AL BANO, IL CANTANTE CONTADINO

Presentare Al Bano da Cellino San Marco non ha senso. È puro pleonasmo. Fatica sprecata. Sarebbe meglio dire: alzi la mano chi, sotto la doccia, o scorrazzando in macchina, non abbia mai cantato a squarciagola, “…felicità 
è tenersi per mano, andare lontano, la felicità…”,
il vero inno alla gloria del duo Al Bano e Romina Power…

Correva l’anno 1982 e l’Italia – così raccontavano le cronache dell’epoca – sembrava avviata ad un decennio di spensieratezza, consumi sfrenati ed edonismo. Gli anni Settanta, con gli ammazzamenti e le stragi del terrorismo, sembravano finalmente alle spalle.

Il nome di Al Bano Carrisi nella mia mente baluginava da mesi. Ogni volta che pensavo di contattarlo per proporgli un’intervista, eccolo in televisione, o sui giornali, e allora, così mi dicevo, preferivo rimandare ancora un po’. Ma dato che la sua presenza mediatica non cessava di riempire il tubo catodico, mi son detto: basta, ora lo chiamo!

Per fortuna, riesco a parlare direttamente con lui; nessun filtro, nessuna pantomima, nessuna irritante anticamera con agenti, portaborse o ufficio stampa. Fa tutto lui: la sua voce è squillante come sempre e, per mia fortuna, non ha esitazione alcuna.

Le opzioni erano due: o raggiungerlo nella sua landa infinita, in Puglia, oppure pizzicarlo in una delle sue numerose fughe capitoline. Vista la mia urgenza, decidiamo, che il nostro rendez-vous si terrà a Roma. In un freddo e nebbioso mattino dicembrino, Al Bano mi aspetta all’Hilton Cavalieri, sua dimora romana ormai cinquantennale, dalle parti di Monte Mario.

Mi aspetta su un divano, mentre è intento in una telefonata, con il suo immancabile cappello bianco in testa. Le sue mani non sono femminee come quelle di Robert Plant, anzi. Sembrano scolpite dalla fatica della terra.

Prima di incontrarlo, avevo letto l’impossibile sulla sua vita, ma il materiale raccolto era pieno zeppo di notizie trite e ritrite. Soliti aneddoti. Solite informazioni da tinello.

Nel raccontarlo, ho provato, allora, a tirar fuori da quest’ottantenne ancora desideroso di vita, per nulla satollo, e con la testa rivolta ad un futuro indefinito, qualcosa di non detto, una parola che lo mettesse un po’ a nudo, come se, steso su un “lettino lacaniano”, nel silenzio di una stanza insonorizzata, fosse pronto a confessarsi senza nessuna maschera addosso…

***

Al Bano, che rapporti aveva con suo padre?

Perfetto. Avere un padre così, è stata la mia fortuna. Mi piacevano le sue idee, ma non amavo cosa voleva farne di me, ovverosia un contadino. Mia madre, invece, sperava diventassi un professionista. Tra le due strade, ho scelto quella che sentivo più mia…

Cos’ha preso da lui: l’autorità, la rigidità, la concretezza?

Nulla di tutto ciò, ma tre cose, per me, fondamentali: l’umiltà, il senso del dovere, e l’onestà. Mi diceva sempre: se fai e dai, la terra ti restituirà qualcosa…

Non pensa che le pagliacciate, e i continui scazzi, in tivù, negli anni scorsi, tra lei e la Lecciso, siano stati indecorosi?

Vergognosi e indecorosi! La cosa che, poi, mi dava più fastidio è che tutti davano la colpa a me, tutti pensavano che io fossi il regista. Più semplicemente, lei voleva dimostrare qualcosa, più a sé stessa, che agli altri. Secondo me, si è anche pentita di quello che ha fatto.

Come mai, lei così semplice e diretto, ha sposato e poi ripreso più e più volte una donna costruita come Loredana Lecciso?

Semplicemente perché credo in quello che faccio, e faccio quello che in cui credo.

Non se n’è mai pentito?

No, assolutamente! E perché mai? Prima di sbagliare, ci penso…

A Sabelli Fioretti tanti anni fa ha detto: “Come potevo immaginare che Loredana avesse velleità artistiche? Se l’avessi saputo non mi sarei messo con lei, non avrei fatto figli con lei…” Conferma anche adesso?

Ormai guardo quello che io ho oggi. Aggiungo: meno male che lei è arrivata in un determinato momento della mia esistenza. Abbiamo fatto insieme delle cose speciali insieme, e, soprattutto, due meravigliosi figli, che, in qualche modo, hanno riempito la mia vita.

Sempre a Sabelli ha detto: in certi periodi, avrei ammazzato Maurizio Costanzo… Cosa le ha fatto?

Non mi sembra mio quel verbo…

Eh sì, ha detto proprio così…

Al massimo, l’avrei menato…

Cosa le ha fatto?

Ricordo che quando ci fu il plagio di Michael Jackson, Maurizio Costanzo organizzò un gruppo che, con in testa Bruno Lauzi, cominciò a prendermi per il culo… Per loro non poteva essere che uno come Michael Jackson plagiasse la canzone di un italiano…

E questa campagna l’aveva orchestrata Costanzo?

Assolutamente sì!

Ha mai avuto timore del potere di Costanzo?

Io non ho paura di nessuno!

Nella sua carriera ha scritto, se non erro, nove libri. Che bisogno c’era di raccontarsi ed esporsi senza freni? Era proprio necessario? Non bastavano le canzoni?

Sono circa 60 anni che sto in questo mondo. I libri non voglio scriverli io, ma me li chiedono in continuazione. Ho letto, negli anni, cose che non condivido o inesatte, e, quindi, quando reputo sia giunto il momento di fare chiarezza, dico di sì. Chi meglio di me, può raccontare la mia vita?

Chi scrive i suoi libri?

Roberto Allegri, il figlio di Renzo Allegri. Io detto e lui scrive. Roberto, ormai, è diventato, per me, come un figlio.

Non bastano, quindi, le canzoni per raccontarsi?

Secondo me, no!

Cosa la spinse a partecipare a programma mediocre come l’Isola dei Famosi? Aveva bisogno di denaro?

In quel periodo, avevo un contratto stratosferico per fare un tour in Germania. Mia figlia Romina voleva andare a tutti i costi all’Isola, e passare del tempo solo con me. Nella sua testa l’Isola era il luogo giusto per farlo. Giorgio Gori venne a trovarmi diverse volte per convincermi. Io gli feci vedere i contratti che avevo firmato in Germania, e gli dissi: se sei in grado di fare un’offerta migliore o, perlomeno, pareggiarla, li rimando per il prossimo e accetto di fare l’Isola. Lui disse: va bene, accetto quella cifra. Arrivati all’Isola, io ho resistito un mese, mia figlia, che andò in crisi esistenziale, molto meno… Ricordo di aver perso circa 12 kg…

Beh, questo le fece bene, direi…

Benissimo! Le dirò di più: stare a contatto con la natura, con il mare, pescare il pesce, mi ha fatto tornare agli anni della mia giovinezza, quando, insieme agli amici, mi recavo alla spiaggia di San Gennaro…

Quale fu il cachet? Ora ce lo può dire, su!

650 mila euro lordi!

Pubblica 11 album di inediti: qual è stato quello più brutto?

Penso siano più di undici… Quello più brutto non è ancora nato…! Faccio solo quello che mi piace, poi, se agli altri non piacciono, non lo so…

Si è mai sentito padrone?

Di me stesso, al massimo: uno non è padrone di niente… Ma la parola padrone mi dà fastidio…

Negli ultimi anni ha, sovente, litigato con Amadeus e Carlo Conti, rei di non averlo accolto a Sanremo… A ottant’anni suonati ha ancora bisogno di pietire un’accoglienza musicale?

Le dico com’è andata: mi chiama Amadeus per propormi, a Sanremo, una cosa particolare: fare un trio con Morandi e Ranieri. Era, tra l’altro, una mia idea del 1996; Morandi, pur apprezzando l’idea, declina perché – così ci spiega – la mia voce e quella di Massimo l’avrebbero schiacciato… Facciamo, quindi, all’Ariston, uno show di quindici minuti, con la promessa, da parte di Amadeus, di farmi gareggiare da solo il prossimo anno… Non l’ho più sentito… Se ho deciso di fare il cantante, lo devo esclusivamente a Sanremo… Quando, nel 1957, Domenico Modugno, con il “Blu, dipinto di blu”, vinse il festival, dentro di me dissi: io voglio andare lì!

Qual è stato il peggiore Sanremo cui ha partecipato?

Quello del 2017, quando mi cacciarono alla prima serata. Sentii subito puzza di bruciato…

In che senso? La boicottarono?

Me la tengo per me…

È mai stato invidioso nei confronti di Morandi, Dalla, Celentano e Ranieri?

No, per niente. Ho solo ricordi belli.

Che talento, se avesse potuto, avrebbe rubato a Celentano?

Nel 1964, quando lavoravo come operaio all’Innocenti, lessi un annuncio in cui cercavano voci nuove per il Clan Celentano. Feci il provino, e mi accettarono. Quando ricevetti la lettera, con il contratto da firmare, fu meraviglioso non solo perché stavo imboccando la strada che tanto desideravo intraprendere, ma anche perché potevo lasciare finalmente l’inferno della fabbrica. Siccome non soffro della sindrome rancorosa del beneficiato, da quel momento ho trovato in Celentano un grande fratello. Ci frequentiamo poco, ma quel poco è di grande sostanza.

Adesso vive in clausura…

Sono scelte di vita. Lui è Celentano in tutto…

Le rifaccio la domanda, perché non ha risposto: che talento, se avesse potuto, avrebbe rubato al Molleggiato?

Tutti, in primis il movimento, la genialità, e la sua voglia di ricerca nella musica…

Trova più mediocre, come cantante, Gianni Morandi o Massimo Ranieri?

Nessuno dei due appartiene alla mediocrità. Sarebbe stato bello unire questo trio, perché siamo figli di un sano proletariato, ancora forti contro tutti i cambiamenti e le mode che ci sono state nel nostro Paese nell’ultimo cinquantennio…. Peccato che Morandi non abbia voluto…

Cosa non le piaceva di Romina Power quando cantava e stava sul palco?

Ho capito subito che Romina era un’artista, al di là delle canzoni che cantava. Anche sul palcoscenico, aveva la sua grazia. Io avevo una vocalità pazzesca, ma artisticamente dovevo ancora formarmi, lei, invece, era spigliata, ballava bene, era già oltre…

Ma non le dava fastidio qualcosa?

No, piuttosto a lei davo fastidio io…

Addirittura: e perché?

Perché – così diceva – cantavo troppo forte…

Ha mai provato irritazione per il fatto di essere stato guardato sempre con disprezzo da parte di un certo mondo culturale e musicale?

Nel 1967 venni invitato a casa di Dacia Maraini e Alberto Moravia. Mi ricordo che, durante la cena, affrontavano dei discorsi complessi, complicati; forse lo facevano per testare la mia cultura, che era molto lontana da loro purtroppo. Quell’incontro è stato significativo, per me, perché mi ha permesso, poi, di avvicinarmi a mondi e persone che non avrei mai immaginato di vedere, conoscere e amare.

È vero che, una volta, a casa di Moravia, lei non sapeva cosa dire, e che si sentiva ignorante?

Io sono ignorante! Ma tutti lo siamo. Tu che ne sai della fisica, della chimica, non sai un cazzo…! Ignoriamo tutto quello che non abbiamo avuto la possibilità di afferrare, e conoscere. Sappiamo solo un lato della nostra esistenza, per giunta limitato…

Vabbè, ma poi ha compensato questo divario culturale con le letture?

Assolutamente sì, perché sono affamato di cultura.

Sulle pagine del Corriere della Sera, Aldo Grasso, a proposito del suo concerto in Russia, ha così scritto: Non è buona educazione fare i conti in tasca agli altri. Ma questa storia del «messaggero di pace» si porta dietro una buona dose di insincerità: temo che Al Bano inganni più sé stesso che i suoi interlocutori…Ripensandoci, non ritiene che Grasso avesse ragione…?

No, per niente! Si vede che Grasso non mi conosce. Ha dato un giudizio totalmente sbagliato di me. In un periodo di merda come quello che stiamo vivendo da anni, io mi sento un messaggero di pace. Ma lo so come mi considerano gli uomini della grande cultura, lo sento.  Non so né di destra né di sinistra, ma semplicemente un uomo che ha bisogno di vivere per capire cos’è l’esistenza.

Ha mai temuto, negli anni del suo matrimonio con Romina, che un uomo, magari bello e affascinante, gliela rubasse?

No, per niente! C’ero io, ed ero più che sufficiente: bello, affascinante e intelligente, che canta e scrive bene. Cosa vuole di più?

Addirittura? È possessivo, geloso in amore? Dica la verità!

Sono intelligentemente geloso. Non sono possessivo: una persona non si può possedere.

Traditore o tradito?

Ci sono delle sfaccettature nella vita che, a volte, ti portano a scivolare, ma sai, nel tuo intimo, che non volevi quello.

Chi l’ha fatta soffrire di più? Romina Power o la Lecciso?

Io ho cercato di guardare sempre la parte positiva di quei rapporti… Spaccare il terreno con l’aratro, era il preludio al raccolto della prossima stagione. E questo vale per qualsiasi rapporto con le persone…

È stata più importante la musica o le donne?

Grazie alla musica, ho trovato le donne, e grazie alle donne ho trovato la musica… Quando ero contadino a Cellino San Marco, e mi azzardavo a lanciare qualche segnale di interesse, niente! Quando tornai al paese, ormai famoso, oh, erano tutte sotto il palco con i fiori in mano.

Il successo rende belli, anche se non lo si è…

Io non so quali sono i fattori che scatenano i cambiamenti, ma per me è stato così. Sarà Al Bano o quello che loro immaginano?

Più irascibile o permaloso?

Né l’uno né l’altro, ma quando mi fanno incazzare, reagisco.

Voi artisti siete sempre così fragili: come vive le critiche?

Un critico cosa deve fare, secondo lei? Criticare, che è il suo mestiere.

Sì, ho capito, ma lei come le vive?

Non sempre condivido quello che scrivono, però penso siano necessarie, perché la critica ti serve a capire chi sei e dove stai andando.

Ma le vive male le critiche?

Se non sono vere, e sento delle bugie, reagisco.

E come, querelando?

No, confrontandomi, magari telefonando la persona che l’ha scritta. Ricordo Sergio Saviane sull’Espresso: fece una descrizione di me che non mi apparteneva.

Cosa le scrisse?

Scrisse che ero un figlio dei fiori, nella pratica un coglione. Allora, alzai il telefono e gli dissi: amico mio, incontriamoci, perché, evidentemente, non ha capito niente di me. Io sono peggio di quello che hai scritto, ma di certo non sono quello che tu hai scritto. Di fronte alla mia reazione, ha cominciato ad avere un po’ di rispetto.

Ha avuto momenti di megalomania, dinanzi al successo, ai soldi, e alle tante donne improvvisamente interessate a lei?

No, io detesto i megalomani! E quando ho iniziato a capire che stavo avendo successo, di soldi ne vedevo pochi. Nei confronti del denaro, sono stato un cretino…

Ne ha persi tanti?

Beh, certo è che io lavoravo e gli altri incassavano.

Come sono le sue finanze adesso?

Devo fare sempre i conti, ogni sera che canto, con un signore invisibile che si chiama Stato, e che prende il cinquanta per cento di quello che guadagno.

Qual è stato il cachet più alto che ha chiesto per un concerto?

100mila euro, per un Capodanno.

Cosa l’ha salvato dinanzi al successo? Il suo essere contadino?

Sì, forse, c’è anche quella componente, senza dimenticare le lezioni di vita che ho appreso dai miei genitori.

Non trova che la comicità di Checco Zalone, suo conterraneo, sia abbastanza noiosa e ripetitiva?

Non sono per niente d’accordo con lei. Trovo Zalone geniale; ha una velocità di pensiero, di parola, davvero unica. Se a lei non piace, basta non guardarlo.

Nei rari momenti di solitudine, chiuso in una stanza, che musica ascolta Albano?

Mi piace molto la musica classica, il blues. Ho imparato a cantare ascoltando profondamente Ray Charles, senza dimenticare i grandi Mario del Monaco e Pavarotti.

Adorato dalle piazze e dai telemorenti, tornando a casa, ha mai pensato di smettere e mollare tutto?

Forse lei non lo ha capito: io lavoro per passione…

Sì, ma la passione può anche attenuarsi alla sua età…

Per niente, anzi, è cresciuta…

È sempre stato un cantante ben visto dai governi democristiani per finire alla simpatia di Berlusconi. Si è mai sentito un artista di regime?

No, mai! Mi sono sempre sentito solo un cantante.

Ha dichiarato più volte di aver votato Berlusconi, eppure di disastri ne ha fatti tanti… Come mai questa attrazione verso un politico così modesto e imbarazzante?

Io ho votato Berlusconi ma, a Cellino San Marco, mi è capitato di votare anche a sinistra. A me interessa l’uomo, soprattutto…

… Sì, ripeto: non pensa che Berlusconi sia stato un politico modesto e imbarazzante?

Secondo me, non l’hanno ben capito, oppure ha creato tanto di quella invidia che molti gli si sono rivoltati addosso. Io, di Berlusconi, ho questi ricordi. Una volta, vide la sua segretaria che piangeva disperata perché avevano diagnosticato al figlio un tumore al cervello. Lui si prodigò immediatamente perché questo ragazzo avesse tutte le cure del caso. A distanza di tanti anni, il ragazzo è ancora vivo. E con quella donna, ne sono certo, lui non ha mai avuto rapporti sentimentali o sessuali. Quando è successa la disgrazia a mia figlia Ylenia, mise a disposizione il suo aereo per portarmi via da New Orleans, e io non ho mai chiesto nulla a lui…


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 Ha mai fatto pace con la scomparsa di sua figlia?

Ognuno di noi ha un destino…

Si è mai posta la domanda: perché?

Mia figlia parlava quattro lingue, e una cultura pazzesca, quella cultura che io non sono riuscito ad avere… Era sempre alla ricerca di un qualcosa, e di fare continuamente esperienze. Anche Dio ha avuto una brutta esperienza, con un figlio messo in croce, con la differenza che è risorto. Ognuno di noi ha una croce, visibile e no, che dobbiamo portare fino al nostro Golgota. Me ne sono fatto una ragione, ma non è per niente facile…

Pensa di essere stato un uomo fortunato nella vita?

Ho avuto fortune e sfortune, ho avuto i miei giorni e le mie notti…

Come se ne esce da una notte profondamente buia?

Io ho una grande fede, e con essa provo ad uscirne sempre. Negli anni Novanta mi sono successe tutte le cose peggiori, e ho sentito la voglia di inveire contro di lei. Poi mi sono detto: anche a Dio hanno ucciso un figlio, fattene una ragione.

Ha cantato, fino alla nausea, Felicità… L’ha mai provata, la felicità?

Come si fa a non provare felicità quando un treno, anziché portarmi a scuola, mi ha condotto a Milano, che era la città dove volevo stare? Io canto quello che provo, e, ancora tuttora, sento di essere felice…

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INTESTATO A: MELCHIONDA FRANCESCO

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