LUCA JOSI, UN CRAXIANO TUTTO D’UN PEZZO…!

Diciamolo subito: Bettino Craxi, nonostante gli errori commessi e il vituperio di tanti moralisti della domenica, è stato un gigante della politica italiana.

Chi ha un briciolo di memoria in questo cialtrone e smemorato Paese ricorderà cosa successe il 30 aprile del 1993. Una esigua, ma rumorosa e inferocita folla, forse aizzata, chissà, lanciò vergognosamente monetine, dinanzi all’hotel Raphael, a pochi passi da Piazza Navona, proprio contro Bettino Craxi.

E se qualcuno sperava di inquadrarlo, all’uscita, con qualche mammasantissima del partito, magari pronto a difenderlo o a proteggerlo, sarà rimasto deluso, immagino.

Guardando e riguardando quelle infauste immagini, mi colpì che al suo fianco ci fosse un giovane, poco più che ventenne. Era Luca Josi, all’epoca segretario dei giovani socialisti italiani.

Quando ho deciso di contattarlo mi interessava non solo conoscere la sua storia, politica e umana. Ciò che solleticava la mia curiosità era anche capire come un ragazzo ligure, catapultato nella tentacolare Roma, dove tutto ha un prezzo, per dirla con Giovenale, avesse vissuto quegli anni travolgenti e turbolenti.

E mentre era, forse, partita già la gara dei distinguo, dello sfilarsi, del mettersi in salvo in proprio, o, peggio ancora, di abbandonare la barca socialista, Josi, come pochi altri, ha avuto il coraggio, la forza e la lealtà di essere vicino al suo capo, sempre.

Nelle oltre due ore di chiacchierata, ho cercato di cogliere, attraverso le sue parole, il gesticolare e, soprattutto, gli occhi, i perché e i percome della caduta del suo leader ma, anche, dell’intera classe dirigente socialista.

In questa confessione-fiume, con Josi non ci siamo di certo risparmiati. Nessuno dei due ha fatto sconti all’altro, anzi. Nonostante siano passati trent’anni, quelle ferite, seppur rimarginate, continuano a dirci qualcosa…

*  *  *

Luca Josi, dov’eri il giorno in cui a Craxi tirarono le monetine?

In macchina accanto a lui, alla sua sinistra…

Come mai, proprio tu, ti trovasti quel pomeriggio con il leader socialista? Cosa facevate in albergo?

Nel 1993, ero ancora il segretario dei giovani socialisti. Trascorrevo gran parte della giornata al suo fianco. Il Raphaël era la sua casa. Quel giorno non avevamo ancora compreso di come il destino si stesse organizzando dando vita a una perfetta storia mediatica. Intanto perché Largo Febo, che largo non è, sembra uno studio televisivo. E quel pomeriggio, al termine della manifestazione del Pds a Piazza Navona contro il voto della Camera sull’autorizzazione a procedere per Craxi, il deflusso dei partecipanti fu incanalato verso via dell’Anima (la strada che termina di fronte all’Hotel Raphaël). Qui si creò un imbuto, che produsse la calca delle persone intruppate di fronte alla facciata dell’albergo: “il pubblico” urlante di quello spettacolo. Così nacque la serata delle monetine.

Quanti anni avevi?

Ventisei.

C’è qualcosa che ricordi in modo particolare di quel momento topico?

La ferocia e l’eccitazione esaltata dei volti dei manifestanti, i colpi dei caschi e delle pietre sui vetri dell’auto. Non ho mai visto un sabba, ma quel giorno me ne sono fatto un’idea.

Cosa provasti?

In alcune situazioni sono inutilmente emotivo ma in altre, fortunatamente, si affaccia una freddezza che può tornare utile. Quel caos ti obbligava a essere lucido e – nei limiti del possibile – razionale. Razionalità che, ti confesso, la mia “genovesitudine” e “liguritudine”, non aiuta a gestire; non credo esistano caratteri peggiori dei liguri: memoria feroce e causticità. Ci sarà una ragione del plotone di comici che quella mia regione sforna; gente che se china il capo non è per condiscendenza, ma perché sta prendendo la ricorsa per tirarti una testata. Quindi: mai litigare con un ligure. Meglio farli litigare tra loro.

A Largo Febo saranno stati pure pochi, ma, forse, tanti italiani provavano quel sentimento di disprezzo: non trovi?

Non ti saprei dire… Che non fosse una festa era pacifico. Che fosse tutto drammaticamente buffo ancor più. Ci si lamentava di un Paese in rovina? Ma se facessimo oggi un referendum dal quesito “vuoi riavere il benessere e la sicurezza dei primi anni ’90?” penso che risolveremmo anche il problema dell’astensionismo. Poi se il disprezzo verso la politica nasceva dai primi germi dell’antipolitica – che è semplicemente la politica di qualcun altro – quei sentimenti, come prevedibile, hanno prodotto ancor più disillusione e disaffezione civica.

Abiti a pochi passi dall’Hotel Raphael… Ci passi spesso, ti capita di pensarci ancora? O, dopo trent’anni, hai rimosso tutto?

Mi capita raramente di passarci. No, non rimuovo: ricordo.

Sei un uomo rancoroso?

No, però amo mettere le cose in ordine. Quando vedo gesti di arroganza e prepotenza, soprattutto nei confronti di chi non ha gli strumenti per difendersi, fatico a contenermi. Riconosco che mi è più facile subire un torto – perché so gestirlo – che assistere a un sopruso consumato sul prossimo.

Pensi di essere stato cattivo come uomo, finora?

Sospetto di chi si definisce buono (la interpreto come una forma di autocelebrazione). Preferisco le persone scettiche, perplesse, quelle che cercano un equilibrio con i loro dubbi. L’uomo è una bestia evoluta che ha bisogno continuamente di essere domata; e il primo domatore di te stesso sei tu.

Sì, ma non mi hai risposto: pensi di essere stato cattivo?

Non sta a me’ farmi o definirmi buono. Se “non dimenticare” è un sintomo di cattiveria, allora posso apparire tale. Poi credo che al mondo, esistendo miliardi di persone, sia preferibile offrire la possibilità di farti deludere o tradire per la prima volta da un nuovo incontro che una seconda da chi lo ha già fatto.

Fossi stato dall’altra parte della barricata, magari comunista, cosa avresti fatto? Te lo sei mai chiesto?

Ma io ho un’infinità di amici comunisti e anche negli anni peggiori non ho mai pensato a quella comunità con odio. Craxi poi, anche nei peggiori momenti, riusciva a cambiare la sua prospettiva e a porsi l’interrogativo, non retorico: “prova a metterti nei loro panni”.

Cosa non sopportavi di Craxi? Giampaolo Pansa, dalle colonne del Corriere della Sera, così scriveva di Bettino nel 1976: “Vanitoso. Incapace di autocritica. Con una concezione di sé troppo alta. Prepotente. Umorale. Impulsivo. Rancoroso. Vendicativo…” Ti ritrovi anche tu?

Ho avuto la fortuna di conoscere Pansa nei suoi ultimi anni (e anche la sua moglie, la dolcissima Adele Grisendi). Credo che quel tuo scaffale di aggettivi sia parziale. Nella memoria di Pansa, soprattutto in quello che ho incontrato io, si accompagnavano ad altri sostantivi e attributi di senso opposto.

Quali errori, tra i tanti, gli imputi?

Tra i tanti? Ti ascolto accogliente. Non voglio eccederti in modestia, ma io non mi permettevo di criticare Craxi; certamente non in pubblico o alla presenza di altre persone. Privatamente, sempre con il rispetto al suo carisma, si parlava. In sostanza – la riflessione lapalissiana sulla quale convenivamo – era che chi è al potere, e noi eravamo stati al governo del Paese, e lo perde, qualcosa avrà di certo sbagliato. Particolarmente se da quella situazione ne esce come il capro espiatorio e la messa a terra di ogni moralismo.

Tu non ti eri mai accorto che vi arrivavano grosse quantità di denaro?

Nei partiti “liberi”, quelli che gareggiavano liberamente in democrazia per prendere più preferenze possibili, si cercavano i finanziamenti e, di certo, ognuno non confessava all’altro i fondi che aveva raccolto. Se c’erano dei partiti dove il vertice non poteva proprio sapere erano quelli. Nei partiti del centralismo democratico, invece, era l’organizzazione che definiva l’ordine di elezione, provvedeva alle campagne elettorali; ecco, lì sì, era davvero improbabile che i dirigenti apicali non sapessero di ogni finanziamento illecito raccolto. Ricordo che il Psi aveva una struttura che costava circa 200 miliardi di vecchie lire all’anno, la Dc si diceva 500 e il Pci, circa 800. Ma se quest’ultimo fosse risultato davvero estraneo a quel sistema di sostentamento illecito, quando arrivò Tangentopoli, essendo rimasto totalmente estraneo a quella accusa, perché cominciò a dismettere sedi, chiudere sezioni, licenziare personale? Era forse crollato il mercato delle salsicce al Festival de l’Unità?

In verità il finanziamento illecito, in politica, è drammaticamente sempre esistito – “chi è senza peccato” s’informi dal proprio cassiere – ma è stato definito lecito o illecito a seconda dell’epoca e nella stessa epoca a seconda dei partiti.

Poi se si fosse indagato sul mondo ex comunista come si fece su di noi non si sarebbe arrivati a Botteghe Oscure, ma direttamente a Marx.

Ti sei mai chiesto, però, che sentimenti provassero tutti quegli imprenditori che, per restare puliti, decisero di non partecipare alla grande mangiatoia e, di conseguenza, lavorare e guadagnare molto meno? Ti sei mai messo nei loro panni?

Certo. Ti confesso che hai un lessico immaginifico. Proponi delle immagini, come “grande mangiatoia”, che non sono fastidiose per la sostanza della denuncia ma perché, spesso, la storia ci ha dimostrato che venivano utilizzate da chi quella “mangiatoia” la sognava per sé.

Descrivi un mondo da cartolina “criminale” che se fosse stato come lo rappresenti al solo sopraggiungere della “gente nuova”, degli onesti, avrebbe dovuto liberare energie, competenze, ricchezze bloccate da questo putrido sistema. Invece, trascorsi trent’anni, l’unico argomento che si oppone è quello del debito lasciatoci dalle classi politiche precedenti. Peccato che nel frattempo l’intero Paese sia stato svenduto e spolpato per tagliare quel debito che invece ha continuato a crescere rigoglioso e vigoroso come mai prima.

Non sto ovviamente facendo l’elegia di quel sistema, ma volevo solo segnalarti che quando si è troppo rozzi nell’inquadramento dei fenomeni, a volte si è in buona fede, e sono sicuro sia il tuo caso, ma nella quasi totalità delle situazioni non si ha minimamente contezza di cosa si stia parlando. Così si precipita nelle braccia di gente che non ha dimostrato di saper gestire una tabaccheria ma che ti spiega come farebbe il ministro dell’industria. Nel mondo poi esisterebbero anche le lobby e forme un po’ più moderne e trasparenti di sostenere le proprie simpatie politiche. Noi, al 2023, non siamo riusciti a regolare nemmeno il lobbismo. Ma abbiamo prodotto una serie di apnee democratiche, con governi tecnici, che avrebbero dovuto mendarci da quell’orrore per condurci in un mondo migliore.

Quando arrestarono Chiesa nel febbraio 1992, immaginavi che poi il sistema sarebbe imploso o, con Craxi, ridimensionaste il tutto a un mero episodio di cronaca locale, come lui fece, sbagliando di grosso, tra l’altro?

Credo che Tangentopoli sarebbe arrivata lo stesso: è iniziata con Chiesa, ma sarebbe nata comunque. È il nostro provincialismo che ci immagina ombelicali nei destini della storia. In realtà le Tangentopoli sono esplose contemporaneamente in tutta Europa: in Germania, con Kohl (poi tradito dalla sua delfina Merkel); in Spagna per González; in Francia con Bérégovoy (a cui seguì il suo suicidio; Mitterand era già pronto ad accogliere, in esilio, Craxi e fu proprio la morte del suo ex primo ministro a interrompere questa soluzione).

Quindi la domanda che dovresti fare: perché ci fu una Tangentopoli europea?

Perché parli di esilio e non di latitanza?

Perché l’esilio è sempre esistito nella storia e nella lotta politica. E, come scriveva Salvemini, “se ti accusano di aver stuprato la madonnina di Milano non ti rimane che riparare all’estero”.

Restiamo nei nostri confini: quale è stato l’errore più grande?

È sempre facile dire, dopo, cosa andasse fatto prima. Probabilmente nel 1989, con la caduta del muro di Berlino, si sarebbe dovuta affrontare la riforma della organizzazione dei partiti partendo dal lato più prosaico e materialista del loro funzionamento: il loro finanziamento. Si scelse invece la via più ipocrita, quella del continuare a convivere con un sistema opaco di contribuzione senza voler dichiarare quali fossero i reali costi di mantenimento delle organizzazioni vitali di un Paese democratico. Nel frattempo si procedette a depenalizzare i reati di finanziamento illecito che si erano consumati fino a quell’anno così da sanare la condizione più critica del principale partito di opposizione: il PCI (che dopo la caduta del muro premeva affinché quel capitolo venisse chiuso temendo “forse” le slavine provenienti dal disgelamento degli archivi, finanziari, dell’Est). E c’era una bella differenza tra i soldi che provenivano dal mondo atlantico, per la DC, o dall’imprenditoria italiana, prevalentemente il PSI, rispetto a quelli che arrivano dal Paese militare avversario al nostro: l’Unione Sovietica. Finanziamenti che quindi non venivano spontaneamente erogati da un’economia rigogliosa e libera, in cui facoltosi cittadini volevano condividere il loro benessere e profondere la loro ricchezza per liberare ed emancipare la cupa e schiavizzata società occidentale del “Belpaese”.

Anche se la provenienza dei soldi era diversa, sempre di illecito si parla, però… Sei per il mal comune mezzo gaudio?

Craxi in Parlamento non disse “tutti colpevoli nessun colpevole” ma: “tutti colpevoli” e basta. Sarebbe bastata una pernacchia o anche un semplice peto per distruggere quel momento retorico, ma il macigno di Damocle che pendeva sulle teste di tutto il parlamento tolse fiato alle ugole e, evidentemente, irrigidì gli sfinteri.

Oltre a Craxi, chi sono stati, secondo te, gli altri artefici del disastro socialista?

I socialisti che non si sono difesi dal giudizio e dal pregiudizio che, ancora dopo trent’anni, vive ovunque (anche un po’ nel tono delle tue domande).

Era chiaro che se non avessimo difeso il nostro passato, la nostra vicenda sarebbe stata ricordata come una vicenda criminale. E così è stato.

D’oltre parte se non proteggi la tua storia e sei così pessimista da non voler difendere il tuo futuro non puoi essere, contemporaneamente, così ottimista da sperare che qualcuno lo faccia al posto tuo.

Perché non difesero Craxi?

Forse per un errato calcolo utilitaristico: molti pensavano che, consegnando lui, tutto o molto si sarebbe arrestato. E invece arrestarono loro.

L’illogicità – che è compagna siamese del panico – non li faceva ragionare. Infatti molti, che erano state vere e proprie ombre di Craxi, avrebbero dovuto combattere strenuamente per la sopravvivenza politica del loro leader; perché se Craxi fosse diventato un fantasma, i fantasmi, notoriamente, non hanno ombre. E infatti scomparirono.

Fammi qualche nome su, non essere timoroso.

Ti ringrazio per l’incoraggiamento ma non ho bisogno di essere spronato.  

Semplicemente non ne ho titolo. Io ero un ragazzo che non aveva mai fatto una campagna elettorale e non aveva mai dovuto cercare i finanziamenti per sostenere le spese dei suoi uffici, dei suoi comizi, della macchina infernale che portava all’elezione di un candidato. Avevo cominciato quest’avventura politica a vent’anni e c’era ancora una vita davanti a me. Come potevo allora, e come posso ora, giudicare la condizione di adulti a cui stava crollando il mondo addosso? Questo, purtroppo, è un Paese capace di essere feroce e calvinista con il prossimo e indulgente e cattolico con sé stesso (e ha l’idea che il coraggio nasconda un potere retroattivo: viene dopo ma condona le codardie del prima).

Non ti chiedo di puntare l’indice contro qualcuno, ma omettere i nomi che, secondo te, hanno contribuito al disastro socialista, è un’operazione di onestà intellettuale oltreché storica… Non aver paura, Luca, a fare i nomi…

L’onestà intellettuale, io credo, sia un esercizio privato. Chi s’infervora intimandola al prossimo sovente sta schermando le proprie fragilità.

Ho provato a parlare e denunciare ciò che andava denunciato in anni in cui molti tacevano (e mi trattavano come un matto per affermazioni che, trent’anni dopo, sono diventate intercalari del vociare comune). Oggi, in tempi in cui tutti accusano tutti, preferisco tacere.

Prima di essere diventato un fervente craxiano, sei stato anche un fedele di Giuliano Amato; dico bene?

Giuliano Amato è stato uno dei miei primi mentori; mi ha formato politicamente crescendomi, politicamente, fino alla mia elezione di Segretario dei Giovani Socialisti. Fu lui a presentarmi Craxi nella fine del giugno del 1991. Avvenne al congresso di Bari – quello che la stampa etichettò della “canotta sudata” – due settimane prima della nostra assise giovanile di Bologna.

Ti deluse Giuliano Amato?

Per diversi anni, durante e dopo Tangentopoli, non ci furono più occasioni per incontrarci.

Perché non vi parlaste?

Giuliano era diventato Presidente del Consiglio su indicazione di Craxi (che propose a Scalfaro la terna di candidati: “Amato, De Michelis e Martelli, in ordine non solo alfabetico”). Poi Tangentopoli complicò il dialogo.

Cosa successe in particolare tra te e Amato?

Io continuai, anche negli anni successivi, a confermare a Craxi la mia riconoscenza per Amato, pur non frequentandolo più. Agli albori di Mani Pulite, quando il partito cominciò a scricchiolare, avevo scritto un pezzo per l’Avanti! su quella primavera di tradimenti che stava germogliando. L’articolo si concludeva con una frase, lapidaria, di Mark Twain: “Se raccogli un cane affamato e lo nutri non ti morderà. Ecco la differenza tra l’uomo e il cane”.

Il concetto, oggettivamente, non era molto ellittico e a rileggerlo risulta politicamente un po’ ruvido. Craxi però, divertito, mi cercò per chiacchierarne e sorriderne.

Negli anni successivi quando la tensione tra i due crebbe, e io condividevo, totalmente, le posizioni e le amarezze di Craxi, contemporaneamente gli ricordavo quella frase di Twain per cui comunque si rimane debitori di chi ti ha cresciuto. Valeva per Amato e sarebbe valso per lui. O ribaltiamola così: io non mi fiderei delle persone che disconoscono i loro formatori perché sopraffatti o distratti dalle loro coerenze singhiozzanti. 

Hai citato Martelli: non pensi che la delusione più grande, e non solo politica, Craxi l’abbia avuta proprio da Martelli? Cosa ti raccontava Bettino…?

Non credo. In Craxi, anche nel peggiore sconforto, prevaleva sempre una visione positiva anche verso coloro che altri avrebbero letto come nemici. Certo la soddisfazione di “percularli” rimaneva (basti ricordare le sue litografie: “Bugiardi ed extraterrestri” o “I becchini”). Ma, anche nella peggiore delle situazioni, rimaneva uno statista. Certo non era sovrumano e si concedeva quegli intercalari momentanei di sconforto e sfiducia terrena che ognuno incontra, ma erano veloci lampi sempre neutralizzati da una rilettura più tollerante dell’altro. O da una risata. Insomma: se poteva non giudicava (attitudine spiazzante in un mondo che non sembrava avere altro desiderio che giudicare lui).

Com’era la villa di Martelli sull’Appia Antica? Ci sei mai stato?

No. Ma non mi risultava trattarsi di un luogo di perdizione tardo imperiale. Credo che tra gli ospiti si annoverasse anche la presenza di Giovanni Falcone prima che, diventato martire, venisse trasportato d’imperio nel pantheon del politicamente corretto – non socialista – insieme al già militante del Fuan, Paolo Borsellino. Non è la prima volta che in Italia ti s’insulta da vivo per poi onorarti da morto. Con Craxi, si è impigrita anche questa inclinazione, e perseverano nello oltraggio postumo.

A vent’anni si capisce poco, o nulla, della politica e, soprattutto, dei politici. Cosa ti attraeva del partito socialista: il potere, i tanti soldi che circolavano, le troie del regime, per dirla con De André, o la visibilità?

Capisco che hai un problema con la politica e in particolar modo con i socialisti. Io vengo da una famiglia di socialisti. Donne socialiste, uomini socialisti: ostetriche, insegnanti, professori; tutta gente, semplice o più articolata, il cui programma poteva star scritto su un foglietto: “Far del bene alla gente, è tutto qui il socialismo, non c’è bisogno di altro” (e nella mia famiglia non sono mancati nemmeno i martiri, socialisti).

Le “troie”, per non perdere il tuo immaginifico quesito, le incontravo quotidianamente andando in ufficio a Posta Vecchia, nel centro storico di Genova (città di De André e anche un po’ mia). In campagna elettorale avendo loro “l’ufficio” su strada, con le saracinesche alzate e letto operativo al piano, non disdegnavano di esporre qualche garofano che gli regalavamo così da rendere più accogliente “il negozio” (ed erano delle analiste, dei movimenti umani e dei loro desiderata, più acute di tanti pretenziosi centri studi). Comunque, a guardare il quadro complessivo, quella delle meretrici, mi sembra una forza ancora attiva ed eterogenea nell’intero panorama politico e non solo (tanto nell’accezione maschile, femminile o pluriaccogliente). Ti confesso che provo una grande simpatia per chi, in totale libertà, gestisce il proprio corpo. Da amante di Cristo, penso che la Maddalena sia stata una figura centrale nella dimensione evangelica. E tra chi vende la propria carne e chi la propria anima, credo che i secondi compiano un guaio peggiore (soprattutto per l’accesso al cielo …).

Turati diceva: come sarebbe bello il socialismo senza i socialisti… Sei d’accordo?

Sicuramente i socialisti sono deficitari di organizzazione, perché sono anarchici, disordinati, sono “uomo” … ma i socialisti sono privi di quel cannibalismo ideologico che non gli permette di vedere nel proprio avversario una pietanza politica. E questa assenza di crudeltà, questo vegetarianismo sociale, può essere mortale (per chi non lo possiede).

E tu, stando nel giro craxiano, quali colpe ti addossi?

Il tuo pregiudizio nei confronti dei socialisti e di Craxi mi risulta quasi tenero, ha un non so ché di caricaturale. Parli solo di colpe. Torniamo a prima allora: ma se tu intervistassi leader che si sono fatti finanziare la loro vita politica, “democratica”, da carnefici, nemici militari della nostra alleanza, paesi che hanno privato di libertà e futuro centinaia di milioni di persone, che li hanno affamati mandando uomini e missili nello spazio ma non salsicce e burro sulla terra, che hanno tenuto in galera milioni di loro concittadini  per “dissenso” politico … ecco per i toni che riservi verso i democratici socialisti, a questi signori, complici e finanziati da tanta vergogna, che faresti? Ti presenteresti con un taccuino e un plotone di esecuzione? 

C’è stato qualche momento in cui ti sei vergognato di essere socialista, soprattutto dopo gli scandali che uscivano?

E ricominciamo con i tuoi giudizi. T’inviterei a usare con parsimonia il termine vergogna.

Antonio Ricci, il creatore di “Striscia la notizia” e molto altro, per dire vergogna ad un uomo si è dovuto inventare il Gabibbo per non far pronunciare da un uomo a un altro uomo quella parola.

Ti eri accorto che anche nel vostro partito giravano dazioni di miliardi? O dormivi in piedi?

Sì, come Rocinante, il cavallo di Don Chisciotte. Comunque me lo hai già chiesto prima.

Dai tuoi toni, riflessivi e dubbiosi, prendo atto che a questo punto il tuo non è un pregiudizio, ma il “Giudizio universale”. Ti rispondo che non solo mi ero accorto che il nostro partito percepiva dazioni illecite ma ero così vigile da aver intuito che quelle dei nostri avversari erano di gran lunga superiori alle nostre. Purtroppo, in quegli anni, eravamo carenti di giornalisti acuti e audaci come te capaci di domandare a quegli stessi come riuscissero a giustificare le loro incommensurabili disponibilità finanziarie.

Quale giudice del Pool di Mani Pulite hai stimato di meno? E perché?

Fai un po’ di confusione: il Pool era composto da magistrati inquirenti e non da “giudici” (che sono sempre magistrati ma, appunto, giudicanti). Non ho titolo per dare pagelle alla categoria che incarna un mestiere certamente difficile quanto necessario e fonte di polemiche sanguinolente (e irrisolte). Tornando a Mani Pulite è stato singolare comunque vedere alcuni pubblici ministeri che, dopo aver arrestato la vecchia classe dirigente e aver acquisito elementi di conoscenza sulla nuova, si sono candidati a sostituirle entrambe (pur avendo negato per anni – e ripetutamente – che questo sarebbe mai accaduto).

So che eri molto amico di Filippo Facci, poi avete litigato. Cosa è successo tra voi?

Non credo rilevi all’economia di questa intervista del mio rapporto con Facci. Considero Filippo un mio amico e non dimenticherò mai come si comportò negli anni più duri con me e per noi. E scrive in maniera straordinaria.

Ti ricordi chi furono i pennivendoli che, una volta crollato Bettino, cambiarono casacca e trombetta?

Non pochi. Ma la vocazione alla mobilità emotiva è una peculiarità dell’uomo, una sua miseria, slegata dal tempo, dal luogo e dalla dichiarata militanza. E in Italia è più attiva che altrove. Rimaniamo un Paese che, avendo visto tutto, crede a niente. Certo che se solo Dagospia fosse nato dieci anni prima avrebbe rappresentato una boccata d’ossigeno (invece aprì cinque mesi dopo la morte di Craxi). D’Agostino non era e non è un simpatizzante craxiano, ma è un uomo libero. Dagospia non esisterebbe se la maggior parte dell’informazione facesse il suo lavoro. Per questo esiste ed è più fresco e irrinunciabile della gran parte dell’infotainment italiano. Ma, purtroppo, allora non esisteva.

È vero che tra i grandi ingrati ci furono anche Carlo Ripa di Meana e sua moglie Marina?

Sono storie che ho sfiorato, ne so poco e ancor meno m’interessa parlarne. Si tratta di due persone, tra l’altro, che non sono nemmeno più su questa terra. Credo che ognuno abbia la meravigliosa possibilità di impostare la propria esistenza come vuole. Io faccio già fatica a inquadrare la mia.

Come mai, per diversi anni, hai scelto di fare il giornalista? Eri proprio disperato, Luca…

Diventai giornalista professionista nel 1994 e nell’arco dei successivi trent’anni ho continuato a scrivere un po’ ovunque. Alla fine degli anni ‘90, comunicazione per comunicazione, mi sono inventato produttore televisivo e con il mio socio e amico Andrea Olcese abbiamo dato vita al gruppo Einstein Multimedia arrivando a produrre in pochi anni cinquemila ore di prime time televisivo, a vincere cinque Oscar dei poveri (i Telegatti), e a organizzare uno dei più grandi concerti gratuiti mai realizzati in Italia, cioè la tappa italiana del Live 8 del 2005.

Quando Craxi scappò ad Hammamet, cosa pensasti? Ma cosa fa? Dove se ne va?

Da socialista, sposai la sua decisione, anche se non eravamo in molti a pensarla così. Un socialista mette al centro dell’esistenza l’Uomo, il suo rispetto, la sua tutela, la sua sopravvivenza. E, per coerenza logica, deve lottare per la difesa della sua libertà e dignità.

Non pensi, piuttosto, invece, che Bettino sia stato vittima dei suoi errori, al di là dei numerosi nemici che aveva intorno?

Errori li compiamo tutti. Anche i grandi leader. È bizzarro però vedere come persone che non si sa quali esperienze e competenze possiedano, s’impancano a spiegare come andrebbe governato il mondo.

Non vorrei sembrarti tedioso, ma le parole degli uomini, le tue incluse, risultano più efficaci se si percepisce che sostengono ragionamenti aperti alla verifica della reciprocità, biunivoci, simmetrici. Tu hai diritto a essere perfido verso i socialisti e se ti rasserena anche offensivo e ossessionato. Però dovresti applicare lo stesso metodo verso tutti gli attori della scena.

Spesso, munito di telecamerina, lo riprendevi nella sua routine tunisina. Insomma, non lo mollavi mai… Ti chiedo: vedevi in lui una sorta di padre?

Ho avuto la fortuna di avere un ottimo padre e non ho mai sentito la spinta a cercare sostituti.

Sì, quando ero ad Hammamet passavo, se possibile, ancora più tempo con Craxi. Vivevo a casa sua. Non rappresentarmi come uno stalker; ero un compagno d’armi.

Come mai tanti socialisti, o sedicenti tali, hanno sentito la necessità di abbracciare Silvio Berlusconi, che con il Psi non c’entrava assolutamente nulla? Il “tengo famiglia” albergava anche tra di voi…?

È molto semplice: molti non riuscivano ad andare nelle braccia di quelli che consideravano i loro carnefici. Per cui non “tenendo cooperativa” o altri salvagente di sopravvivenza si sono aggrappati a chi li accoglieva.

Diciamo che i primi respingimenti nella seconda Repubblica hanno riguardato i socialisti.

Beh, però, Berlusconi ha garantito a tanti socialisti una carriera e reddito importanti…

Ma tu di qualunque dimensione politica e sociale hai solo una lettura di tipo fiscale?

Pietrangelo Buttafuoco, sul Fatto Quotidiano, ha scritto di te: “A Luca Josi gli cerco sempre un punto, una bruciatura, uno sbrego sulla pelle. Precisamente sul dorso della mano destra. Dovrà avercela ancora, chissà…” Cosa voleva dire?

È un episodio degli anni ’90. I giovani del Msi, Fronte della Gioventù, avevano occupato lo slargo di via del Corso 476, dove si trovava la sede del PSI, per una loro manifestazione di protesta contro i socialisti (avevano la fiamma nel logo ed erano focosi; peccato che meno di dieci anni prima, Craxi, fosse stato il primo leader a sdoganare il loro segretario coinvolgendolo nelle consultazioni di governo).

Quando dopo alcune ore si allontanarono la strada rimase sommersa da migliaia di false banconote con la faccia di Gianni De Michelis. Essendo votato al civismo estetico – ho una bassissima tolleranza verso vandali, writer, devastatori di arredo urbano e spazi comuni – scesi in strada e, con altri ragazzi, provvedemmo a ripulire la via.  Non essendoci nei dintorni cestini o cassonetti della spazzatura ebbi la felice idea di riportare al mittente quei giganteschi sacchi di rumenta. Giunti alla loro sede di via della Scrofa, attuale sede di Fratelli d’Italia, entrammo tranquillamente nel palazzo nonostante la presenza dei carabinieri all’ingresso. Dicemmo candidamente la verità: “dobbiamo riconsegnare dei materiali”. Arrivati al piano, suonai alla porta e il malcapitato che aprì fu travolto da quella montagna di banconote che rapidamente catapultammo all’interno dell’ufficio.  Mentre ci precipitavamo giù dalle scale sentivamo l’inconfondibile, tonante, voce di Storace che inveiva inseguendoci.

In strada ci fecero fermare dal posto di blocco per identificarci. Fu lì che Storace, immagino per provocare una mia reazione, decise di spegnere la sigaretta che stava fumando sul mio polso; il tutto di fronte ai Carabinieri. Questi ultimi, impietriti e con il mitra in mano, non fecero una piega mentre io, trovandomi all’aperto, non volevo apparire illiberale negando al mio interlocutore il diritto al fumo.  Da lì nasce la bruciatura che Buttafuoco cerca. Con Storace, mesi dopo, ci rincontrammo per caso, una sera, per strada. Fu molto affettuoso e mi presentò, ai suoi prossimi, come un “vero camerata”. Immagino rappresentasse un complimento.

Dalla tua esperienza politica, per certi versi disastrosa, hai tratto qualche insegnamento?

Ancora … Ma se la mia esperienza, di socialista, la ritieni “per certi versi disastrosa”, quando ti rivolgi a degli ex totalitaristi come li chiami? Antropofagi?

La lezione che ho colto sta proprio nell’acredine delle tue domande. Trasudano una tale sfiducia e una tale ruvidezza che dimostrano come, con la scusa di condannare la barbaria, tutto si sia imbarbarito. D’oltre parte i moralisti, vengono regolarmente massacrati nella storia da moralisti più moralisti di loro perché “c’è sempre un puro, più puro che ti epura”.

Dopo le perquisizioni in via Boezio, hai temuto anche tu di finire nelle patrie galere?

Continui con le tue figurazioni inquietanti. Io ero tranquillo, sapevo di non aver fatto nulla, ma avevo stampato in mente quel libro di Turi Vasile la cui tesi era: “male non fare, paura avere” (perché sono proprio le persone non attrezzate alla cattiveria le più scoperte e permeabili ai trucchi e alle perversità di chi la frequenta). Quando ci fu la perquisizione nella nostra sede di Roma io ero a Milano, interrogato da Davigo come testimone in ragione del fatto che avevo consegnato in Procura il passaporto che la stessa riteneva alterato o falsificato (si scoprirà che era solo annacquato …). Essendo testimone, non potevo nemmeno usufruire del sostegno dell’avvocato. La performance giudiziaria, che mi pare durò dalle otto di mattina a quelle della sera, terminò con un’uscita in un Palazzo di Giustizia deserto al suo interno e con una pattuglia di giornalisti collegati per i telegiornali della sera, all’esterno, smaniosi di capire di cosa si fosse parlato. Rilasciai solo due dichiarazioni: la prima che “ero un craxiano di ferro”; la seconda che “ero stato interrogato per traffico illecito di socialismo”.

Come hai saputo della morte di Bettino?

Ero a Roma, nel mio ufficio di produzioni televisive. Lo seppi nel modo più sciatto: da un telegiornale… Mio padre, che era un socialista lombardiano, quando vide i funerali in tv, mi disse: ma perché non sei andato? Gli risposi che ero appena tornato da Tunisi.

Filippo, Facci, scrisse di quelle giornate un racconto indimenticabile.

Io, ormai, erano alcuni mesi che avevo lasciato Hammamet.

Rimane di quel mio distacco una lettera che gli inoltrai per motivare la mia scelta. Qualche pagina, forse prolissa, ma era difficile concentrare e fare una riduzione di quegli anni in poche righe.

Craxi mi rispose con una sua, che conservo, e che per me vale una vita.

Cosa ti rispose, in sostanza?

Mi rispose.

Perché hai deciso di allontanarti?

Perché era giusto così: era finita un’epoca, un ciclo della mia vita.

Dalla tua biografia, deduco che tu sia stato più fedele a Craxi che alle donne. O mi sbaglio?

Su Craxi non mi sono proprio posto il problema della fedeltà…

Deduco, allora, che sei stato più infedele con le donne…

Nella vita giovanile ho fatto ragionevoli guai … Se esiste un Dio, speriamo sia misericordioso…

Laura Paglieri, Luisa Todini e, oggi, Allegra Scattaglia, sono state le donne che ti hanno accompagnato. Chi è chi ti fa fatto veramente crescere e diventare, nel bene e nel male, quello che sei oggi?

Allegra è la mia vita, ed è stata la persona che più mi ha aiutato anche in anni non semplici.

Chi volesse, liberamente, sostenere questa piattaforma, e renderla ancora più libera
anche di girovagare per l’Italia, da oggi può…!

A Vanity Fair hai detto: “Nelle mie tante vite ho subito ingiustizie profonde…” Ce ne racconti alcune…

Preferisco di no; le ho subite, ma da buon ligure, non le ho né dimenticate né accantonate. Sono lì sullo scaffale della memoria e le spolvero con regolarità. I liguri, in un modo o nell’altro, il conto lo presentano sempre (non fosse per non smentire i luoghi comuni sulla loro parsimonia). Come mi ricorda un mio geniale concittadino il collegamento più breve tra due punti, nello spazio, è la retta; in Italia, secondo Flaiano, l’arabesco; a Genova: la fattura. E vale soprattutto verso i furbi e gli impuniti.

Hai sempre questo sguardo malinconico, nelle foto mai un sorriso, un moto di calore… Come mai?

Un tempo sorridevo di più, ora sono più consapevole…

Di cosa?
Che il mondo è meraviglioso, ma nel ballo distonico delle varie Belle Époque, non mi ci ritrovo. Preferisco un po’ di pudore e di solidarietà in sintonia con chi ha ben poco per cui danzare. Poi, se il mondo ha di che ballare ed è felice … io lo sono per primo. E mi sorride il cuore

6 commenti su “LUCA JOSI, UN CRAXIANO TUTTO D’UN PEZZO…!”

  1. Questa intervista, le risposte di Luca Josi mi fanno sorridere il cuore. L’intelligenza di Josi mi fa sperare nell’animo umano!

  2. Gianfranco Compagnon

    Luca molto bravo. Me lo ricordo nel 1991nel congresso provinciale di Udine. Il giornalista esce con le ossa abbastanza rotte

  3. Josi conferma che vi fu diaspora socialista, nulla dice del ruolo del tycoon di Arcore e fa trapelare che non condivise gli atteggiamenti di Giuliano Amato ed in misura minore anche di Martelli. Dopo l’esilio di Hammamet parrebbe di capire dal contenuto dell’intervista che Amato e Martelli avrebbero dovuto ritirarsi nelle retrovie in luogo di avviare un percorso disgiunto dal passato. L’intervistatore non menziona la frangia di socialisti come Bassanini: casualità o intenzionalità?

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