe è quello che perde, quello che va al tappeto, il soccombente. Quello che perde, la guerra te la racconta molto meglio rispetto a quello che la vince.
Come mai un attore bravissimo come Carlo delle Piane non ha fatto la carriera che meritava?
Perché c’era un razzismo pazzesco. Quando con “Gita Scolastica” Carlo vinse il premio come migliore attore alla Mostra del Cinema di Venezia, tutti i dirigenti del cinema italiano, seduti in prima fila, sembravano basiti, come a dire: siamo pazzi a premiare un caratterista di quinta categoria…

Perché non ha mai vinto il Leone d’Oro, insomma un grande riconoscimento internazionale?
In realtà, l’avevo vinto, con il film “Storia di ragazzi e ragazze”. Gianluigi Rondi, vedendolo, disse subito: questo vince il Leone d’Oro. Guglielmo Biraghi, che era il direttore della Mostra di Venezia, dopo averlo visto, commentò: il film è molto bello. Una sera proprio Biraghi mi chiama e mi fa: Pupi, ho una grande idea, fammi questo regalo, vieni in giuria, abbiamo bisogno di un giurato italiano. A quel punto, il film venne presentato a Venezia, ma non più in concorso, per ovvie ragioni di opportunità. Tullio Kezich, John Landis, tanto per citarne due, mi dissero che il film avrebbe meritato il premio…
E le è pesato non aver vinto un premio di quel livello?
Certo, e mi pesa ancora. Faccio parte di quella generazione che dava importanza alle cose.
Spesso la critica italiana è sempre molto ruffiana con voi cineasti. Lunghe leccate e tanti peana… C’è qualche critico cinematografico che stima?
Certo, ci sono stati dei giornalisti che mi hanno aiutato a capire quello che facevo.
Tipo?
Tullio Kezich, Mariarosa Mancuso del Foglio, Lietta Tornabuoni. Detto questo, la critica, oggi, non conta più niente. Una volta, una bella critica, cambiava l’incasso del film. Oggi si parla molto di più del red carpet che dei film in mostra…
Perché sono stati spesso supponenti con lei i critici?
Perché non sono riconducibile a nessuna parte che li rassicuri. Siccome io non appartengo, è un fatto imperdonabile.

Quali sono i registi italiani che reputa sopravvalutati? Sorrentino, Garrone, Moretti?
Sorrentino ha goduto di una campagna pubblicitaria enorme, sapendola gestire in modo fantastico, ma dietro, però, ci sono i suoi film. Garrone è, secondo me, il miglior regista italiano in assoluto, perché, oltre a raccontare delle storie, riesce ad emozionarti, narrativamente parlando Moretti, pur avendo avuto un successo per decenni, continuativo, attraverso varie generazioni, io non l’ho mai capito.
Se potesse, quale talento ruberebbe ad un regista?
Visto che mi ha citato Sorrentino, le dico la sua visionarietà, come era visionario Fellini. Quando vidi “La Grande Bellezza”, gli scrissi una lettera in cui sostanzialmente gli dicevo che avrei tanto voluto che il film non mi piacesse e invece mi aveva profondamente sedotto.
Uscendo dal confine italiano, ammiro la brillantezza nella scrittura dei dialoghi di Woody Allen, anche se, adesso, si è un po’ appannata.

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Il 3 novembre ha compiuto 86 anni: non pensa che la sua vena cinematografica si sia ormai esaurita da un pezzo?
A livello dinamico, nei movimenti con la macchina, quando siamo su un set, sicuramente sì. Mi appoggio, infatti, a mia figlia, che ha una grande tecnica. La scrittura, invece, non si è minimamente appannata, così come il rapporto con gli attori e il controllo della qualità della loro recitazione.
Durante le riprese, lei fa parte di quella schiera di registi che urla e tratta male?
Mai! Le dirò di più: l’unico segreto per ottenere il meglio, anche dagli attori che hai sbagliato a scegliere – e te ne rendi conto solo sul set – non è sgridare, né trattare male. Non è colpa sua se non ha talento. Il modo per riuscire a tirargli fuori qualcosa di decente è l’affetto, farlo sentire amato o addirittura bravo. Più cane è, più bisogna elogiarlo.
Quante volte ha sbagliato a scegliere gli attori?
Mille, ma li ho sempre salvati, perché, sapendo girare, ho sempre coperto le loro mancanze.
Quando si arriva all’inverno della vita, e si pensa inevitabilmente alla morte, lei, in tutta sincerità, come vuole essere ricordato?
Faccio molta fatica a pensare di non esserci; ho vissuto un’esperienza atroce con mia madre: quando lei è morta, pensavo davvero che non dovesse morire, e non glielo ho perdonata. E quindi penso che quando non ci sarò più, i miei figli non me lo perdoneranno perché lascerò loro un dolore immenso…

