Giampiero Mughini

Mughini, il Rompicazzi

Ho conosciuto Giampiero Mughini nel 2015. Ricordo che aveva rilasciato un’intervista a Sandra Monteleoni, spavalda, sull’universo femminile. Le sue risposte furono insolenti, originali, per nulla ovvie.

Non mi feci sfuggire l’occasione: scrissi a Sandra per dirle che mi sarebbe piaciuto conoscere “Il Rompicazzi”.

Volevo conoscerlo perché, da anni, nel leggere i suoi saggi soprattutto, non potevi non apprezzarne la sua dirittura e, soprattutto, il suo non appartenere a nessuno, se non a sé stesso!

Da sempre restìo e insofferente alle cricche, alle bande, e allergico alla dittatura del pensiero banale, stupido, comodo, e dell’embrassons-nous, Mughini, che vada di fioretto o sciabola, è in grado di spiazzarti e, soprattutto, farti riflettere.

I suoi libri, oltre a essere sugosi, hanno, ai miei occhi, un grande merito: ti aiutano a vedere le persone, i fatti, senza paraocchi, senza fanatismi, perché ogni esperienza umana è ricca di colori.

Occasione della nostra chiacchierata, avvenuta nel suo “Muggenheim”, è stata l’uscita del suo ultimo saggio “I Rompicazzi”. Dopo averlo delibato  in un torno di tempo brevissimo, lo raggiungo dalle parti di Monteverde, lì dove, chiuso nel suo studio per ore, scrive e riscrive i suoi libri. E rimugina sulla vita che scorre rapida…

A 81 anni, e 36 libri all’attivo, è uno degli ultimi, veri intellettuali che possiamo vantare. Ma Giampiero Mughini non è solo un bibliofolle e raffinato collezionista: curioso, ha conosciuto il cinema e, soprattutto, la televisione. Mai chiuso nel suo mondo, ha sperimentato e si è messo sempre in gioco, inoltrandosi, sovente, in territori diversi e popolari.

E, spento il microfono del registratore, ho avuta la netta percezione che l’Apota, alla maniera del sommo Prezzolini, ha ancora voglia di rompere il cazzo. Prepariamoci…!

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Giampiero, qualche giorno fa, in libreria, è uscito un tuo libro, il trentaseiesimo, “I Rompicazzi del Novecento”… A pagina 247, scrivi che tu lo sei un gran ompicazzi; come mai ami rompere così tanto i coglioni?

Se uno non rompe i coglioni, che intellettuale è? Compito dell’intellettuale non è dire che il bene è superiore al male, il che mi pare talmente ovvio. Un intellettuale deve sapere come affrontare le questioni della vita le più problematiche e più problematiche sono meglio è e deve convivere col fatto che le risposte a tali questioni non sono facili né nette. Ti faccio un esempio concreto: quando nel 1922 i “cattivi” (ovverosia sia i fascisti) presero il potere, la domanda che dovremmo porci è anche questa: perché i cosiddetti “buoni” non seppero contrastare le camicie nere?

Come nasce l’idea di questo libro?

Dalla parola rompicazzi che ho usato la prima volta soprattutto, per connotare Marco Pannella, per raccontare quella sua clamorosa uscita al tempo in cui il dominio del Partito comunista sull’opinione corrente di sinistra era totale…

… Che cosa disse Pannella?

 Marco definì l’attentato di via Rasella che provocò la morte di 35 “soldatini” che indossavano la divista tedesca un’azione suicidaria, dato che comportò un’inevitabile rappresaglia nazi nella quale furono uccisi a cinque alla volta ben 335 italiani…

Che reazioni ci furono?

Quando Marco prese la parola a un congresso del Pci di poco successivo venne bersagliato dagli insulti e dagli ululati i più infamanti che lo descrivevano quale “un nemico” della sinistra

Nel libro parli anche di tradimenti… Dinanzi ad un tornaconto personale, quante volte ti è capitato di tradire un amico, una donna, un’idea? Sincero, Giampiero!

Un’idea mai una volta. Un amico, meno che mai. Una donna, qualche volta: solitamente sono i più banali dei tradimenti, non sempre.

Chi è stata la donna tradita?

Ho tradito una volta il mio amore dei vent’anni, ma non era nulla di grave. Ho detto più volte che nei trenta e passa anni che dura la mia storia con Michela, ci sono state altre donne che ho accostato. In un paio di casi si trattava di un tradimento grave, e come tale Michela l’ha vissuto…

Ne valeva veramente la pena? Ti sei mai pentito, ripensandoci?

E’ una domanda che non ha nessun senso. Quando accade, accade. Sono le pulsioni di un istante o di un giorno o di un momento della tua vita. Non c’è scampo dalle frecce che il femminile ti tira addosso e vorrei ben vedere che qualcuno mi sostenesse il contrario.

In uno dei capitoli, parli dell’ “uragano” di nome , abbondantemente, di Marina Ripa di Meana. Sua cognata, Ludovica Ripa di Meana, quando l’ho incrociata per confessarla, mi ha detto, senza troppi giri di parola, che Marina fosse ciclotimica… E’ vero, secondo te?

Marina era una donna che molto c’era e molto ci faceva. Sapeva che più smaniava pubblicamente, più copertine di giornali e attenzione televisiva si sarebbe guadagnata. Detto questo, è stata un personaggio pazzesco e non è un caso che sia stata amata da un personaggio eccelso come il mio grande amico Carlo Ripa di Meana. Come ho scritto anche nel libro, siccome da oltre trent’anni non ho avuto una famiglia nel senso tradizionale del termine, la sera del 24 dicembre per tanti anni l’ho trascorsa a casa loro. Finché non mi è arrivato questo messaggio, scritto da Marina: “Giampiero, Carlo non sta bene. Quest’anno il 24 dicembre non possiamo vederci”. In realtà era Marina ad aver capito che la sua ultima ora stava arrivando. E’ morta pochi giorni dopo.

Hai mai provato attrazione sessuale nei confronti di una donna così bella e intelligente?

Se fosse, non lo vengo a dire a te.

E come mai, nel momento della sua caduta, Marina e suo marito Carlo abbandonarono Bettino, nonostante i tanti privilegi ricevuti? Come la definiresti: viltà, debolezza, codardia?

Non lo abbandonarono affatto, si defilarono per qualche momento, dato che la pioggia di tangenti svelate era davvero impressionante. Ricordo una sera, non tanto tempo dopo lo scoppio di Tangentopoli, in cui eravamo Carlo, Marina e io nella mia vecchia casa di via della Trinità dei Pellegrini e ci mettemmo ad applaudire Bettino che in Tv si stava difendendo dalle accuse…

Quale debolezza umana perdoni più facilmente?

Sciascia ha scritto una volta che il peccato verso il quale mostrava la massima indulgenza era la lussuria. Condivido quel suo giudizio.

A che età hai cominciato ad apprezzare l’importanza delle sfumature nelle persone? Ricordi anche qual è stato l’evento che ti ha aperto gli occhi?

E’ una bellissima domanda. Ho scritto “Compagni, addio” nel 1987, ma era un libro che avevo covato a lungo ed è un libro tutto volto ad elogiare le sfumature. In realtà da sempre mi hanno interessato le persone, e dunque le loro contraddizioni e le loro sfumature. Non di certo i blocchi ideologici cui aderisce ciascuno. In questo mi ha aiutato moltissimo la mia formazione letteraria. A quel tempo leggevo tre romanzi e un saggio. Purtroppo il rapporto oggi si è invertito. Mi rimane poco tempo a disposizione per leggere e capire e sapere come vanno le cose, e dunque quel rapporto si è purtroppo invertito.

Perché dici “purtroppo”?

Perché, per quanto un saggio possa essere di valore, di spessore e ti insegna qualcosa, la letteratura è superiore, ti dà sempre qualcosa di metafisicamente più alto.

Quasi due anni fa, a proposito del dualismo tra Sciascia e Bufalino, ti dissi che molti siciliani, a dire il vero, preferivano Bufalino a Sciascia… Tu mi dicesti che, da poco, stavi riscoprendo il buon Gesualdo… Propendi sempre per Leonardo?

Sì, perché penso che Sciascia sia stato il più grande intellettuale italiano degli ultimi quarant’anni, anche se molti sostengono lo sia stato Pier Paolo Pasolini, il che mi lascia stranito. Basterebbe pensare al libro che Sciascia scrisse a proposito del ratto e dell’assassinio di Aldo Moro

In quella famosa polemica che Leonardo scatenò, sui professionisti dell’Antimafia, tu, da siciliano, che opinione ti sei fatto?

Che l’uscita di Sciascia era geniale e colpiva nel segno.

Hai scritto più volte che ami conservare dvd porno… Li vedi ancora?

Sì, di tanto in tanto li cerco e li guardo, magari per allentare la tensione di una giornata di lavoro. Te l’avevo detto che non ho nulla contro la lussuria e tanto più se questa si ferma all’immaginazione e come all’attesa.

Quali sono le tu attrici preferite?

La smagliante americana Tori Black e la francesina Lola Rêve, altra tentatrice sublime,

Ti riconosci qualche lato femmineo?

Forse il gusto per non dire la vanità dell’eleganza nel vestire.

Negli ultimi anni, con la direzione di Molinari, per Repubblica sei diventato all’improvviso visibile, da seguire e, addirittura, recensire… Innanzitutto: ti sei mai chiesto il perché di un certo ostracismo nei tuoi confronti durato così a lungo? Non può essere solo per “Compagni, addio…”

L’ostracismo è legato in buona parte alla figura di Eugenio Scalfari, il più grande giornalista italiano del Ventesimo Secolo. Scalfari, in pratica, non aveva in simpatia “Quelli di Pagina”, un gruppo costituito da Paolo Mieli, Ernesto Galli della Loggia, Massimo Fini e il sottoscritto. Una volta, pur senza fare il mio nome, Scalfari scrisse che ero un mascalzone e questo semplicemente perché lo avevo definito il più ricco giornalista d’Europa; e pensare che, dal mio punto di vista, era un complimento.  

Perché, secondo te, finita la monarchia assoluta scalfariana, Mauro, Calabresi e Verdelli, non ti hanno mai ospitato o voluto, se così possiamo dire…?

Non sta a me rispondere. Probabilmente perché sapevano che non ero gradito al pubblico dei lettori di Repubblica.

Hai sofferto per gli insulti e l’emarginazione di cui sei stato vittima?

Di certo non ne ero contento. Non ci fosse stato Aldo Cazzullo che ne scriveva puntualmente sul Corriere, per molti anni nessuno avrebbe parlato sui giornali dei miei libri.

E come mai, ora, è cambiato il clima? Francesco Merlo, all’improvviso, negli ultimi anni, non appena esce un tuo libro, corre a recensirlo egregiamente… Eppure Francesco è a Repubblica da tantissimi anni…

Sarebbe molto poco elegante se a questa domanda rispondessi io. Dovresti rivolgerla a lui, che è uno dei migliori scrittori/giornalisti d’Italia.

Paolo Mieli, tuo “fratello”, come lo hai più volte definito, è stato, per anni, direttore della Stampa, ma, soprattutto, del Corriere della Sera; come mai, Giampiero, non ti ha mai voluto in via Solferino?

Questa domanda falla a Mieli.

Non pensi che il suo terzismo, portato avanti senza mai metterci davvero la faccia, sia stato nocivo per il nostro giornalismo? Sempre sfuggente, un’anguilla, oserei dire…

Non lo penso affatto. Da direttore del Corriere, e nella competizione con la Repubblica scalfariana, quello che posso dirti è che Paolo ha fatto un lavoro egregio.

Facendo un po’ i conti con te stesso, e con la tua carriera, pensi di aver raccolto quanto meritavi?

Non ho fatto la benché minima carriera. Ho cominciato che ero Mughini e la sto finendo che sono più che mai Mughini, e basta. Nel non fare alcuna carriera, hanno giocato tre cose: la mia strafottenza nei confronti di tutto e di tutti, la mia incapacità a lavorare in gruppo, e l’essere stato un notevole rompicazzi. Me lo avessero chiesto, mai e poi mai avrei spostato una virgola in un mio testo. E soprattutto mai e poi mai avrei smesso di guardare un cretino facendogli capire che lo giudicavo nient’altro che un cretino.  

Ricordi quali sono state le sciocchezze che hai combinato e che, alla fine dei conti, ti hanno danneggiato?

Di sciocchezze intellettuali, nessuna. Anzi, vado fiero di tutto quello che ho fatto e scritto. Se uno mi mettesse le medaglie al valore che mi sono guadagnato, sembrerei un generale sovietico. In tempi lontani, tanto per dirtene una, e quando poteva sembrare un’eresia, sono stato il primo a dire: guardate che con i neri non dobbiamo ammazzarci, ma discutere e ragionare…

Qual è stato il gesto più egoistico che hai commesso? Confessalo!

La rottura di un rapporto con una mia fiancée dei miei vent’anni, una donna davvero notevole.  In tutto il mio egoismo, la sostituii con un’altra. Lei venne a casa mia, a chiedermene ragione, e non posso dimenticare il mio atteggiamento nei suoi confronti: in quell’occasione, fui davvero miserabile, purtroppo.

Qualche anno fa, hai sofferto, per mesi, di una profonda depressione; come ne sei uscito? Solo con la chimica?

Sì, esatto. La chimica mi ha risollevato. Dovrei fare un monumento a quel fuoriclasse di medico che mi ha seguito…!

Sei riuscito a capire cosa ti aveva affossato, se così posso dire…?

Probabilmente, avevo avuto la sensazione, sei-sette anni fa, che stavo uscendo dal gioco.

Sei ancora infelice?

L’essere infelice penso sia connesso al vivere… Diciamo che, con l’infelicità, faccio i conti laicamente.

C’è stato un momento in cui, anche solo per qualche attimo, hai conosciuto la felicità?

La vittoria dei Mondiali dell’Italia nel 1982… Dopo aver visto la partita, come sempre da solo, andai per strada, e mi feci travolgere da quell’ondata di felicità collettiva…

Però, Giampiero, quello è un momento di felicità che non riguardava solo te… Dimmene uno che coinvolge solo te!

Un momento di gioia, piccolo, ma che poi tanto piccolo non è, visto che ne abbiamo parlato, è l’aver scritto questo ultimo libro, verso il quale provo una grande soddisfazione intellettuale.

Si dice, sbagliando, che da ragazzi si è felici e spensierati… Tu sei figlio di genitori separati. Da ragazzo eri più timido, cattivo o infelice?

Ero timido e infelice. Cattivo non lo sono mai stato, e anche questo è un mio difetto inguaribile.

Spesso, nei tuoi interventi, parli di denaro, di danaro guadagnato e di quello perso o speso per il tuo museo… Hai mai pensato di finire in povertà e di non poter pagare le bollette?

Nel 1970, arrivato a Roma, avevo in tasca 6000 lire. Non conoscevo nessuno: amici, partiti, logge massoniche, niente. Piano piano, con il mio lavoro, mi sono guadagnato la mia libertà intellettuale, vale a dire il non dipendere da qualcuno. I primi anni romani ho combatutto con l’avere o il non avere mille lire di che andare in trattoria. Una sera telefonai a casa di Luigi Covatta e di sua moglie, miei carissimi amici, e chiesi loro di invitarmi a cena perché non avevo di che mangiare. Poi, a poco a poco, la situazione è migliorata. Poi è arrivata la Tv, che paga meglio di quanto pagassero allora i giornali.

Tuo padre Gino è stato un fascista e uomo esemplari; se fossi nato negli anni del secondo conflitto mondiale, Giampiero Mughini avrebbe indossato la camicia nera o, alla maniera di Giorgio Bocca, sarebbe andato in montagna?

Difficile rispondere a questa domanda; spesso la scelta di cui dici era frutto del caso. Lo stesso Bocca, prima di andare in montagna era stato un giovane fascista, cosa che a me non fa caldo né freddo. La partizione avversativa fascisti/antifascisti si è spenta dentro di me. Resto orgogliosamente felice della sera in cui invitai a cena nella mia vecchia casa romana Carlo Mazzantini, che era andato volontario nella Repubblica di Salò, e Rosario Bentivegna, il partigiano comunista che accese la miccia della bomba di via Rasella.

Aldo Cazzullo, nel suo libro su “Mussolini, il capobanda”, scrive: “Cent’anni fa, in questi stessi giorni, la nostra patria cadeva nelle mani di una banda di delinquenti, guidata da un uomo spietato e cattivo. Un uomo capace di tutto; persino di far chiudere e morire in manicomio il proprio figlio, e la donna che l’aveva messo al mondo”. Da rompicazzo quale sei e conoscitore del fascismo, cosa pensi del libro di Cazzullo? Ti ha lasciato perplesso la sua tesi?

Ho già detto a Aldo, di cui sono amico fraterno, che questo suo libro e relativo titolo non mi sembrano particolarmente azzeccati…

Per te, è più sacro l’amore verso una donna o l’amicizia?

Sono i due sentimenti più alti nel contrassegnare un destino umano.

Paolo Zaccagnini, a proposito della tua partecipazione a Ballando con le Stelle, ha detto: un intellettuale non fa queste cose… Dostoevskij ce lo vede a Ballando con le stelle? Era proprio necessario finire a fare il ballerino?

Ovviamente non sono affatto “finito” nel fare il ballerino, e bensì sono rimasto Mughini fino alla più piccola sfumatura. E non era così facile restare Mughini innanzi al pubblico della prima serata di Rai1. Non sono sicuro che il mio vecchio amico Zaccagnini ci sarebbe riuscito. E poi che cosa c’è di più stimolante dell’arrischiarsi in una cosa che non sai fare appieno?

Ti pesa ancora essere un rinnegato, per dirla con Bellocchio?

Penso che se fosse leale con sé stesso, Bellocchio oggi mi chiederebbe scusa dell’avermi scagliato involto quell’insulto poco meno di quarant’anni fa. Oggi lui è più o meno quello che io ero allora e che sono ovviamente rimasto.

Qual è stato, secondo te, il più grande editore in Italia?

Ciascuno – sto pensando a Giulio Einaudi, ad Alberto Mondadori, a Roberto Calasso – ha fatto l’editore  nel modo in cui lo riteneva più idoneo e appropriato. E ne è venuta la storia della cultura italiana

Hai dimenticato Prezzolini, Giampiero.

Non l’ho dimenticato. Giuseppe Prezzolini è stato il più grande di tutti. Un ragazzo di vent’anni, senza laurea, che, stando a Firenze, pubblicò un catalogo che se tu lo pubblichi ora fa paura. E’ stato Mussolini a dire: sono stato fatto e sfatto dalla Voce prezzoliniana. E’ impressionante come non si parli di Prezzolini per quel che merita.

Abbiamo parlato poco, finora, di giornalisti. Quali penne apprezzi di più?

Dovrei farti un elenco lunghissimo, ma, restando nella sfera degli amici, ti dico subito: Mattia Feltri, Aldo Cazzullo, Michele Masneri e i due miei conterranei, Pietrangelo Buttafuoco e Francesco Merlo, due scrittori siciliani di gran livello, anche se Francesco si è cimentato poco con i libri.

E Dago?

Roberto si è inventato una cosa che non esisteva e che dopo vent’anni non somiglia a nulla di quello che esiste. Dago, a suo modo, è anche lui un personaggio irripetibile oltre che un mio amico fraterno da oltre quarant’anni. Non c’è un altro personaggio in Italia , perché non c’è un altro personaggio in Italia che sappia coniugare l’alto e il basso del nostro sentire comune come lo sa fare lui ogni giorno dalle otto del mattino alle otto di sera. A proposito di rompicazzi, Roberto lo è stato e lo è in modo impareggiabile.

Non sei stato un grande viaggiatore. Ma dei luoghi che hai conosciuto, qual è il posto del cuore?

Parigi, va da da sé. La Parigi degli anni Sessanta che fungeva da capitale culturale del mondo. Una città che non esiste più e in cui stento a ritornare perché so che non la ritroverei.

Giampiero, ti fa paura il tempo che, inesorabilmente, scorre…?

Ci penso il meno possibile. Meglio utilizzare in altro modo il poco tempo che mi resta.

Come vorresti essere ricordato?

Nessuno si ricorderà e mi ricorderà. Michela ha l’incarico di vendere tutto della mia casa e del mio essere stato al mondo non più tardi di 48 ore dopo la mia morte. Amen.

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