Il mio primo “contatto” con Marco Molendini risale al 2018, quando, sulle pagine del Messaggero, comparve un suo resoconto a proposito della vita, leggendaria e tormentata, di Eric Clapton. Pur condividendo poco il contenuto e i commenti dell’articolo, in specie quelli di Carlo Verdone, suo partner d’eccezione, finalmente – mi dissi – qualcuno in grado di parlare di musica vera, e senza riverenza alcuna. Quando, poi, Molendini, tra i pochissimi, ebbe il coraggio e l’onestà di stroncare (su Dagospia) – ed era ora! – i Maneskin, elogiati fanaticamente e immeritamente da torme di giornalisti mediocri e ruffiani, pensai che, prima o poi, anche lui dovesse entrare nella galleria di www.perfideinterviste.it
Ma Il tempo, le occasioni, e forse, la perseveranza, tardavano ad incastrarsi, così come l’intervista. Tornato dalle vacanze agostane, mi accorgo, tra i banchi di una libreria, nel caotico quartiere del Testaccio, che la Minimun Fax ha licenziato il suo “Sotto il sole di Roma” – di Marco Molendini per l’appunto – un memoir sugoso su una Roma che non c’è più. Il libro non delude: si deliba. Cerco, allora, subito il suo contatto.
Ci incontriamo in un circolo della Capitale, dalle parti del quartiere Flaminio, circondati da tennisti o presunti tali in cerca di svago dallo stress di questa insopportabile e per nulla accogliente città.
Registriamo circa 50 minuti di chiacchierata: Molendini è proprio come la sua scrittura: per nulla logorroico, è secco, leggero, diretto, poco propenso ai ghirigori e ai ricami; non si lascia andare a facili entusiasmi, evita il pettegolezzo (ma ne avrebbe a iosa da raccontare, secondo me) conserva un certo distacco, forse anche da sé stesso.
Pur non essendo feroce come Ruggero Guarini, suo compagno di penna dalle parti di via del Tritone, quartier generale del Messaggero, a differenza di tanti suoi colleghi, trasformatisi in portavoce, o, peggio ancora, reggi-microfono, conserva ancora quella vis polemica che, oggi, sui giornali è diventata merce molto rara…
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Marco Molendini, nel suo libro “Sotto il sole di Roma”, scrive: “Fregene è un paradiso…” Basito, le chiedo: come mai quest’amore così folle e viscerale verso uno dei luoghi più brutti vicino la Capitale?
Abbiamo gusti diversi. Fregene, negli anni Settanta, era un luogo piacevolissimo, ancora selvaggio, incontaminato. Non appena si aveva voglia di mare, si prendeva l’Aurelia e si andava a Fregene a mangiare le telline, che oggi non ci sono più…
Un po’ poco per definirla “paradiso”…
“Opinioni”
Le sue origini sono bolognesi… Che ricordo ha della sua adolescenza?
Le mie origini sono relativamente bolognesi perché sono andato via da Bologna che ero bambino. Ho vissuto diversi anni a Napoli, dove ho fatto le scuole elementari; poi, con i miei genitori, ci siamo trasferiti a Roma. Direi che mi sento romano a tutti gli effetti. Bologna l’ho conosciuta, e bene, andandoci più che altro per lavoro…
Non le sarebbe piaciuto vivere a Bologna…?
No, assolutamente! Ho sempre trovato Roma, soprattutto negli anni della mia gioventù, più stimolante e interessante…
Come mai ha passato tutta la vita al Messaggero? Pigrizia, paura dei cambiamenti, o nessuno la voleva?
Non lo so se nessuno mi volesse. Come racconto anche nel libro, non è che avessi proprio il sacro fuoco del giornalista. Non mi svegliavo la mattina sognando di fare il giornalista. Tutto è avvenuto per caso, e al Messaggero mi sono trovato bene perché sono riuscito a trovare subito il mio spazio. Dopo aver fatto diversi anni nella cronaca – fondamentale per imparare gli strumenti della professione – mi sono buttato nella musica e spettacoli, e lì ho trovato la mia vera dimensione.
Qual è stato il peggiore direttore che ha avuto, lì, dalle parti di via del Tritone?
Ce ne sono stati alcuni…
Nomi?
Io, personalmente, non ho avuto rapporti difficili anche perché, stando agli spettacoli, ero abbastanza innocuo…
Non faccia il pavido… Ci sarà stato qualcuno che l’ha delusa…
Bah, forse Paolo Graldi… La sua direzione è coincisa, probabilmente, con l’inizio del declino del giornale, e a perdere la sua forza…

Nel suo libro passa in rassegna numerosi giornalisti che, nei decenni, hanno affollato la redazione del Messaggero; eppure, pochi hanno lasciato veramente il segno nel firmamento del giornalismo. Cosa è mancato al quotidiano romano per diventare davvero un grande giornale?
Il giornale è sempre stato molto romano, nel suo modo di essere ed esprimersi; solo con i Ferruzzi si era cercato di rendere il quotidiano nazionale. Non sono d’accordo con lei quando dice che non abbiamo avuto grandi giornalisti. Se mi guardo intorno, ce ne sono stati che poi hanno fatto carriera…
Beh, a parte Anselmi…
Anselmi era già affermato perché veniva dal Corriere. Pietro Calabrese è stato un grande giornalista. Al Messaggero ha fatto un buon giornale…
Ma di Calabrese non si ricorda nulla di quello che ha fatto… Ci sono giornalisti che lasciano il segno quando scrivono…
Ma, sa, Pietro era un ottimo organizzatore. Aveva un’idea chiara di giornale basato su un bel connubio con la città, rendendo il Messaggero frizzante, vivace, brillante…
A cosa si deve il provincialismo cronico del suo giornale?
Non so se è provincialismo…
Per essere il giornale della Capitale, avrebbe dovuto essere un giornale nazionale, autorevole…
Sì, la parola giusta è che non è riuscito ad essere autorevole… È sempre stato troppo contiguo con i palazzi del potere e poco indipendente…

Per anni ha seguito uno dei più noiosi e mediocri carrozzoni italici, ovverosia il Festival di Sanremo: non sarebbe stato meglio abolirlo una volta per tutte?
E come si fa ad abolirlo? Con un decreto? Viene fatto perché c’è una motivazione commerciale dietro…
Se avesse il potere, lo abolirebbe?
Io posso farne tranquillamente a meno… Gli ultimi anni, pur dovendolo seguire per lavoro, facevo davvero fatica: troppa noia e troppa ripetitività…
Come mai, secondo lei, riesce a calamitare milioni di tele morenti, per dirla con Dagospia?
Perché ci sono. I telemorenti, termine in realtà coniato da Gianni Boncompagni, sono gli spettatori passivi, che subiscono la programmazione senza avere neanche la forza di prendere il telecomando e cambiare canale.
Si ricorda l’edizione più brutta che ha vissuto e raccontato?
Bella, la lotta! Le ultime che ho fatto, quelle con Amadeus conduttore, sono state le peggiori .
Chi comanda a Sanremo? Le case discografiche, o gli agenti di questi pseudo cantanti?
Le case discografiche contano poco, pochissimo. Il business della musica oggi è gestito dalle multinazionali che organizzano i concerti, i live.
Sono loro che impongono i cantanti?
Sono loro che comandano, perché Sanremo è una vetrina. Le leve del business è tutto nelle loro mani…
Quante marchette ha dovuto scrivere per tenersi buoni gli artisti di cui, poi, raccontava gesta, follie…?
Personalmente, non funzionava così.
Ci vuole dire che è immacolato?
Ho cercato di fare il mio lavoro con una certa dignità.

Nelle sue memorie ha parlato delle trans che, già negli anni Ottanta, popolavano il quartiere Flaminio… A lei sono mai piaciute, le trans?
No, però mi ricordo che passando dal Flaminio, notavi delle sventole pazzesche, e c’era una fila di clienti e curiosi, che intasavano viale Tiziano…
Mai avuta una curiosità per una trans? È mai andato a trans?
No!
Che rapporti ha avuto con il sesso? Morigerato, compulsivo?
Un buon rapporto: le donne mi sono sempre piaciute…
E’ stato fedele nella sua vita?
Non sempre…almeno finché non ho trovato la compagna giusta.
Se n’è poi pentito?
No, perché non ho avuto un’educazione che mi abbia instillato il senso di colpa.

Nel suo libro, con una certa nostalgia, ricorda l’Estate Romana di Nicolini: non pensa che il festival dei poeti, in quel di Castel Porziano, sia stata una pagliacciata assoluta?
No, per niente. La città aveva di bisogno di questa ventata di freschezza e fantasia, anche perché venivamo da anni bui, sanguinosi, a causa del terrorismo…
Cosa c’è stato di memorabile? Nulla!
Non sono d’accordo… Se lei guarda il documentario di Andrea Andermann, ripresentato di recente al Festival del Cinema di Roma, vien fuori un bel ritratto di come si era, ci si comportava, quali erano i sogni e i desideri e le ambizioni di quella generazione.
Chi l’ha emozionata di più? La musica o le donne?
Entrambe…
In un mondo, come quello del giornalismo e del piccolo schermo, affollato di sicofanti e mediocri pronti a pugnalare, chi sono, oggi, i suoi amici?
Ho degli amici, pochi, che stimo e a cui voglio bene. Delle pugnalate non me ne frega nulla anche perché non sono mai stato un carrierista. Per carattere, non ho mai cercato lo scontro…
… Per pavidità o paura?
No, penso più per menefreghismo.

Da dove nasce la sua ossessione per il jazz?
All’età di dieci anni circa, mi sono trovato in casa dei dischi di musica jazz di artisti giganti, e ne sono rimasto affascinato. Più che un’ossessione, un vero piacere, direi…
Qual è stata l’edizione dell’Umbria Jazz più bella? Se la ricorda?
Le prime edizioni degli anni Settanta sicuramente, e, poi, quella del 1987, segnata dalla collaborazione di Sting con Gill Evans e la sua orchestra…
BB King l’ha mai visto?
Sì, certo, anche a Umbria Jazz. Ma la prima volta in assoluto che l’ho ascoltato e visto da vicino è stato a Pistoia, in una notte fantastica di blues con Muddy Waters, Fats Domino ed Eric Clapton…
Quali sono stati i cantanti italiani permalosi, refrattari alle critiche, a causa delle quali i rapporti erano difficili?
“Tutti sono sensibili se non refrattari alle critiche”.
Carlo Verdone, nel raccontare insieme a lei sul Messaggero, il documentario autobiografico su Eric Clapton, ha detto questa colossale sciocchezza: metto Slowhand al quarto posto nella classifica dei migliori chitarristi di sempre, dopo Hendrix, Page e Beck… È d’accordo?
Che Jimi Hendrix sia stato il più grande, non penso vi siano dubbi…E Eric Clapton è un gigante. Poi, sa, le classifiche lasciano il tempo che trovano, sono molto personali. Io, ad esempio, amando il jazz, avrei inserito anche Wes Montgomey.
Verdone e De Gregori, due romani intoccabili e sempre venerati dal Messaggero, da anni, ormai non ne azzeccano più una, sui film e sulle canzoni… Come mai, secondo lei? È solo l’età?
Tendenzialmente ci si esprime al massimo alle proprie potenzialità quando si è giovani. De Gregori canta ancora bene e fa benissimo a proporre le canzoni che vuole; Verdone è da diversi anni che non fa film, ma la sua serie – Vita da Carlo – è godibile…
Niente di che, Marco, noiosa…
Beh, rispetto a quello che si vede, è graziosa…
Cosa non sopporta di Verdone?
Mi piace molto, anche se a volte è troppo buono!
Vabbè, è una santificazione…
No, è una presa d’atto di un artista di talento, a volte scorrendo sui social ci sono suoi interventi e racconti esilaranti.
Spesso il buonismo nasconde la ferocia.
E quelli che sono feroci senza essere buonisti, non sono peggio?

Come mai fate fatica stroncare… Di cosa avete paura?
Le generalizzazioni lasciano sempre il tempo che trovano. È vero, però, che i giornali non vogliono più fare stroncature, si limitano a presentare…
È un dramma…
Certo. È una scelta, assolutamente discutibile, anche perché il panorama diventa sempre più deprimente…
Tutti raccontano che Lucio Dalla fosse un bugiardo patologico… È vero?
Assolutamente sì… Ma la bugia era la sua cifra artistica. Un giorno, ricordo, doveva mandare un pezzo al giornale. Passano le ore e di Lucio nessuna traccia: sparisce. Chiamo il suo agente e gli chiedo notizie: ma Lucio che fine ha fatto? Dopo qualche ora Dalla si fa vivo: scusa, Marco, scusa, ma si è bruciata la mia macchina a Piazza Augusto Imperatore. Una balla evidente. Era così…
È stato il più grande, secondo lei?
Tra i cantautori, sicuramente il più originale…
Quello più commerciale?
Forse Venditti, proprio per una sua capacità di essere popolare.
E ruffiano?
Tutti gli artisti sono un pò ruffiani. Cosa altro è la ricerca del consenso? Se vuoi fare la popstar e stare sulla cresta, un po’ di ruffianeria serve sempre. Forse l’unico che si è sempre smarcato da questo tipo di atteggiamento è Francesco De Gregori…
Anche Vasco Rossi ricorre alla ruffianeria?
Conosce l’umore del popolo come pochi. E riscuote un consenso fuori misura anche per quel suo modo di cantare da fine dicitore: sa dare peso alle parole…
E Battiato, l’ha mai stroncato, uno dei venerati maestri?
No, mai: se avessi criticato lui, agli altri cosa avremmo dovuto fare…? Di Battiato mi è sempre piaciuto tutto! O quasi.

Quante responsabilità avete avuto nell’aver pompato un gruppo assolutamente modesto e dimenticabile come i Maneskin?
Io non li ho mai pompati, anzi, più volte mi è capitato di stroncarli ( visto che stronco?)… Ho sempre nutrito molti dubbi sulle loro capacità e sulle frasi roboanti che si sentivano in giro…
… Tipo?
I Maneskin reinventano il rock… Tutto esagerato.
Li ha stroncati su Facebook o su Dagospia… Al Messaggero gliela avrebbero concessa questa libertà?
Su Dagospia, su Facebook, nelle interviste. Certo che al Messaggero avrei potuto stroncarli in piena libertà.
C’è stato qualche artista che l’ha deluso?
Più che deluso, non mi ha mai convinto Ligabue! Non penso abbia una gran voce e la qualità delle sue canzoni la considero piuttosto piatta. Le sue adunate a Campovolo – noiose, per me – mi sono sembrate sempre esagerate per un cantante così elementare …

Quando arriva Caltagirone e caccia letteralmente un direttore veramente libero come Anselmi, tutto cambia dalle parti di via del Tritone, o mi sbaglio?
Non si sbaglia; quando Caltagirone acquista il giornale, l’aria muta, e in peggio. Anselmi aveva fatto un bel giornale, rimettendo a posto anche i conti, disastrosi…
È soffocante, Caltagirone?
È un proprietario che pretende, nella fattura e cottura del quotidiano, che si facciano e difendano solo i suoi interessi.
Rimase sconcertato, quando solo dopo tre mesi, il nuovo direttore, Alessandro Barbano, venne letteralmente cacciato?
“È stato uno dei più veloci licenziamenti dell’editoria mondiale”.
Quando la Montedison compra il giornale, come scrive anche lei, arrivano soldi e mania di grandezza infinite… Aveva capito che la cuccagna sarebbe presto diventata tragedia?
È quando i Ferruzzi comprano la Montedison che per noi è cominciata la cuccagna. Al giornale c’erano dubbi su questo “spendi e spandi” senza alcun tipo di controllo. Quando il salotto buono della finanza decise di farli fuori…
… Addirittura?
Sì, certo, perché avrebbero potuto tranquillamente salvare il gruppo. Ma, siccome Gardini aveva pestato i piedi del sancta sanctorum della finanza, le banche chiusero tutte le linee di credito facendo saltare il banco…
Ma le inchieste misero in luce corruzione…
Era ovvio che corrompessero… Ogni grande gruppo finanziario e industriale sa perfettamente che, tra gli strumenti per farsi largo, i soldi sono un ottimo mezzo per oliare certi meccanismi.

Quando ha capito che il suo tempo al Messaggero era finito?
Non lo so se fosse finito, so per certo che non ne potevo più! Mi ero stancato e i criteri con cui si faceva il giornale non mi soddisfacevano più…
Della coppia Castaldo – Assante ha mai invidiato la notorietà, il successo, o il giornale per il quale scrivevano?
Con Gino ed Ernesto siamo stati amici da sempre. La loro competenza non c’è dubbio che sia stata aiutata dal peso editoriale di Repubblica, però era inutile essere invidiosi; anche noi (parlo anche per Zaccagnini e Zampa) abbiamo avuto le nostre soddisfazioni.
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Abbagliato dalle sirene corruttrici e avvolgenti e dolci della Capitale per decenni, oggi so che lei non vive più a Roma… Si sono spenti gli afrori della lussuria e della curiosità…? O non riconosce più questa città?
Non ero abbagliato da nulla. Semplicemente amavo vivere a Roma perché la trovavo interessante e stimolante. Piano piano, la città è cambiata e gli stimoli, mano mano, sono venuti scemando.
Cosa fa nella campagna toscana? Il monaco? Il contadino?
No, per niente. Scrivo libri, insegno all’Accademia di Arte Drammatica, ho scritto per la Treccani, collaboro a Umbria jazz. Non mi fermo di certo…
Leggendo i suoi articoli e il suo ultimo libro quello che mi è parso mancare è un certo furore e slancio emotivo in quello che ha raccontato e visto… Mi sbaglio?
No, non sbaglia per niente. Ho voluto essere così perché mi piace raccontare con un distacco ironico dalle cose viste e vissute. Penso che sia questo il motivo per cui il libro è stato accolto così bene. E poi, sarebbe stato ridicolo fare un monumento a me stesso!
Ha mai avuto momenti di sconforto nella sua vita?
Facendo gli scongiuri, diciamo che sono stato sempre molto fortunato…

