LUCA SOMMI, L’ EQUILIBRATO

Nel grande circo mediatico italico, Luca Sommi, è, da qualche anno, una presenza ormai fissa. E così il grande pubblico ha cominciato a conoscerlo per le sue continue apparizioni nel villaggio di Mediaset e per i suoi interventi a casa di mamma Rai.

Personalmente, ho iniziato a seguirlo qualche anno fa, quando, insieme a Marco Travaglio e Andrea Scanzi – con cui ha formato una triade a dir poco eterogenea – ha preso le redini del programma Accordi e Disaccordi, sul canale NOVE.

Ogni sabato, infatti, in oltre due ore di diretta, e senza la mordacchia dei partiti adusi a giornalisti con la bava alla bocca, i tre moschettieri del Fatto, con ruoli diversi, provano a raccontare i fatti e i personaggi da un’altra angolazione, seppur discussa e discutibile. Piaccia o non piaccia, hanno pubblico e ascolti.

Di Sommi, da subito, mi ha colpito il suo modo pacato e misurato di condurre il programma, ma soprattutto, la capacità di tenere a freno le esuberanze e le posizioni dei vari ospiti, tanto distanti l’uno dall’altro. Nessun urlo, nessuna stizza, nessuna parola fuori posto.

Ho iniziato allora, guardando la trasmissione, a prendere appunti, a leggere i suoi libri, ad incuriosirmi delle sue linee intellettuali e del suo tragitto professionale.

E così ho scoperto, ad esempio, che ancor prima della conduzione e delle ospitate nei salotti televisivi, Luca Sommi, lavorando dietro le quinte, è stato, per anni, uno degli autori di punta dei programmi di Michele Santoro, a partire proprio dal famosissimo Servizio Pubblico.

Chi ha memoria – perché sembra passato un secolo – ricorderà quelle dirette santoriane, capaci di tenere incollati milioni di italiani al televisore, nonostante le faziosità di tutti, in primis proprio del princeps Santoro.

E così, dopo essermi detto che nella galleria di www.perfideinterviste.it Sommi ci stava proprio benissimo, son partito al suo inseguimento, durato, ora che ci penso, alcuni mesi. Ci siamo dati appuntamento nella libreria Cascianelli, un gioiello di pace e bellezza, a Roma, in via dell’Anima, a pochi passi dallo scempio del turismo di massa e dal tanto chiacchierato hotel Raphael, di craxiana memoria…

Arriva trafelato, ed è proprio come me lo immaginavo: dietro la sua gentilezza e pacatezza, Luca Sommi è un uomo molto fermo sulle sue posizioni, attento a misurare le parole, abile, astuto e generoso nel difendere i suoi compagni di viaggio del Fatto Quotidiano, la sua parrocchia preferita.

Superata da poco la curva dei cinquant’anni, e per nulla satollo, sono sicuro che Luca Sommi, con un libro, o un programma, proverà ancora a battagliare sui princìpi che più gli stanno a cuore: quelli della nostra Costituzione…

* * *

Luca Sommi, lei è parmense. Cosa ama e cosa non ama della sua provincia…?

Innanzitutto, sono parmigiano, i parmensi, al contrario, sono quelli della provincia. Nasco parmigiano, in centro, ma, da tempo, vivo in campagna. Amo molto della mia città la cultura, perché è una città molto colta, grazie anche all’influenza di Maria Luigia. Nei secoli ha avuto Correggio, Parmigianino, Verdi, Toscanini, Guareschi, Bernardo e Attilio Bertolucci. E, poi, la lentezza… È una città, infatti, in cui si va ancora in bicicletta: se ci pensa, stride con la velocità e frenesia dei nostri tempi…

Chi erano i suoi genitori? Che rapporto ha avuto con loro nell’infanzia e nella prima giovinezza?

I miei genitori sono stati fondamentali. Più che erano, sono, perché, fortunatamente, ancora vivi. Mio padre ha fatto, per decenni, il rappresentante e, poi, a fine carriera, il dirigente, in Barilla, la “madre”, di Parma. Mia madre, invece, è stata un’infermiera. Faccio parte della piccola borghesia, direi illuminata, che ha esortato il figlio a leggere, viaggiare, e studiare. Stimolare, insomma, la bellezza della scoperta ed essere indipendente e autonomo.

Per cinque anni, se non erro, dal 1999 al 2004, insegnato in un istituto privato, il “Giosuè Carducci”, nientepopodimeno che Diritto: lo faceva per sbarcare il lunario o era proprio una vocazione?

Assolutamente sì, lo facevo per sbarcare il lunario: non avevo la vocazione dell’insegnamento del Diritto; e, di certo, non volevo fare l’avvocato, per fortuna dei miei assistiti…

Non avvertiva frustrazione?

No, per niente. Semplicemente, avevo bisogno di mantenermi, perché, una volta laureato, mio padre, e giustamente oserei dire, smise di sostenermi economicamente.

Parma ha avuto due grandi maestri contemporanei, seppur diversi: Attilio Bertolucci e Bernardo Valli; da chi ha imparato di più, se ha imparato…?

Da entrambi, credo. Attilio è stato uno degli animatori culturali della nostra città, prima di trasferirsi a Roma. Una volta, avrò avuto vent’anni, andai a trovarlo a Roma, esattamente dove abitava, in via Giacinto Carini 56. Mi rispose la governante, dicendomi che Bertolucci non riceveva nessuno da anni. Gli risposi: capisco, ma volevo comunque provarci. Evidentemente, lei s’incuriosì e mi fece: aspetti un attimo. Dopo qualche secondo, torna al citofono invitandomi a salire. E passai, così, un’ora, indimenticabile, con il grande Attilio. Bernardo Valli, beh, era, per noi ragazzi, che sognavamo di fare il giornalista, una sorta di mito. Nella prima guerra del Golfo, in Iraq, a differenza di tanti altri giornalisti, non andava nel classico albergo per gli inviati, ma affittava una casa e, sul tetto di questa abitazione, metteva la bandiera della Croce Rossa… Questo per farle capire la grandezza del personaggio….

Poi si butta in politica e diventa assessore alla Cultura, con Vignali sindaco: cosa c’entrava lei con il centro-destra?

Dunque, non mi sono buttato in politica, come dice lei. Il sindaco Vignali mi contattò per chiedermi di curare una mostra su Correggio. Tutti mi sconsigliarono di farla, “stai attento che ti bruci”, mi dicevano. Io, invece, accettai, e lasciai Roma per tornare a Parma. Facemmo, quindi, questa mostra: fu un successo pazzesco, con oltre quattrocentomila visitatori. Dopo la mostra, Vignali mi chiese se me la sentivo di fare l’assessore, ma come tecnico indipendente. Accettai la sua proposta dicendogli, al contempo, di volere libertà assoluta senza contaminazioni con la politica. Lui disse di sì.

Per anni ha scribacchiato per la Gazzetta di Parma e le pagine culturali dell’Unità: ha mai temuto di fallire e di non essere riconosciuto per il suo eventuale talento?

“Scribacchiare” è un verbo che non mi appartiene, io ho sempre scritto, non considero le testate locali inferiori a quelle nazionali. Detto ciò il rischio di fallimento è connaturato alla vita di tutti noi. Quado finii gli studi in legge per catapultarmi nella scrittura, mio padre storse un po’ il naso. Ma ho voluto fare di testa mia, e seguire le mie inclinazioni… Mi sono buttato, con la coscienza e una certa consapevolezza, sapendo quelli che erano anche i miei limiti. Per fortuna, è andata bene…

Quali sono i suoi limiti a livello professionale? Ce ne dica tre…

Poca pazienza e per un giornalista è sicuramente un limite; non amo particolarmente la cronaca, perché nelle notizie non cerco il fatto in sé, ma la dimensione esistenziale, il racconto; e, poi, mi sento più un narratore, mentre il giornalista, nel dare la notizia, deve raccontare tutto e subito. Evidentemente, sono un narratore prestato alla cronaca.

Smettere i panni del professore, e buttarsi nel giornalismo, significava, per lei, scappare da casa?

No, per nulla, perché io ho iniziato a fare il giornalista nella mia città. Ma avevo, al contempo, la sensazione che la piccola città mi stesse stretta: nel tempo, questa percezione si è rivelata tale. Quando collaboravo con l’Unità, feci un’intervista a Vittorio Sgarbi sul Parmigianino. Lo raggiunsi a Roma, in via dell’Anima. Alla fine della chiacchierata, disse: questo ragazzo voglio che lavori con me… E così, lasciai Parma… Pur non avendo il suo stesso orientamento politico, Vittorio è stato fondamentale nella mia formazione. Mi ha “regalato” una laurea in Lettere Moderne che non avevo; una “laurea” in Storia dell’Arte che non avevo… E vederlo, oggi, così sofferente, mi addolora molto…

Dopo anni di anonimato e di lavoro dietro le quinte, diventa una sorta di prezzemolino e finisce in tutti i canali tivù; come mai ha così tanto bisogno di apparire? È vanità, egocentrismo, insicurezza, voglia di quattrini?

Prima di realizzarmi pubblicamente, non ero nell’anonimato, anche perché nessuno è anonimo. Si può influire nella società anche se non si è conosciuti. Non penso, oggi, di essere un prezzemolino: vado in tivù molto meno di quello che in realtà mi è chiesto. Con il Fatto Quotidiano siamo un po’ in trincea, mi passi il termine… E quindi mi piace poter andare in alcuni programmi e poter portare avanti quelle che sono le battaglie e le idee che con il Fatto portiamo avanti da anni.

Come autore, ha lavorato con Michele Santoro: non lo trova ormai imbolsito, con le armi ormai spuntate e logore da deporre?

No, per niente! Michele non è stato solo un giornalista, ma un grande personaggio italiano. I suoi programmi d’informazione facevano il 25% di audience: significava che un italiano su quattro guardava il suo programma. Nella famosa puntata di Servizio Pubblico, quella con Berlusconi ospite, in una rete che faceva il 3%, raggiunse il picco del 51%. Michele ha fatto un lavoro straordinario di contro informazione nel momento in cui l’informazione era molto omologata su Berlusconi. Oggi, ovviamente, vive una fase della sua vita completamente diversa, nuova. Non è possibile essere sempre uguali…

Era d’accordo con quelli che sostenevano che le sue pseudo inchieste partivano sempre da un teorema?

Per nulla! Michele non aveva teoremi in testa, il suo lavoro, partendo dalle inchieste, voleva portarci sempre alla notizia, mai al teorema.

Con Vittorio Sgarbi, ha curato la mostra su Correggio, se non ricordo male. Cosa ha pensato quando il Fatto Quotidiano ha scritto e pubblicato le inchieste sulle sue attività e sui quadri contestati? Imbarazzo? Vergogna? Dispiacere?

Nessuno di questi sentimenti. I giornalisti devono fare il loro mestiere: quando c’è una notizia, o una presunta notizia, la devono dare, senza badare alle amicizie. Così hanno fato i cronisti del Fatto e di Report. Vittorio ha tutte le capacità di difendersi. Ora però spero solo che si riprenda fisicamente, il resto passa in secondo piano.

Cosa non sopportava di Sgarbi?

La frenesia, sicuramente, nel senso che Vittorio ha fatto della sua vita un’opera d’arte. Come tanti sanno, andava sempre di corsa. Probabilmente, la cosa che meno amavo di lui, più che le sue legittime idee politiche, il fatto che non selezionava le persone che aveva intorno. A suo fianco c’erano persone importanti, di spessore, e, al contempo, emeriti cialtroni…

Si sa che nell’editoria se non si hanno relazioni, o grossi calci in culo, si resta nell’anonimato. A chi deve dire grazie?

Innanzitutto, a me stesso, perché ho inseguito i miei obiettivi con ostinazione, sacrificio, passione… Poi, è chiaro, alcuni incontri che ho fatto sono stati, per me, determinanti…

Tipo?

Al direttore della Gazzetta di Parma Giuliano Molossi, perché mi ha dato la prima, vera opportunità. E, poi, Oliviero Toscani, Michele Santoro, che mi chiamò per fare Servizio Pubblico. Però la svolta è stata grazie a Cinzia Monteverdi e Marco Travaglio che, in un momento delicato tra Santoro e, per l’appunto Travaglio, mi hanno voluto fortemente al Fatto.

Cosa successe tra Travaglio e Santoro?

Hanno avuto delle forti divergenze per il referendum del 2016. Da lì la rottura. E preferisco non entrare nel merito.

Un quotidiano, come si sa, non è una caserma, spesso è, piuttosto, una parrocchia di fanatici e ortodossi. Cosa non le piace del Fatto Quotidiano?

Non riesco a trovare un difetto al Fatto Quotidiano perché riesce ad incarnare alla perfezione la polifonia di un giornale, cosa che, ahimè, non c’è in altre gazzette. Il Fatto ha una linea ben precisa, che è la Costituzione. Se dovessi vedermi in un altro giornale, beh, farei davvero fatica…

Travaglio mi ha detto, quando ci siamo incontrati, che non ha grandi capacità direttoriali. Troppo solista per dirigere un’orchestra. È d’accordo con lui?

Non lo so, anche perché io non ho mai vissuto la vita della redazione. So per certo che è il direttore più noto d’Italia, capace di trainare e dare la linea ad un giornale, cosa per nulla scontata. Travaglio è uno dei migliori giornalisti italiani e io sono orgoglioso di lavorare con lui.

Cosa ha pensato quando Furio Colombo ha sbattuto la porta e se n’è andato?

Mi è dispiaciuto molto ma non ero d’accordo con lui, proprio perché un giornale deve mantenere sempre la polifonia.

Se Travaglio glielo chiedesse, le piacerebbe prendere la tolda di comando di un giornale, seppur piccolo, come il Fatto? Avrebbe la stoffa per dirigere giornalisti sempre bramosi di credersi chissacché?

Al Fatto non ci sono giornalisti che si credono chissà che, ci sono veri professionisti, punto. Comunque per venire alla sua strana domanda le dico che io non ho le caratteristiche per fare il direttore.

Come mai, In Accordi e Disaccordi, lei è sempre così misurato, composto, equilibrato, democristiano, mentre sul tavolo se le danno di santa ragione? Ha paura di dire la sua?

No, non ho paura: quella libertà di opinione me la prendo nei programmi in cui sono ospite. In Accordi e Disaccordi, com’è giusto che sia, il conduttore deve saper guidare la trasmissione e fare in modo che la gente, da casa, capisca quello che diciamo… Punto.

Qual è stata la puntata peggiore che hai dovuto gestire?

Beh, quella quando Travaglio e Calenda hanno litigato in maniera furibonda. Lì, nonostante urlassi, non sono riuscito a placare gli animi e a riportare il dibattito su altri binari.

Come mai invitate spesso un personaggio come Italo Bocchino?

Perché, sul solco della lezione socratica, abbiamo bisogno di tesi e antitesi. Italo, che è un sostenitore della maggioranza, è uno dei pochi che accetta il nostro invito. Facciamo fatica ad avere ospiti perché nella nostra trasmissione ci sono le domande scomode… Per avere la Schlein abbiamo aspettato due anni, la Meloni è venuta solo una volta, Salvini idem…

Ha stima di Bocchino?

Stimo il coraggio che ha nel difendere posizioni abbastanza indifendibili…

Ha condiviso l’idea della manifestazione contro il riarmo, o l’ha trovata una mera giornata per anime belle?

L’ho condivisa totalmente. Dopo tre anni di guerra, la parola pace non è ancora sul tavolo. Tutti pensano che l’Ucraina possa vincere la guerra: noi non la pensiamo così. Come si fa vincere contro la Russia, la più grande potenza nucleare? A meno che non si scateni la terza guerra mondiale…

Ha avuto recentemente un battibecco, francamente ridicolo, con Giuseppe Cruciani: lei lo ha definito qualunquista. Le chiedo: in cosa?

Giuseppe fa un programma d’intrattenimento di grande successo, che è la Zanzara. Quando, però, cerca di parlare di altri temi, la guerra, Trump, ad, esempio, secondo me ha poche argomentazioni. È un qualunquista di successo, ecco quello che penso.

Di rimando, si è beccato del comunista! Alla fine, per chi vota Luca Sommi?

Il voto è segreto…

Vabbé, quali partiti non ha mai votato?

Forza Italia, Fratelli d’Italia e la Lega e, ovviamente, Renzi e Calenda…

Sono rimasti in due: Pd e Cinquestelle…

Io sono un progressista, riformista e laico…

Non sono i Cinquestelle, allora…

Mi sento vicino all’area progressista, ma non mi identifico in questa sinistra italiana…

Una volta, Veronica Gentili, parlando di Travaglio, mi ha detto: “È testardo come un mulo. Quando si fissa su una cosa, è difficile fargli cambiare idea”. Condivide o, secondo lei, ha altri difetti?

Travaglio è sicuramente una persona con una certa fermezza. Ribalto la questione: se non avessimo avuto uno come Travaglio, pensate a quante notizie non avremmo letto, a quante battaglie, giustissime, avremmo perso… Chi era, ad esempio, il vero rivale di Renzi nel referendum del 2016? Marco Travaglio.

Ho capito: prima che parta la santificazione, ci dica elenchi qualche suo difetto…

Quando uno si carica sulla spalle il dovere di svelare le verità nascoste, anche contro poteri molto forti, io i difetti non li vedo e tendo e vederne solo i pregi.

Cosa pensa di Giuseppe Conte che, negli anni, politicamente, è stato tutto e il contrario di tutto?

Conte è arrivato in politica neofita: penso che, da presidente del Consiglio, ha svolto il ruolo con disciplina e onore, come vuole la Costituzione. Governare l’Italia nel periodo del Covid è stato durissimo, e penso l’abbia fatto con grande responsabilità. Piaccia o non piaccia, ha portato a termine quelle che erano le promesse che i Cinque Stelle avevano fatto durante la campagna elettorale: il reddito di cittadinanza, la Spazza Corrotti, il Super bonus, la riduzione dei parlamentari…

Lo rivoterebbe?

Non ho detto che l’ho votato…

Lei ha detto che non ama che il suo programma diventi urlato, un saloon. Perché, allora, ha accettato di fare l’ospite fisso con Del Debbio? Come mai questa contraddizione?

Io penso che si debba portare la parola dall’altra parte del fiume; ho sempre avuto molta stima di Paolo perché è un intellettuale, un teologo: avevo l’impressione che era un uomo col quale potevo avere delle affinità. E nel suo programma ho tutto lo spazio e libertà che desidero. In più ho scoperto un amico: quando si ha un’intesa di carattere intellettuale, anche se la si vede in maniera diversa, com’è bello che sia, penso che ci possa essere amicizia.

Galli della Loggia, quando l’ho intervistato, parlando di Tomaso Montanari, mi ha detto: “La sua profonda estraneità alla cultura liberale lo trascina irresistibilmente all’insinuazione offensiva, al travisamento delle posizioni che non condivide, alla denigrazione…” Ha ragione, secondo lei?

No, ha totalmente torto! Montanari è un uomo molto libero, non venderebbe mai i suoi ideali: infatti, a me piacciono quegli uomini e quelle donne che, di fronte ad un principio, non lo cancellerebbero neanche se avessero tra le mani un assegno da un milione di dollari.

Credo, tra l’altro, di essere stato, tra i primi a portarlo in tivù, quando ero autore di Servizio Pubblico. Santoro lo provò, divenne ospite di frequente.

E di Scanzi, cosa non ama? Il suo ego smisurato, le sue sciocchezze quando dà le pagelle, il suo modo di vestire in maniera un po’ imbarazzante?

No, non penso che si vesta in maniera imbarazzante. Io, Travaglio e Scanzi siamo tre personalità molto diverse, e, forse, è anche questo il successo di Accordi e Disaccordi. Scanzi è la rock star del gruppo, una persona con la schiena molto dritta…

Tutto in lei appare misurato, equilibrato, financo il suo abbigliamento… Ma si incazza mai? Con chi? Perché?

Tendo a non reputare gli stupidi meritevoli della mia rabbia.

Lei sembra una persona equilibrata e per bene, come fa a sopportare compromessi e ipocrisie della politica, dello spettacolo e del giornalismo?

Spettacolo e politica non mi appartengono, quindi non mi riguarda; la vita, il vivere sociale sono un compromesso continuo. Diceva Rousseau: quando ci facciamo società, paese, città, firmiamo implicitamente un contratto sociale. Detto questo, non mi sento piegato alle ipocrisie che esistono nella nostra professione.

Cosa avrebbe fatto se non avesse realizzato i suoi desideri? Il professore di provincia?

Quella era sicuramente un’ipotesi…

È noto il suo amore quasi sentimentale per la nostra Costituzione, che ormai qualche annetto ce l’ha… Al suo interno non c’è nulla che dovrebbe essere aggiornato?

La nostra Costituzione ha 77 anni di vita; più che modificata, va semplicemente applicata. Il discorso di Pericle che parla agli ateniesi ha 2500 anni e ci parla ancora; la Divina Commedia ha sette secoli e parla ancora di noi. Si chiamano classici e sono quelli che ci parlano eternamente. I nostri padri costituenti sono riusciti a cogliere l’essenza del vivere sociale. La tutela ambientale e degli animali non c’era nella nostra Costituzione, e, giustamente, è stata inserita, perché la devastazione ambientale è arrivata dagli anni Sessanta in poi e gli animali non erano ancora considerati. Quindi, se lei mi parla di modifiche legata al mutare dei tempi, sono d’accordo; al contrario, sono fermissimo nel non stravolgere la sua architettura perché, ancor oggi, la nostra Costituzione è perfetta.

A proposito d’amore… Non sono riuscito a trovare uno straccio di informazione sulla sua vita privata, come mai tutto questo riserbo? Ama le donne, gli uomini, è fluido? Su, ci racconti qualcosa!

Lei ha detto: si chiama vita privata. Ecco, se fosse pubblica, saprebbe tutto di me. Detto ciò, mi piacciono le donne e, con alcune, ho avuto anche lunghe relazioni. Sono altresì convinto che la principale causa di separazione sia il matrimonio, quindi ho cercato di evitarlo. Io frequento, amo le persone, poi, è chiaro, alcuni rapporti si evolvono, altri ancora involvono…

Lei è molto preso da sé stesso!

No, questo no! Sono preso dalle cose che faccio, dal desiderio di conoscere. Diciamo che la conoscenza, il sapere, spesso prendono il sopravvento su tutto il resto.


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Come spende i suoi soldi, cosa le piace …Qualche vizio ce l’ha?

Metto l’anima e i soldi nella casa che ho comprato e ristrutturato.

A 52 anni, e una carriera in piena ascesa, sente che le manca qualcosa?

Si dice che il lusso sia tempo, spazio, e silenzio. Se spazio e silenzio sono riuscito, in qualche modo, ad ottenerli comprando la casa, il tempo no, purtroppo. Una volta Sgarbi, mentre guardavamo estasiati un quadro di Tiziano, mi disse: vecchio mio, gente come me e te avrebbe bisogno di sette vite per leggere, studiare, frequentare…

Quante menzogne ha raccontato in questa intervista?

Nessuna. Non sono un bugiardo. Al massimo, mi può scappare qualche piccola balla, o omissione di verità, con qualche ragazza…

1 commento su “LUCA SOMMI, L’ EQUILIBRATO”

  1. Basta ad intervistare giornalisti abbastanza mediocri e pieni di loro stessi, che si “autoelogiano”. Rappresentano la grande mediocrità e pochezza, tranne eccezioni, del giornalismo italiano. I Montanelli e i Biagi non ci sono più.

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INTESTATO A: MELCHIONDA FRANCESCO

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