Giulio Anselmi

Giulio Anselmi è stato, a parer mio, l’ultimo, grande monarca del giornalismo italiano. Un sovrano duro, severo, altero, a tratti spietato, e poco incline all’embrassons-nous. La prima volta che ho incrociato il suo sguardo risale all’aprile 2008. Questo genovese indurito subito dalla vita, era sulla plancia di comando della Busiarda, come i piemontesi di un tempo chiamavano la Stampa, già da qualche anno.

Ero l’ultimo degli ultimi: stagista imberbe e idealista. Nello stanzone che occupavo insieme ai notisti politici e di cronaca – Magri, Martini, Grignetti, Masci – nella fu storica sede di via Barberini, il nome di Anselmi ricorreva sempre: il direttore vuole, il direttore chiede, il direttore mi ha detto di partire. Per me, invece, sembrava irraggiungibile, quasi una figura mitologica. Ogni tanto, trafelato, dal suo stanzino disadorno, all’ora di cena, ci raggiungeva il capo della redazione romana dell’epoca, Mattia Feltri, con le bozze del giornale magari già pronte. Il direttore – diceva – non è convinto di questo pezzo: bisogna rivederlo. Una mattina, ricordo, quando il giornale dormicchiava ancora – di solito si animava intorno alle 15 -, incrociai lo sguardo di Anselmi per pochi attimi. Mi guardò, accennò ad un timido sorriso e si dileguò. Non lo vidi più. Non aveva bisogno di farsi vedere troppo a Roma. Bastavano le sue telefonate e i suoi ammonimenti e le sue sfuriate e i suoi rimproveri per far rigare la redazione capitolina.

Il cuore del giornale era a Torino, ma era a Roma che il Potere andava raccontato e, possibilmente, messo alle strette. Nel 2009, con grande stupore – qualcuno, probabilmente, con sollievo e gioia – accogliemmo la sua uscita. Evidentemente, la sua spina dorsale – sempre retta e poco adusa ai compromessi – cominciava a non piacere più. Troppo libero per essere amato dall’establishment. Troppo distaccato, forse, per essere ricordato con affetto dalle centinaia di redattori che hanno incrociato la sua strada. Tra i grandi direttori, o i grandi monarchi della carta stampata, Anselmi, in effetti, ha attraversato, senza perdere la flemma e lucidità, ma la poltrona sì, tutti i mari tempestosi della Prima e della Seconda Repubblica.

Come pochi della sua generazione, ha fatto quello che doveva e poteva: informare i lettori senza farsi condizionare troppo dai capricci e interessi degli editori, men che meno dalle stupide bizze dei giornalisti che nel corso della sua carriera lo hanno affiancato, stimato, temuto e, perché non dirlo?, provato ad adulare. Senza cadere nella malattia italiana – il vittimismo! – quando è stato accompagnato alla porta, o messo nelle condizioni di andar via, questo genovese, burbero e timido, non ha issato la bandiera del martirio, anzi. Con dispiacere, dignità, e silenzio, ha alzato i tacchi e se n’è andato.

Osservandolo da vicino, nella storica sede dell’Ansa (che presiede), proprio in prossimità del potere quirinalizio, “il mio caro direttore malvagio”, come, simpaticamente, l’aveva soprannominato il rimpianto Edmondo Berselli, ha fatto gli onori di casa. Ma avendo tante, troppe curiosità sulla sua storia, siamo arrivati subito al sodo. Le sue risposte, pronunciate dopo qualche secondo di silenzio, come a voler soppesare meglio le parole e a rinfrescare ricordi, i torti subiti, i dolori e dispiaceri, mi sono sembrate tutto fuorché diplomatiche. Ogni tanto, sorridendomi, ha affondato il colpo, quasi con piacere, così come le sue rasoiate. Abituato a parlare poco, e a mostrarsi meno, questa Confessione ha tutto il sapore di un redde rationem, in primis con sé stesso.

                                                                       F.M / francesco.melchionda@tiscali.it

Giulio Anselmi, lei nasce, se non sbaglio, a Valbrevenna, una frazione di Genova. A 11 anni, neanche il tempo di comprendere il mondo, è già orfano di entrambi i genitori. Che infanzia ha avuto?

Sono nato a Valbrevenna perché sfollato, ed era la casa di una cameriera di mio nonno: si arrivava a dorso di mulo. Tra i 7 e gli 11 anni persi dapprima mia madre e, poi, mio padre. Ho vissuto sempre con mia sorella e una governante (che non amavo molto), un po’ nella casa di Genova, un po’ in una vecchia villa di famiglia. Siccome mio padre non aveva rapporti eccellenti con i suoi parenti, lasciò come tutore legale il cardinal Siri, di cui mio padre era stato anche medico.

Che bambino era? Timido, cattivo?

Ero un bambino non particolarmente timido. Mi fece diventare duro l’assenza di genitori e il pretendere che in casa mia tutto andasse come andava ai tempi dei miei genitori. Quindi cominciai, tanto per fare un esempio, col rifiutare di mangiare a tavola con la cameriera. La mia durezza cominciò a formarsi con il pretendere che le cose non cambiassero. Crescendo, soprattutto dopo i diciotto anni, cominciai a capire qualcosa di più del mondo che mi stava intorno.

Che ricordo ha dei suoi genitori? Ce n’è uno che rammemora ancor oggi?

Amavo mia madre come penso amino tutti i bambini. Ricordo la simpatia che nutriva verso la monarchia ma, al contempo, la sua rigidità e fermezza sui diritti delle donne; era una sorta di vetero-femminista. La prima volta che alle donne spettò il diritto al voto, lei, e non stava già bene, pretese a tutti i costi di andare a votare. Con mio padre, invece, ebbi un rapporto poco facile, come accade sempre tra padre e figlio. Pensavo, in maniera infantile, che lui tenesse più a mia sorella.

Fotografie di Ludovica Borghesi

La sua vita, con la morte dei suoi genitori, s’incastra con quella del cardinale Siri, uomo potentissimo allora. A Stefano Lorenzetto ha confessato che i vostri rapporti non erano particolarmente buoni. Perché?

Fu un rapporto complesso, nel senso che Siri era un cardinale di grande intelligenza e di grande rigidità. Era un conservatore assoluto, a tratti reazionario. Un bambino di 11 anni, come può ben immaginare, difficilmente può trovarsi bene con una persona di tal fatta. Nonostante tutto, ho avuto con Siri un rapporto accettabile; ricordo che quando c’erano i consigli di tutela, tutti – avvocati, notai, vescovi – s’inginocchiavano in segno di riverenza. Per me, ragazzino, era segno di grande petulanza. Trovavo incomprensibile, tra le altre cose, anche il gesto di baciargli la mano.

Che qualità gli riconosceva?

Gli riconoscevo il rigore e dei consistenti livelli di apertura. E ricordo che quando i portuali ebbero una vertenza molto violenta contro gli armatori e gli industriali, chiesero che il mediatore fosse il cardinal Siri.

È stato determinante nella sua formazione di uomo?

Io e Siri ci vedevamo poco, se non nelle feste comandate o quando ero in punizione – accadde, se non erro, due volte. Nella mia formazione di uomo non fu determinante, ma lasciò, dentro di me, un segno molto importante: il senso del dovere.

Che Genova era in quegli anni?

Genova, insieme a Milano e Torino, formava il cosiddetto triangolo industriale. Era una città che aveva una sua importanza e influenza nel tessuto economico e sociale del Paese. Oltre a Siri, ad esempio, c’erano gli armatori, il presidente della Confindustria, Angelo Costa, diversi ministri della Prima Repubblica – penso a Taviani, Bo, Lucifredi, ad esempio. Ma negli anni della mia giovinezza, stava già slittando verso una dimensione più provinciale, declinante. I genovesi, ad essere franchi, pur non rassegnandosi al declino, non fecero nulla per mettere un freno alla triste piega che la città stava prendendo.

Piangendosi un po’ addosso, proprio come i meridionali…

Quello lo fanno tuttora!  Le faccio un esempio: quando io vado a Genova a trovare, chessò, degli amici, non sopporto, e questo succede almeno da quarant’anni, gli stessi discorsi sul declino!

Per un periodo, breve, della sua vita, ha fatto l’avvocato; cosa ha imparato dai legulei? L’oratoria, l’arte della mediazione, la psicologia, l’ambiguità, la forma, l’ipocrisia?

Un po’ tutte queste cose… Io mi sono laureato in Legge perché non avevo la più pallida idea su cosa fare da grande, e Giurisprudenza, almeno allora, era una facoltà meno inutile di Scienze Politiche. Entrai in uno studio legale di un grande penalista dell’epoca, Garaventa, che faceva parte, tra le altre cose, del mio consiglio di tutela. Ci stetti circa un anno, ma nel frattempo avevo cominciato a frequentare il Corriere Mercantile del pomeriggio, di proprietà dei Fassio. Scrivevo di giovani, ma dopo un po’ la redazione fu chiusa, forse su diktat di Taviani (ma non so se sia vero, in realtà). Conservai un minimo di rapporto con il giornale. Una volta il direttore, Umberto Bassi, mi chiese se volessi veramente fare il giornalista. Gli risposi subito di sì, e, per otto-nove mesi, scrissi per il Corriere Mercantile. Durante questo periodo, conobbi un giornalista di Stampa Sera, il quale mi segnalò al suo giornale. E di lì a poco, passai a Stampa Sera e cominciò un’altra storia.

Fotografie di Ludovica Borghesi

Perché sceglie di fare il giornalista? Vera vocazione, o, più semplicemente, voglia di scappare dai ritmi lenti, sonnolenti di una vita sicura?

Scelsi di fare giornalista perché mi piaceva scrivere. Ho imparato, negli anni, che lo scrivere è qualità importante, se si ha, ma non è la più importante in assoluto per fare il giornalista.

Qual è stato il momento in cui ha capito di avercela fatta? Dirigere un giornale è cosa ben diversa che fare il giornalista: in quale, delle due, ha eccelso di più o, magari, fatto meno danni?

Ho fatto, come lei ben sa, tutt’e due, e con un certo successo. Lasciai l’avvocatura perché il mondo dei giudici e degli avvocati lo trovavo francamente insopportabile. A Stampa Sera cominciarono a mandarmi in giro per il nord Italia perché cominciava ad imperversare il terrorismo, prima nero, e poi quello rosso. Ad un certo punto, Lamberto Sechi, direttore fondatore di Panorama, lesse alcuni miei pezzi, e mi volle con sé. Rimasi tre anni, facendo cose molto interessanti, dal rapimento di Sossi a inchieste sul cambiamento della società italiana, tanto per fare degli esempi. Eravamo una squadra di ragazzi; molti dei quali, poi, diventarono direttori – io, Rossella, Rinaldi, Sabelli Fioretti…

A Panorama, quindi, capì di avercela fatta…

Diciamo che a Panorama capii che stavo facendo la cosa che mi piaceva e che sapevo fare meglio.

Ci sono articoli che lei ha scritto che, oggi, se potesse, cancellerebbe all’istante?

Articoli che cancellerei all’istante, direi proprio di no! Quello che posso dire è che eravamo molto profilati nei confronti del centro, e della destra. Avevamo un atteggiamento critico – e ci poteva stare – ma in altri casi, probabilmente, era iper-critico, e questo non era giusto.

Quasi pregiudiziale…

Sì, questo lo devo ricordare per me e per altri della mia generazione.

Com’era Lamberto Sechi?

Sechi era un direttore bravo e capace nel cercare di farci fare un prodotto unitario, riconoscibile. La scrittura di quel Panorama era industriale, nel senso che tutti scrivevamo un po’ allo stesso modo, e non era detto che fosse una qualità positiva. Sechi era un uomo di una severità assoluta: tutti noi aspettavamo, come animali spauriti, una volta consegnato l’articolo, il suo giudizio inappellabile, inflessibile. Una volta, sapendo che sarei andato via, a fare il caporedattore al Secolo XIX, forse per ripicca, l’ultimo mio articolo – un colonnino sull’editoria – me lo rifece fare ben tre volte.

Per dirigere un quotidiano – ha detto sempre a Lorenzetto – è necessaria una certa durezza. Non pensa, invece, che si possa lavorare e migliorare l’ambiente creando un clima di armonia e serenità? Che senso ha creare un clima di terrore?

Mediamente, nelle redazioni, sono stati di più i periodi di serenità che ho attraversato che non quelli di frustrazione (sentimento che ho conosciuto solo quando magari per due settimane di fila non mi mandavano a fare un pezzo). Io non credo che si possa essere amici in redazione; ci possono essere maggiori stime o più confidenza, ma che il direttore possa essere un compagnone, questo non lo credo. Ci vuole rigore, severità, perché se il rapporto è di confidenza eccessiva, quando ti alzi, chessò, dal mangiare una pizza con tuo redattore, è molto più difficile dirgli che il suo pezzo fa schifo o che è da rifare o cestinare proprio. Detto questo, serve più incutere timore che rispetto.

Da direttore è stato più stronzo, cattivo o cinico?

Stronzo francamente no, perché non ho mai voluto fare del male. La mia lunga esperienza di direttore mi dice, però, che è più facile pentirsi di un gesto di debolezza che non di un gesto di crudeltà. Una certa dose di cinismo, sì, ma più nei confronti dei fatti e dei loro protagonisti, che non dei redattori con cui lavoravo. Una volta Mieli mi disse che ero una persona molto corretta, tant’è vero che avevo litigato con tutti i capi di governo che si erano succeduti, ma che avevo un difetto radicale: se stimavo una persona, da un punto di vista umano ed intellettuale, ero disposto a concedergli molto, ma se la disistimavo, poteva morire ai miei piedi senza che io facessi nulla per salvarlo.

Fotografie di Ludovica Borghesi

Mattia Feltri mi ha detto che, con lei alla direzione alla Stampa, perse la bellezza di 8 chili. Direttore, cosa gli ha fatto?

Non so se ha perso dei chili perché era bene che dimagrisse. Ho avuto, con Mattia, un rapporto di grande e reciproca stima. Lo promossi capo dell’ufficio romano, perché lo meritava ampiamente. E, tra le altre cose, ho sempre considerato Mattia molto più bravo del padre. Sicuramente, nei suoi confronti, proprio perché lo stimavo molto, ho avuto dei momenti di severità, forse perché necessari.

Non reputa, quindi, Vittorio Feltri un grande giornalista? E perché?

Vittorio è un bravo giornalista e con me è stato sempre generoso. Ma preferisco il figlio.

Barbara Alberti mi ha detto che non possiede la grandezza della crudeltà. Lei se la riconosce?

Non credo di avere la crudeltà, e di possederne la grandezza, e neanche una versione minore. Qualche volta ho giocato con il personaggio del cattivo, del severo, perché avevo, dentro di me, elementi di timidezza. Ho sempre pensato che questo potesse essere un modo per non essere sopraffatto dalle redazioni, soprattutto quando dovevo essere severo. Quando ho avuto la sensazione, postuma, di essere stato troppo duro, ho trovato la giustificazione, mezzo vera, mezzo falsa, che mi avevano affidato sempre giornali in crisi, e che quindi dovevo per forza farli marciare. Sia Il Messaggero, che all’epoca della mia direzione era della Montedison, sia l’Espresso (è un giornale che muore, mi disse Marco Benedetto), per finire alla Stampa, non versavano di certo in buone acque…

A proposito della Stampa, visto che l’ha citata: perché l’hanno cacciata, nonostante gli ottimi risultati?

Penso che tutto sia partito quando raccontai lo scandalo che coinvolse Lapo Elkann: lo misi in prima pagina, dedicandogli dentro un’intera pagina. Credo che, da quel momento in poi, il rapporto di Elkann, con me, fu diverso, un po’ per l’affetto nei confronti del fratello, un po’ perché considerò la mia decisione una sorta di mancanza di rispetto per lui stesso. Credo che questo sia l’elemento di vera rottura. Un altro elemento è questo: quando io e Mieli, che all’epoca dirigeva il Corriere della Sera, facemmo scrivere sui nostri giornali di una bega tra Berlusconi e Murdoch, relativa a Sky, Berlusconi, da Tirana, disse che certi direttori dovevano essere mandati via. Ricordo che in quel momento ero all’Eliseo perché ospite di Sarkozy. Quando finii l’incontro con il presidente francese, il mio telefono cominciò ad essere bombardato di telefonate. Tutti mi dissero che Berlusconi aveva chiesto la mia testa e quella di Mieli. Se ci sia stato un rapporto di causa ed effetto oppure no, questo non lo posso dire, ma sta di fatto che Mieli venne mandato via dal Corriere e io lasciai, certo senza dolore di Elkann, la Stampa. Per non voler essere licenziato dal giornale, aspettavo di avere un’offerta, e l’offerta che poi mi arrivò fu la presidenza dell’Ansa, che forse non avrei preso se fossi stato in piena condizione di libertà.

Chi gliela comunicò la cacciata dalla Stampa? Direttamente Elkann?

Nessuno, perché direttamente mi arrivò la proposta per presiedere l’Ansa e mi fu fatto capire che facevo bene ad accettarla.

Promoveatur ut amoveatur…

Esattamente.

Da direttore, quali sono state le toppe giornalistiche che si rimprovera ancor oggi, ripensandoci?

Quando ero al Corriere, giornale che di fatto dirigevo perché Stille era in America, ci fu un episodio – la tentata acquisizione della Société Générale de Belgique – che riguardò De Benedetti. Tutti ricorderanno che l’Ingegnere disse: per il capitalismo belga, la ricreazione è finita. In realtà, per come andarono le cose, la ricreazione finì per lui. Ricordo che feci, di mio pugno, un fondo in cui trattai assai male De Benedetti. Fu un errore, non tanto perché non fosse vero, quanto inelegante, come poi mi fecero notare in tanti, a partire dall’Avvocato Agnelli. Sicuramente, un altro grave errore commesso, è stato quello di aver preso troppo per oro colato la versione dei magistrati negli anni di Mani Pulite. Fui io a spostare il giornale sulla linea del Pool milanese, e di questo non mi pento assolutamente. Si trattava di scegliere tra una stagione di corruzione, che vedeva complici buona parte della classe politica e imprenditoriale, e l’operato dei magistrati. Se non avessi fatto una scelta netta, credo che l’opinione pubblica avrebbe dato fuoco al giornale.

Diciamo che lei non ha saputo cogliere le sfumature di quella stagione…

Sì, esattamente. Santificai Di Pietro, che non se lo meritava, e anche Borrelli. Detto ciò, ho un ricordo molto bello di un incontro tra Borrelli e l’establishment milanese al piano superiore del Savini, famoso ristorante milanese in galleria. C’erano tutti: Romiti, De Benedetti, Tronchetti Provera, e c’ero anch’io… Ad un certo punto, arrivò Borrelli, li guardò con una freddezza assoluta, e batté i tacchi come fosse un ufficiale di cavalleria, e gli si vedeva il sorriso, il ghigno, per la paura che incuteva.

Qual è stato il giornale che sente di aver diretto in maniera modesta o non con i risultati che ci si aspettava da lei?

Il giornale che mi ha dato meno soddisfazione, anche se alcune cose furono ottime – tipo la copertina di Berlusconi con un’aria da clown e la scritta: e ora mi consento, o la copertina Rutelli-Palombelli con scritto: azzurroni, o ancora l’inchiesta sull’inizio della fortuna di Berlusconi con i soldi della mafia, ripresa addirittura da Le Monde –  è stato l’Espresso.

Chi le comunicò la cacciata dall’Espresso? Caracciolo, De Benedetti?

Mi invitò a cena Caracciolo, e al convivio era presente anche Marco Benedetto. Mi dissero molto semplicemente che De Benedetti aveva deciso di sostituirmi. Il giornale non andava male come vendita di copie, tant’è vero che Pansa disse in un’intervista che io non gli volli mai spiegare il perché della mia sostituzione malgrado le sue ripetute richieste. La verità è che non sapevo il motivo di tale scelta, anche se lui non mi credette affatto. Forse, ma non ne ho la certezza assoluta, due querele (che vinsi) ricevute da Tatò – una delle quali a causa di una copertina in cui ritraevo lui e la Raule, e con scritto: storia d’amore e di potere – penso che abbiano avuto un certo peso nella mia cacciata. Grazie a Caracciolo, che mi offrì la vice presidenza dei giornali locali, e poi a Ezio Mauro, che mi chiese di fare l’editorialista per Repubblica, rimasi nel gruppo Espresso ancora per un po’.

Fotografie di Ludovica Borghesi

Un contentino, però, direttore…

Diciamo di sì.

Visto che l’ha citato, le chiedo dell’Avvocato Agnelli. Tanti giornalisti – è storia risaputa – facevano a gara per compiacerlo. Lei che rapporti ha avuto con lui? Come tutti i potenti, anche Agnelli metteva bocca nei giornali? L’ha mai telefonato per lamentarsi di qualcosa? Ci dica la verità…

Nessuna telefonata di lamentele. Un elogio, che mi fu riferito da Piero Ottone, e una irritazione per una copertina dell’espresso che lo raffigurava come un puzzle che perdeva i pezzi.

Nei momenti in cui costruiva il giornale, ci sono stati, per lei, dei momenti di commozione?

Mi colpì molto la telefonata dell’industriale Sutter, padre di Milena, rapita e uccisa, quando lo informai che stavo per scrivere del tentativo di sequestro dell’altro figlio: “Se mi uccidono anche lui, me lo restituisce lei?”, mi chiese. Tante altre volte, di fronte a grandi eventi o fatti drammatici, mi sono ovviamente emozionato. Scelsi, per esempio, di pubblicare i corpi, irriconoscibili, delle vittime di un disastro aereo finite in mare. Erano immagini di grande impatto, fui molto criticato. Forse lo rifarei, ma non so ancora oggi se feci bene.

Da direttore, quali sono stati i più grossi bocconi amari che ha dovuto ingoiare dai padroni del vapore, per dirla con Ernesto Rossi?

Devo dirle, con molta franchezza, che ho ingoiato come bocconi amari delle cacciate, ma sulla fattura dei giornali, no. Una volta, da direttore del Corriere, mandai, in occasione del Duecentesimo anniversario della Rivoluzione Francese, ben tre giornalisti a Parigi. In contemporanea, scoppiò lo scandalo della Borsa merci a Chicago, da cui cominciò la crisi di Gardini, e poi la sua caduta. Quest’ultimo mi chiese di mandare, a Chicago, Guatelli, che era, però, il nostro corrispondente da Parigi. Io rifiutai, perché sarebbe stata una figura pessima per il Corriere mandare il corrispondente di Parigi, durante i festeggiamenti francesi, da un’altra parte. Non dirò di più, ma era nota, tra l’altro, la vicinanza tra Guatelli e Gardini. Insistettero Gardini, Sama, perché facessi questi spostamenti, ma nulla. Un giorno mi chiamò Romiti, perché io ricordassi che trattavasi dei secondi azionisti del Corriere dopo la Fiat. Gli risposi: voi avere il diritto a mandarmi via, ma non di dire quello che devo fare!

Qual è la cacciata che l’ha fatta soffrire di più?

Non essere stato nominato direttore del Corriere della Sera. Dopo averlo fatto, nella pratica, per diversi anni. Giorgio Fattori, allora presidente dell’azienda, comunicò al comitato di redazione di essere favorevole a questa soluzione, ma che l’azionista aveva deciso altrimenti.

Giorgio Bocca, nel suo Il Padrone in Redazione, scritto sul finire degli anni Ottanta, osservava come gli spazi di libertà per un giornalista fossero sempre più ridotti a causa dell’invasione dei poteri che contano e, in ultimo, della pubblicità. Come ha saputo preservare la sua libertà con i tanti interessi che un giornale porta con sé?

Quando diventi direttore, devi capire dove si è. Se dirigi la Stampa, non puoi scrivere che le Fiat sono brutte. Quindi, una certa dose di auto-controllo, o di autocensura, se lei vuole, sicuramente c’è stata.

Qual è stato l’editore, suo datore di lavoro, più liberticida?

Certamente non posso dire Caltagirone perché mi mandò via ancor prima di iniziare a lavorare insieme. Quando arrivò al Messaggero mi disse subito che aveva comprato il giornale perché voleva farlo con la testa sua, e non di certo con la mia. Ho sempre fatto il giornale che volevo, quindi, più che di editore liberticida, parlerei di editori con stili diversi. Parlandone in maniera non proprio positiva, a proposito di stili, dovrei citare un editore minore che non c’è più e lo lasciamo dov’è. Non sarebbe carino parlarne ora. Dirò, invece, quello che ha avuto più stile: Carlo Caracciolo, il migliore anche come editore.

Se agli editori interessa poco la libertà, ancor meno, forse, frega ai giornalisti, troppo affamati di altro. Quanta autocensura ha dovuto stanare nelle redazioni?

L’origine dell’autocensura, o, nei casi peggiori, la falsificazione di una notizia, è la vicinanza al potente che si segue e racconta. C’era un giornalista, al Corriere, che diceva: prima di essere giornalista, sono craxiano. Ma non era mica un caso isolato.

Quando lei individuava casi di giornalisti vicini a qualcuno, non potendoli cacciare cosa faceva?

O me ne servivo – che era un criterio seguito da molti direttori della Prima e della Seconda Repubblica – perché potevamo avere più notizie, o, nei casi peggiori, tendevo a far fare al giornalista coinvolto, altro.

E’ stato più schiavo della notizia o del potere che una direzione esercita?

Sono stato molto dipendente dalle notizie e anche dal potere, come direttore, di pubblicare e poter dare certi fatti.

Quasi degli orgasmi, quindi…

No, perché sono sempre stato molto controllato e misurato. Certamente, avere notizie importanti in mano per tempo, è sempre stata una soddisfazione. Ho appartenuto a quella generazione che ha creduto, sbagliando, che le notizie potessero cambiare il mondo. Il più delle volte i giornalisti, nei confronti dei lettori, non hanno nessun potere o influenza.

Quanto ha adulato per ottenere una direzione?

Mai, assolutamente, è una cosa che non mi appartiene.

Quanti leccapiedi, tra i giornalisti, ha dovuto tenere fuori la porta? Ci faccia qualche nome… O qualche episodio?

I nomi non li faccio, ma diciamo che ci sono stati parecchi giornalisti che mi sono stati raccomandati, magari anche da colleghi che stimavo, ma che non presi mai o perché troppo collegati a qualcuno o perché facevano parte di una o dell’altra camarilla, e io ho sempre avuto una concezione monarchica del mio lavoro.

Chi è, secondo lei, il Bel Ami del giornalismo italiano?

Forse Marco Travaglio perché ha grandi capacità di adeguamento, però non so se Bel Ami avesse la grande, vera dote di Travaglio, che è la memoria. Nella mia scelta del Bel Ami italiano c’è anche un elemento di considerazione: vale a dire tener conto anche di alcune qualità.

Quali sono stati i giornalisti che ha apprezzato di più?

Giorgio Bocca, in primis. Giorgio era un uomo ruvido, taccagno, inelegante, timoroso e timido. Pensi che, quando arrivai all’Espresso, aveva paura di essere mandato via. Era una gloria del mestiere, eppure aveva paura di essere cacciato. E poi Giorgio Fattori, ancorché un po’ algido: in redazione lo soprannominarono Findus. Per la capacità di scrittura e versatilità, Giancarlo Dotto ed Edmondo Berselli. Come direttori, anche se non sapeva scrivere, ho ammirato molto, come le ho detto prima, Lamberto Sechi. Ezio Mauro, poi, è un altro direttore che ho apprezzato molto.

Fotografie di Ludovica Borghesi

Donne, no?

Lucia Annunziata. E le altre, un po’ distanziate.

Cosa pensa di Dagospia? Roberto l’ha avuto all’Espresso, se non erro? Che rapporti avevate?

L’ho avuto anche al Messaggero. Intelligente e creativo. Anche troppo. Una volta lo frenai. Era saggio, ma fu da parte mia un atto di prudenza. Abbiamo conservato ottimi rapporti.

Dopo l’Espresso, tutti si attendevano una sua promozione a Repubblica, il vero gioiello del gruppo. Chi, e cosa, si è messo di traverso? Eppure, aveva tutte le carte in regola… Leggenda narra che Scalfari non la volesse tra i piedi…

In via del Monserrato, a Roma, ci fu una riunione tra De Benedetti, Caracciolo, Marco Benedetto e il figlio dell’Ingegnere. Si parlò, da quello che seppi, molto concretamente della possibilità che potessi andare a fare il direttore di Repubblica. Le direzioni non sono mai tali se non quando sono già esercitate ufficialmente. Cosa possa essere successo non lo so, ma posso supporlo. E’ possibile che il troppo chiacchierare di questa faccenda, mise in guardia Scalfari dall’avere un successore che non fosse scelto da lui. Credo che le cose siano andate così.

Ci rimase male?

Un po’, ma non troppo.

Quanto ha contato, per lei, nell’accettare una direzione, il denaro?

Non l’ho mai chiesto. Ho sempre immaginato di andare a guadagnare più di quanto guadagnassi prima. Non ho mai discusso la parte economica, mi creda.

La massoneria, in Italia, gioca un ruolo importante, quasi fondamentale. E’ mai stato avvicinato dai grembiulini? E’ attratto dalle logge?

L’unica volta in cui sono stato in una loggia fisicamente, avvenne dalle parti di Villa Pamphili, a Roma. Stavo passeggiando con mia moglie: mi si avvicina una persona qualificandosi come massone e mi dice: direttore, il Gran Maestro sarebbe contento di conoscerla. Io andai, salutai il Gran Maestro, e tutto finì lì. Questo è stato l’unico rapporto avuto con la massoneria.

Pensa che abbia un ruolo importante la massoneria in Italia, soprattutto per chi vuole fare carriera?

Caspita! Più che tra i giornalisti, anche se ve ne sono, penso che la massoneria, ai fini della carriera, serva più per ruoli determinanti nella Magistratura, o nelle Forze Armate…

Chi è stato il potente che l’ha chiamata di più per lamentarsi del giornale che faceva?

Craxi, sovente minacciandomi, e Berlusconi. Entrambi pari merito. Un altro che pure si lamentava, ma con garbo, era De Mita.

Molti direttori, nei loro editoriali, sostengono che i politici sono troppo attaccati alla poltrona. Da che pulpito, mi verrebbe da dire…! A lei, quanto è piaciuta la calda e danarosa poltrona da monarca assoluto incarnato nella figura di un direttore?

Molto. Era un piccolo trono. Ho sempre usato la metafora del comandante di nave. L’armatore può dirmi dove vuole che io porti la nave, tutto il resto non gli appartiene né con che rotta, né con che deviazioni. E devo dire che ho sempre reso esplicito il mio atteggiamento, tanto nei confronti degli editori quanto nei riguardi dei redattori. E’ pieno di leggende sulla mia ferocia di direttore.

Tanto tempo della sua vita lo ha dedicato al lavoro; che spazio hanno avuto gli affetti?

Ho sempre detto, nel corso di questi anni, che nella mia vita ho dedicato troppo tempo al lavoro. Ho voluto bene a mia moglie, pur con qualche distrazione.

Pensa di aver esercitato un fascino sulle donne?

Non ho mai pensato di essere bello. Quando qualche volta è capitato che qualche donna mi ha paragonato a qualche attore, mi ha fatto ovviamente piacere, ma non gli ho mai creduto.

Una volta ha detto che con i suoi figli ha fatto parecchi errori; quali s’imputa, oltre alle numerose assenze?

Tutt’e due mi hanno rimproverato di aver trasmesso loro un senso del dovere e della responsabilità troppo forte.

Al mattino, guardandosi allo specchio, si è mai vergognato di qualcosa?

Sì, e anche senza aver bisogno di guardarmi allo specchio. Una volta, ricordo, chiamai, in una riunione di redazione, un giornalista degli Spettacoli che aveva lasciato la riunione senza essere autorizzato. Lui tornò da me, chiedendomi cosa fosse successo. Gli risposi: non ti avevo autorizzato ad andar via… Ecco: atteggiamenti simili li ho avuti talvolta e talvolta mi sono vergognato.

Cosa fa nel tempo libero? Ha degli hobby?

Leggo volentieri e, un tempo, amavo andare in bici, soprattutto nel centro di Milano. Ovviamente, mi piace molto viaggiare. Ho una preferenza per la Francia e per i Paesi dell’America Latina e del Nord.

Quali sono i suoi autori preferiti?

Thomas Mann, Lev Tolstoj, Joseph Roth, García Márquez, Umberto Eco.

Ha paura d’invecchiare?

Ogni tanto mi viene in mente, avendo 76 anni, che potrei morire. Più che paura, sono infastidito dalla constatazione che questo sta avvenendo.

Quale vita avrebbe voluto vivere?

Forse avrei voluto fare lo storico, perché amo molto la storia e i suoi personaggi. Ma, probabilmente, mi sarei presto stancato, perché il mio difetto principale è la noia.

Cos’è che l’annoia facilmente?

La retorica, la prevedibilità.

Ha dei rimpianti? Quali?

Avrei voluto essere sicuramente un padre e marito migliori e avrei dovuto temperare la durezza, che era necessaria, non con l’indulgenza, ma con la generosità.

Nella sua vita personale, è stato più bugiardo o ipocrita?

L’ipocrisia non mi appartiene molto. Sicuramente bugiardo. Di fronte ad una contestazione, o all’essere colto con le mani nella marmellata, nego l’evidenza.

Alla maniera di Fellini?

È un eccellente paragone, il suo.

Alla sua età, facendo un po’ i conti con sé stesso, ha capito quali sono le cose che veramente contano nella sua vita?

Non sentirmi inferiore in un contesto determinato… E non giudicarmi al di sotto di quello che avrei potuto e dovuto fare.

Come vorrebbe essere ricordato dai giornalisti che ha diretto?

Come un giornalista bravo, non presuntuoso e libero.

Hai mai avuto complessi d’inferiorità?

Qualche volta ho sofferto, ma da piccolo, delle assenze legate ai miei genitori… E ho trovato che è molto più facile, nei rapporti con le donne, essere bellissimi…

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