Giancarlo Dotto

Nelle quasi due ore trascorse nella sua casa, in Prati, a poche centinaia di metri dal Tevere, nel cuore del Foro capitolino, Giancarlo Dotto è parso ai miei occhi come un corsaro. Ancor prima della scrittura e della parola, un corsaro della vita. La sua esistenza non è mai stata lineare, piatta, geometrica, scontata, tutt’altro. E mi sembra, per quello che ci siamo detti in questa confessione, che Dotto, nell’ottovolante della vita, non se la passi affatto male. Anzi. A parte le origini (venete), il colore del suo viso, il modo di camminare, la malinconia, il carattere e una certa indolenza, mi sono sembrati levantini, proprio come levantino era il suo Maestro, indiscusso, amato e “odiato”, Carmelo Bene.

Teatro, sport, televisione, giornali, sono stati i suoi territori esplorati e vissuti, alcuni dei quali visceralmente, a suggellare una sorta di nomadismo intellettuale. La voracità e curiosità, probabilmente, così come la paura della miseria, sono stati le molle che gli hanno permesso di uscire dall’anonimato e dagli stenti, marchi di fabbrica quasi sempre ineliminabili negli Ultimi. Seguire le traiettorie esistenziali di Dotto, nella nostra chiacchierata, è stato facile e difficile allo stesso tempo; facile perché la sua franchezza e onestà intellettuale le ho trovate rare oltreché preziose; difficile, invece, per via dei suoi impervi, tortuosi giri esperenziali.

Tenerlo inchiodato su una sedia a divagare, ricordare, assemblare pezzi della sua memoria –  a volte flebile, altre vivida – , è stato, per me, un modo di tenere viva e alta la concentrazione. Nella penombra della stanza, resa luminosa soprattutto da centinaia di libri, la mia sfida era quella di non perdermi le parole di Dotto, il quale, come una macchina a diesel, e dopo qualche minuto di lento rodaggio, non voleva saperne più di rallentare la carrellata della sua storia. Ma aggiungere altro, sarebbe superfluo. Meglio far parlare, ora, questo torrenziale e mai banale corsaro. Le sue riflessioni non lasceranno indifferenti.

                                                                       F.M  / francesco.melchionda@tiscali.it

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Fotografie di Marco Parisi

Giancarlo Dotto, da tempo, ormai, leggo le sue interviste, e sul Corriere dello Sport e su Vanity Fair. Se non erro, però, la sua carriera, inizialmente, aveva preso un’altra strada, quella del teatro. Ci può raccontare i suoi inizi?

Negli Anni Settanta Roma era un grande laboratorio creativo a cielo aperto, cantine, soffitte e buchi maleodoranti trasformati in luoghi di forsennate sperimentazioni teatrali. In quel contesto ognuno poteva immaginare di trovare il suo posto all’umido. Cominciai facendo l’attore per Valentino Orfeo. l miei primi ruoli? Un improbabile brigante del meridione e un più credibile untuoso cardinale. La mia carriera di attore finì con una parodia in rosa del celebre assessore Nicolini, l’artefice dell’estate romana. In scena con un abito rosa, ogni volta che parlavo facevo cadere su di me una pioggia di coriandoli. Anni generosi, ci si amava, ci si sballava. Nel mio caso recitare era un paradosso miracoloso, fino a 20 anni quasi non potevo parlare per un grave disturbo della parola. Ero un balbuziente grave. Emettevo suoni incomprensibili.https://www.youtube.com/embed/Q_WjWSex7Lk

Carmelo Bene è stato, nel mondo del teatro, il suo mentore. Com’è nata la vostra collaborazione?

Ero uno studente di Lettere, senza fissa dimora e senza grandi prospettive, studente universitario senza troppa convinzione. Proposi al mio relatore, professor Marotti, una tesi sul teatro shakespeariano di Carmelo Bene, “Il Principe dell’assenza”. Pochi mesi dopo la laurea mi arriva una telefonata di Bene, che per me era una specie di mostro mitologico anche minaccioso. Mi da appuntamento al teatro Quirino, dove stava provando il “Pinocchio”. Vado con tutti i tremori del caso.  Aveva in mano due libri, erano la mia tesi pubblicata dall’editore Giusti di Firenze, una delle quali in oro. Dopo mezz’ora: mi fa: “Vai in teatro e dirigi le prove degli attori”. Dopo un’ora, al bar: “Che fai nella vita?”. Avevo vinto un concorso in Rai, una fortuna indicibile per uno sbandato, ragazzo padre, balbuziente, che sbarcava il lunario facendo lo scaricatore allo scalo merci di San Lorenzo. “Che cazzo fai? Vuoi perdere la tua vita in quel baraccone! Parti con me in tournée col Pinocchio”. Mandai la disdetta alla Rai e partii.

Nel frattempo sei guarito dalla balbuzie…

Un miracolo abbastanza inspiegabile. Feci alcune costose terapie pagate da mia madre con i suoi magri risparmi. Soldi buttati. Ero un ragazzo molto avvenente. Quando stavo con le ragazze nella posa del seduttore le parole mi uscivano fluenti e copiose, come farfalle che evadono da una gabbia di filo spinato. Parlavo per delle ore, Diventavo un logorroico micidiale. Stremavo le ragazze con le parole. Le più insensibili di loro mi mollavamo per questo. Evidentemente ho trasformato il mondo, dove ho potuto, in un gigantesco harem di belle ragazze, nessuno escluso.

GD insieme a CB (credit: Luisa Viglietti)

Eravate amici, se amici si poteva essere, con Bene?

Rapporto bellissimo e divorante.  Ovviamente burrascoso e inesorabile come tutti i rapporti veri di Carmelo. Carmelo era un magnifico forsennato. Dormiva di giorno, dopo essersi imbottito di sonniferi, e viveva di notte. Con lui non c’era tregua, si stava sempre sull’ottovolante. Non ci si annoiava, ma ti consumava. Carmelo ti portava sempre al limite, negli atti e nelle parole. Era una sfida permanente. C’è stata grande intimità tra noi. Ci siamo stretti la mano pochi giorni prima che morisse e detto cose che non c’eravamo mai detti. Per me, è stato un privilegio unico aver condiviso tanti anni, tanti momenti, con questo genio, questo amico, questo complice irripetibile di vita. Devo a lui la mia formazione.

Molti lo considerano un grande Maestro. Ma a me, onestamente, interessa sapere altro. Cosa non sopportava dell’attore pugliese?

Di lui non sopportavo che mi costringeva a fare i conti con i miei limiti e con la pericolante baracca del mio fragile ego.

Era così detestabile come molti lo raccontano?

Sapeva essere detestabile come pochi ma, nell’essenza, era un uomo di una dolcezza infinita.

Chi era il più grande: Strehler, Albertazzi o Bene?

Non sono equiparabili. Strehler era il classico grande regista domatore, amava addestrare i suoi attori con severità asburgica ai confini del sadismo. Carmelo non amava gli attori. Lui era un artefice, nel senso elisabettiano del termine. Assumeva su di sé tutti i ruoli del teatro. Albertazzi era un discreto attore. Carmelo non aveva una grande stima di Albertazzi e lui ne soffriva. La grande rivalità a teatro, in realtà, era tra Gassman e Bene. A volte litigavano di brutto, ma come litigano due che si amano e si rispettano profondamente.

Ci racconti qualche dettaglio rissoso dei due…

La celebre lite al teatro Argentina è una delle più gettonate su Youtube. Io ero presente al fianco di un Carmelo quel giorno svogliato davanti a una platea in calore, ragazzi per lo più. Arrivò Gassman e partì una memorabile disfida pubblica. Vittorio era venuto per fare giustizia sommaria, da padre ferito. Il giorno prima Carmelo aveva maltrattato suo figlio Alessandro in camerino.https://www.youtube.com/embed/KbNb0pEec8Y

Si è mai sentito un incompreso tra i teatranti?

Non sono mai stato un teatrante. Ho bazzicato il teatro come tanti perché era un eccitante casino, una festa per i sensi. Dopo di che, il mio teatro sono stati gli anni con Carmelo Bene che è qualcosa di più, molto di più, che teatro.

Si fa la fame nel teatro? E’ stato così anche per lei?

Mai fatta la fame a teatro. Carmelo ci pagava regolarmente ogni settimana. La mia indigenza veniva da lontano, dalle mie origini.

Fotografie di Marco Parisi

Da veneto, a che età è avvenuto il suo sbarco nella Capitale?

A tre anni, quando i veneti erano allora i pezzenti d’Italia ed emigravano in cerca di fortuna. Mio padre, un uomo per niente banale, trovò lavoro come portiere di condominio. Vivevamo praticamente in un sottoscala e a tavola planavano solo enormi piatti di pastasciutta. La carne era un lusso. Quella era un’epoca in cui, per fortuna, ci si poteva inventare la vita.

Che rapporto ha con la città? Anche lei la considera una grande meretrice che strega, corrompe e poi abbandona?

Questo valeva soprattutto negli anni Sessanta, la Roma raccontata da Fellini e da Flaiano. Oggi non è neanche più una battona  da spenderci due centesimi. E’, semplicemente, un’ex magnifica suggestione stuprata da mille cose, a cominciare dagli amministratori incapaci e corrotti. Appena posso, scappo. Il tasso di volgarità e di violenza della gente sta superando il livello di guardia. La mia soglia di sopportazione è molto bassa, la mia quota zen pure, non voglio diventare un killer per motivi futili.

Come mai, poi, la sua scrittura è finita nel mare magnum del giornalismo, in primis cartaceo?

Tutto si ricollega sempre al nome di Bene. Il mio destino. Dopo anni di collaborazione intensa e stremante, sfiorammo in un’occasione la rissa fisica al Teatro dell’Università dove stavamo provando il Macbeth. Precario più che mai e consunto dall’esperienza carmelitana, due giorni prima avevo proposto a Gianni Melidoni, all’epoca prestigioso capo della redazione sportiva del Messaggero, quando i giornali erano ancora potere, un’intervista esclusiva con Carmelo su temi calcistici. Melidoni accettò. Due giorni dopo, la rissa. Che fare? Non avevo una solida etica alle spalle, nessuno me l’aveva insegnata. Decisi di consegnare lo stesso l’intervista, a insaputa di Carmelo. Insomma, la mia storia giornalistica iniziò al Messaggero con un clamoroso falso in prima pagina, anche se poi non era propriamente un falso. Con Carmelo passavamo ore a delirare sui nostri miti calcistici. Diciamo che era un’intervista non autorizzata.

Fotografie di Marco Parisi

Come reagì Carmelo bene alla pubblicazione?

Il giorno dopo, euforico, andai da Melidoni per ringraziarlo. Lui, mangiandosi la cravatta, era un suo vezzo, mi disse che l’aveva appena chiamato Carmelo Bene, protestando di non aver mai rilasciato quella intervista. In quel momento volevo solo una cosa: sprofondare nel sottosuolo del Messaggero, farmi inghiottire per sempre. La mia storia di giornalista era finita prima di cominciare. Melidoni non colse per fortuna il mio cupio dissolvi. “Sai, era palesemente ubriaco, ho fatto finta di dargli retta…”. Devo molto, forse tutto a Melidoni. Con tutte le mie turbe, senza di lui sarei forse oggi a vendere violette ai semafori

Come andò a finire?

Che iniziai a fare il giornalista, non avendone la minima attitudine. A me interessava solo scrivere, la mia terapia da sempre di ragazzo afasico e disadattato. Ho solo avuto la fortuna di aver trovato negli anni persone che apprezzavano la mia scrittura.

In quanto a Carmelo?

Una settimana dopo eravamo più amici di prima. Lui, che era il più grande corsaro, apprezzava gli atti corsari. Mi disse solo che Antognoni lo aveva sfidato a duello a causa di quella intervista.

Oltre alla scrittura, si riconosce qualche altro talento o qualità?

Ritengo che bisogna darsi un nome solo dopo i cinquanta. Il mio nome da adulto è Rabdo Man. L’uomo che trova l’acqua o i metalli preziosi sotto la superficie. Per il resto, so fare il caffè napoletano e canto discretamente le canzoni di Elvis Presley. Sono anche un discreto giocatore di ping pong. Diciamo un giocatore anomalo. Costringo i miei figli Gian Maria e Carlotta a interminabili sessioni.

Quali sono stati, agli inizi della sua avventura giornalistica, i suoi maestri?

Diciamo ispiratori più che maestri. Tra i giornalisti, Antonio Ghirelli il primo su tutti, lo stesso Gianni Melidoni, mi piacevano molto Brera, Arpino e Ormezzano.

Qual è la stata l’esperienza peggiore vissuta nei giornali?

La vita di redazione era una specie d’inferno per me. Ero una talpa. All’interno di questi open space dove si diffondevano spesso dinamiche sordide e rumori inaccettabili scavavo le mie tane invisibili. Oggi, che sono uno svolazzante libero professionista, è la condizione perfetta. Orgasmo puro.

Con quali direttori ha avuto pessimi rapporti?

Più che pessimi, direi uno scarso feeling. Ma spesso era colpa mia, della mia riottosa orsaggine. Pessimo fu il rapporto con Ettore Rognoni a Mediaset. Il suo sadismo aveva una matrice torva che mi paralizzava. Con Pietro Calabrese non ci siamo presi al Messaggero, ma poi mi chiamò a Panorama e il nostro rapporto è diventato buonissimo. Devo molto all’amico caro Giuseppe di Piazza, che mi precipitò nella vertigine del glamour e delle star femminili con il mensile Max e poi con Sette. Ma il mio direttore, senza ombra di dubbio, è Giulio Anselmi. Mi portò con sé all’Espresso, dopo esserci conosciuti al Messaggero. Oggi è uno dei miei migliori amici.

Cosa ha apprezzato di più di Anselmi, quando è stato il suo direttore, dapprima al Messaggero e, poi, all’Espresso? Che qualità e capacità, a distanza di anni, gli riconosce?

Forse il più importante direttore italiano del dopoguerra. Fu lui da co-direttore a gestire la scabrosissima e bollentissima patata di Tangentopoli al Corriere della Sera. Rigenerò e salvo dal fallimento il Messaggero. Fece benissimo anche alla Stampa, con la riforma grafica del giornale. Oggi, presidente dell’Ansa, tutti gli riconoscono di aver pilotato al meglio una delle più importanti agenzie europee nella transizione dal vecchio al nuovo delle moderne tecnologie. La sua qualità più grande? Almeno tre: l’indipendenza ai limiti dell’autolesionismo, il senso della notizia e la capacità di gestire macchine complesse come i quotidiani.

Come mai, nel corso della sua carriera giornalistica, ha girovagato tra una testata e l’altra? Insoddisfazione, interesse economico, scarsa libertà, nomadismo intellettuale?

Il mio nomadismo ha un solo movente. Sono sempre andato dove il mio istinto di rabdomante mi portava. Ho sempre seguito le persone più che le testate, a volte sbagliando. Per il resto, ammetto che anche quello economico è stato qua e là un movente. Comprensibile, per uno cresciuto in un sottoscala.

Le fa più schifo la censura o l’autocensura?

Penso che l’autocensura sia necessaria, ma non certo nel senso di amputare le proprie risorse, caso mai liberarle. Se tu ami scrivere, devi avere una forte autocensura. Riconoscere quando la tua scrittura ha delle falle o quando subisce i fatali passaggi a vuoto, la meccanicità odiosa dell’inerzia. In quel caso, il super Io deve agire inesorabile. Se sbrachi una volta, ti concederai di farlo una seconda e poi una terza, e via degenerando. L’inizio della fine.

Si è mai autocensurato?

Nei termini in cui ho descritto l’autocensura, sì, sempre, ogni giorno. M’impongo che la scrittura abbia sempre un margine di avventura. Anche quando scrivo le mie interviste per i settimanali femminili

Ha mai avuto una notizia scottante e l’ha riposta nel cassetto?

Beh, sì, è capitato. Per inadeguatezza delle prove o perché, magari, investivano degli amici, ho preferito non pubblicare.

Per lei la notizia non è sacra, non si dà a tutti i costi?

Assolutamente no! Da questo punto di vista, devo avere qualche antico ceppo meridionale. L’amicizia, per me, è sacra. Non me ne frega niente della notizia. Sono solo coriandoli insignificanti del rumore del mondo. Più del vero è interessante il verosimile, soprattutto se mai accaduto.

Qual è stata la peggiore toppa nella quale è incappato?

Ero sull’Himalaya con altri due o tre giornalisti al seguito della spedizione di Messner per la conquista del suo decimo 8mila metri e mancai la sua conferenza stampa in cui annunciò d’aver incrociato lo Yeti. Ero in albergo al caldo, probabilmente nudo, ad ascoltare l’ultimo cd di Nick Cave. Il mio giornale uscì senza yeti. Mai stato portato per la notizia. Sono stato, da questo punto di vista, un pessimo giornalista.

Chi stima, oggi, tra i giornalisti?

Stima assoluta per Giuliano Ferrara, anche se definirlo giornalista è molto ma molto riduttivo. Quando scrivevo per il Foglio, lui direttore, ho goduto di una libertà totale e ho scritto, forse, i miei pezzi migliori in assoluto. La sua intelligenza mi seduce. Apprezzo molto anche Massimo Fini. La stessa libertà l’ho ritrovata solo anni dopo scrivendo per Roberto D’Agostino e il suo Dagospia.

Uno degli articoli di cui, forse, va più fiero, è l’inchiesta sulla prostituzione infantile, raccontata, se non erro, per l’Espresso. Come nacque quel lavoro?

Sulle orme di Anselmi, mi ritrovai a dover fare il giornalista vero all’Espresso, all’epoca un grande settimanale. Non ho mai avuto dalla mia l’accanimento petulante dei giornalisti d’inchiesta. Capitai quasi per caso a fare quell’inchiesta. Fu più che altro un pretesto per tornare in Brasile, a Rio, dove ho anche vissuto e avuto una casa. Ciò non toglie che venne, alla fine, un’ottima inchiesta. Non so perché sono stato spesso individuato nei settimanali come autore per questi reportage sul sesso viziosetto. Sono finito a Praga sulle tracce di un pedofilo e in Moldavia dove mi sono spacciato per un italiano che cercava la moglie giovane e avvenente nei cataloghi delle agenzie. Fui anche forse il primo giornalista rimborsato per una fellatio subita a Torino da una massaggiatrice cinese nel quadro di una mia inchiesta sul tema, regolarmente finita nella nota spese.

Sincero: è mai stato attratto dal sesso mercenario?

Beh, lascerei il concetto di sincerità per questioni più scabrose, come il rapporto con i propri demoni. In quanto al sesso mercenario, mi ha sempre colpito di più la sua rappresentazione visiva, la sua messa in scena, come si addobbavano e come ti adescavano le signore dei marciapiedi o anche quelle che ti accolgono nelle alcove private. Isabella Biagini, amica geniale purtroppo scomparsa, mi raccontava quando usciva di notte in macchina con Fellini e Mastroianni e andavano nella pineta di Ostia a farsi raccontare morbosamente le storie dalle puttane.

Giancarlo Dotto da ragazzo

I trans: l’hanno mai incuriosito?

A proposito di adescamento loro sono inarrivabili. Quel loro giocare con il feticcio della femminilità, quel gioco di prestigio di far apparire e sparire arnesi smisurati sotto la gonna, spesso falsi, li accostava a delle perturbanti divinità. Per alcuni anni le vie di Milano e anche di Roma, di notte, pullulavano di queste figure mitologiche, code di macchina in fila di uomini, quasi tutti etero insospettabili in fila ad aspettare il loro turno. Ne ho intervistati diversi di questi trans. Anime a volte delicatissime. Altri, mercenari spietati. Di alcuni sono diventato amico.

Da intervistatore seriale, chi è l’intervistatore che apprezza di più?

Ne ho fatte più di mille, quindi, sì, ammetto, sono seriale. Più che altro mi piace collezionare le voci dei miei intervistati. Un giorno monterò uno spettacolo teatrale. Beh, direi i soliti noti, negli anni, ho apprezzato Sabelli Fioretti, Perna, Lorenzetto. Mi piace molto anche Malcom Pagani.

Di quale intervista va più fiero? E quale, invece, se potesse, rifarebbe daccapo?

Vita di Carmelo Bene, pubblicata da Elisabetta Sgarbi per Bompiani fu una sterminata intervista. Molti la tengono nel comodino accanto al letto come un oggetto taumaturgico. Tra le più di mille dovrei citarne troppe, così a braccio ricordo quelle a Tomas Milian, il pugile Tiberio Mitri (morto suicida), Ornella Vanoni, Lucio Dalla, Patty Pravo, Susan Sarandon, la stessa Rosalinda Celentano e Amanda Lear. Rifarei quella con Toni Servillo. Era il nostro primo incontro. Ne è uscita, per colpa mia, un’intervista un po’ accademica. I titolisti e il redattore della Stampa di allora fecero uno scempio con tagli e titoli.

Le sarebbe piaciuto lavorare nel cinema e scrivere delle sceneggiature? Come mai non è accaduto? Non si sentiva all’altezza?

Mi è capitato di collaborare a un soggetto cinematografico sul mondo degli Ultras, mai andato in porto. Credo sia un mestiere, un artigianato della scrittura come altre. Semplicemente non è mai capitato. 

Qual è il regista italiano che apprezza di più?

Germi, Fellini, un certo Monicelli, e tutto Tinto Brass. Tra gli stranieri, Bresson e Malick solo oltre il cinema.

E attuali?

Sorrentino.

Lo dice per amicizia?

No, no. Lo dico perché lo penso. Tra l’altro, mi piace molto anche come scrittore.

Con Paolo Sorrentino

Non trova che in Paolo Sorrentino ci sia una sorta di autocompiacimento nelle storie che racconta?

Qualora ci fosse, e non capisco bene cosa s’intende, non mi disturba. Se ti compiaci di quello che scrivi significa che non potevi fare di meglio e dunque sei probabilmente destinato a compiacere anche il lettore.

Come nascono le sue partire a ping-pong con il regista napoletano?

In realtà le mie prime partite a ping-pong risalgono a Carmelo Bene, nella sia villa di Forte dei Marmi. Lui interpretava un ping pong tutto suo. Immaginate Pinocchio con la racchetta che volteggia con la leggiadria un po’ legnosa della marionetta. Il che non gli impediva d’infilare clamorose e imprendibili schiacciate. Con Paolo e con Malcom Pagani abbiamo giocato una volta sola, a casa mia, in Maremma. È decisamente un ottimo pongista, Paolo, un po’ discontinuo. Ama attaccare, chiudere i colpi.

Ha tratto insegnamenti di vita dal ping-pong? Se sì, quali?

A parte l’esercizio fisico che, portato all’estremo può spaccarti la schiena, è come tutti gli sport individuali una sfida cerebrale a disinnescare le virtù degli avversari e mascherare i tuoi limiti. Per chi la legge, tutti sanno la sua passione, morbosa, per Federer.

Non pensa che, invece, i più grandi, i più estrosi e divertenti, siano i stati tennisti alla Agassi, Lendl, Edberg, Becker, Ivanisevic?

Come provocazione non è nemmeno divertente. Non lo penso naturalmente, a eccezione di Edberg che, sotto rete, era grazia allo stato pure. Federer è grazia pura in ogni centimetro del campo. Inarrivabile. Il tifo per Federer sconfina quasi sempre nella patologia. Come accade quando si è al cospetto della bellezza incomprensibile. Con Giampiero Mughini ci scambiamo messaggi morbosi, euforici o desolati quando gioca Federer.

Giancarlo Dotto da giovane papà

Dalla sua scrittura, si evince una passione per i libri. È un bibliofilo come Mughini o un semplice divoratore di libri?

No, no, non sono affatto un bibliofilo come Mughini. Sono uno che ha letto tanto, soprattutto da giovane. Per il resto, ho i miei libri feticcio, come una vecchia edizione dell’Assommoir di Emile Zola

Quali autori hanno lasciato un’impronta indelebile nella sua vita?

Tra tutti, Celine, Zola e Pynchon.  Aggiungo Lovecraft e Poe. Certamente Cervantes e Rabelais. Inevitabili i Salinger e i Fante. Aggiungo Philip Dick. Mi piacciono molto anche David Foster Wallace e i noir di Mickey Spillane.

Se potesse, quale libro riscriverebbe?

Beh, un paio di romanzi, se potessi, li riscriverei. Diciamo che la costruzione della trama è il mio tasto debole. Ho una testa discontinua, frammentaria, incapace di darsi pace e respiro nell’orizzonte di un progetto. Una testa che si sconnette facilmente. La prova del nove sarà un noir che scriverò, probabilmente, per la Rizzoli.

Quali sono i demoni con cui, ogni giorno, è in lotta?

Essenzialmente il fatto di essere confinato in un corpo. Una trappola difficile da gestire.

Si spieghi meglio…

Difficile spiegarlo a chi non lo intende. È un maledetto, irrespirabile incubo permanente. Ha a che fare con il fatto di essere costretto in un perimetro. Roba da ergastolani. Capisco chi si fa esplodere. Non escludo di farlo anche io un giorno. Anche senza il movente delle odalische in paradiso.

A cosa si riferisce quando dice che è sconnesso?

Al fatto che ho grossi problemi di concentrazione.

Che rapporto ha con il denaro?

I soldi mi piacciono per i comfort che procurano e per la distanza che ti consentono di mettere tra te il prossimo, quando il prossimo, soprattutto affollato, non è di tuo piacimento. Il denaro, quindi, come strumento di difesa dalle tue idiosincrasie. Chi ha delle idiosincrasie, deve avere il denaro per proteggersi.

Guadagnare denaro, per lei, è una sorta di compiacimento?

Sì, soprattutto perché sono irreversibilmente segnato dalle mie origini di dignitoso straccione.

Cresce molto l’ego e la vanità in tivù? A lei è mai capitato?

La televisione l’ha inventata un mediocre demonio per scatenare la mediocrità risibile dell’ego di chi la fa e consentire a chi la subisce di vivere delle vite altrui. L’ego non lo puoi abbattere del tutto, anche perché ha una sua funzione vitale; nel mio caso cerco di confonderlo in tutti i modi. Con la vertigine della parola, soprattutto. Disdire viene prima che dire.

Quante volte, per mero impulso erotico, ha mentito in amore?

La vita è tutta una menzogna necessaria. Senza la menzogna, che sarebbe meglio chiamare autoinganno, non ci sarebbe nemmeno l’amore, figuriamoci l’erotismo. Se ami una donna per quello che realmente è, non esisterebbe l’amore. In questo senso, tutto l’amore è aulico, stilnovista, anche il più truce e persino quello assassino. Soprattutto quello assassino. Jeffrey Dahmer amava follemente, liricamente, le sue vittime.

Fotografie di Marco Parisi

Il tuo ideale di bellezza?

La bellezza è tale solo in movimento. Non importa se sta su tela. I gradi ritratti contengono il movimento dei volti dipinti. Le imperfezioni possono esagerare la bellezza. Marilyn era bellissima anche grazie alle sue imperfezioni. Ma era bellissima, da svenimento, soprattutto in movimento. Guardatevela nel filmato su Youtube quando Anna Magnani le consegna il premio Donatello a New York e svenite.

Qual è il ricordo più bello e straziante della sua vita? Anche lei lo associa ad una donna?

Quando tu sei uno straccio in balìa del mondo avverso e la tua donna assurge a madre consolatrice, che ti accoglie nelle sue braccia. Le stesse che, se sei fortunato, ti accoglieranno nel momento di passare a miglior non vita. Quindi, sì, lo associo ad una donna. Belle e strazianti anche le partite a scacchi con l’amico Tullio Pironti, leggendario e geniale editore di Napoli, molto mariuolo al tavolo da gioco.

Le sue donne?

Tante numericamente. Sulle dita di una mano quelle che mi hanno accolto almeno una volta nell’abbraccio che vale una vita. Cristina, Elisabetta, Manuela.

Quale epitaffio vorrebbe scrivere prima di morire?

Ciao ciao bambina…

Perché?

È, rivista da Domenico Modugno, una delle più belle frasi mai pronunciate nella storia del mito. In questo caso un mito cinematografico. Humphrey Bogart in Casablanca. “Buona fortuna bambina” dice a una sconsolata Ingrid Bergman al momento dell’addio. Da Humphrey Bogart a Domenico Modugno, ecco l’addio ideale che mi piacerebbe ascoltare un attimo prima.

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