GALLI DELLA LOGGIA, IL MOSCHETTIERE MALINCONICO

Ricordo la prima volta che il nome di Ernesto Galli della Loggia comparve ai miei occhi, quando tra le mani mi capitò un suo libro che, nell’allora vivace dibattito culturale nostrano, fece molto discutere. Il volume in questione, delibato in un torno di tempo brevissimo, si intitolava La morte della patria, era il 1996, un’altra era geologica a ripensarci: dopo che i “barbari” della Lega rispedirono ad Arcore Re Silvio, a Palazzo Chigi, sulla poltrona presidenziale, si assise nientepopodimeno che Romano Prodi, con Ciampi al ministero dell’Economia.

L’Ulivo, pur essendo un’armata Brancaleone, sembrava aver portato una ventata di freschezza, ma anche inciuci, intrallazzi e le scemenze della Bicamerale, per non parlare delle follie incipienti del Parolaio Rosso, per dirla con Pansa, o delle ambizioni, feroci, di D’Alema e del gruppo dei Lothar.

Vorace di carta stampata, il Corriere della Sera era sempre nella mia mazzetta di quotidiani da compulsare, nonostante lo ritenessi già allora ampolloso, “pettinato” e poco coraggioso nei confronti del Potere.

Gli editoriali di Galli della Loggia, un tempo impaginati sulla colonna sinistra della prima pagina, risaltavano subito ai miei occhi. E così, dopo aver sbirciato i titoli, le rubriche e la vignetta di Giannelli, mi focalizzavo sulle sue riflessioni, a volte vere e proprie disamine storiche, altre ancora provocazioni (ma sempre misurate, alla maniera “democristiana” di via Solferino) nate e dettate dalla cronaca politica del momento.

Pur non condividendo spesso le sue posizioni, ho sempre stimato Galli della Loggia che ha, ai miei occhi, un grande merito: quello di farti leggere i fatti e le persone senza paraocchi o pregiudizi, sottolineando quanto, nella formazione di un’opinione (ma anche nella vita!) siano importanti le sfumature.

In un sabato mite, quasi primaverile, a ricordarci che l’inverno sta sbiadendo, raggiungo GdL nel borghese quartiere Trieste, a pochi passi dallo storico liceo romano Giulio Cesare. Mi attende nel suo studio, silenzioso, circondato da migliaia di libri che, al solo guardarli, trasmettono una certa bramosia di divorarli e una gran febbre di sapere.

L’incontro, durato circa un’ora e mezza, domanda dopo domanda, si è trasformato in un vero e proprio duello, senza esclusioni di colpi. Galli della Loggia, alla sua maniera, mite ma decisa, ha rintuzzato e giustamente ribattuto alle mie domande impertinenti.

A differenza di certi professoroni e moralisti, boriosi, fanatici e sempre pronti a impartirci lezioni su cos’è il Bene e il Male, Galli della Loggia, nel nostro faccia a faccia, come nel suo bellissimo e prezioso libro autobiografico “Credere, tradire, vivere”, revisiona fatti, storie, personaggi.

Dopo qualche ora, evaporati gli screzi, mentre sulla città calava il buio, su un pezzo di carta ho annotato questo: “nonostante una certa sicumera, è uno dei pochi intellettuali italiani della nostra contemporaneità e della sua generazione ad aver fatto veramente i conti con sé stesso e con la storia di questo Paese, lungo, conflittuale, e senza patria”.

* * *

Professor Galli della Loggia, che ricordi ha di quand’era bambino?

Ho moltissimi ricordi di quel periodo… Dai cinque, sei anni in su, ricordo abbastanza…Era un altro mondo, diversissimo, e, soprattutto, un’altra Italia. Se ci penso, sembra una favola…

Chi è che le ha insegnato di più?

Come temperamento ho senz’altro preso da mia madre, e per certi aspetti dalla sua famiglia, credo… Come stare al mondo, invece, sono debitore più a mio padre. Ho passato gli anni dell’adolescenza molto con lui. Lui era un medico, andava in giro a fare le visite ai pazienti e spesso io lo accompagnavo. Mentre lui era con i malati, io lo aspettavo in macchina, magari a fare i compiti o a leggere. Negli anni della formazione, l’aver trascorso molto tempo con lui, è stato fondamentale. Quando, però, decisi di andare all’università, la mia idea era di fare Lettere. Lui era contrario. Raggiungemmo, allora, una sorta di compromesso: e così scelsi Scienze Politiche. Ma comunque si creò tra noi, una frattura. Tenga conto, inoltre, che eravamo quasi nel Sessantotto. Lui, da liberale conservatore, non vedeva di buon occhio il mio impegno a sinistra, gli sembrava tutto sbagliato, non capiva le istanze giovanili di quegli anni, le proteste e tutto quello che sappiamo. Il nostro combattimento intellettuale e ideologico, però, finì presto, perché, a soli 56 anni, morì.

Era più timido o cattivo?

Né timido né cattivo… Ero un bambino normale, senza caratteristiche particolari, credo.

Nel Sessantotto, aveva, se non sbaglio, 26 anni. Anche lei scendeva in piazza a inneggiare stupidamente?

Non ero più uno studente universitario, perché mi laureai nel 1966, subito prima delle turbolenze studentesche. Ero un assistente volontario all’università, non retribuito. Pur frequentando l’università in quest’altra veste, tuttavia, manifestavo anch’io e una mattina mi trovai a Valle Giulia, insieme a tanti altri ragazzi, proprio nel pieno degli scontri con la polizia. Fu una cosa nuova, una cosa che creò uno spartiacque rispetto al passato…

In che senso?

Nel senso che se prima si scappava dinanzi all’arrivo dei celerini, con il Sessantotto l’atteggiamento dei manifestanti cambiò radicalmente. Quando mi trovai nel mezzo degli scontri nei pressi della facoltà di Valle Giulia, un ragazzo – ricordo – senza nessun timore, si avvicinò alla gazzella della polizia e spezzò in due l’antenna della macchina. Da lì si capì che era iniziato un nuovo tipo di rapporto, diciamo così, tra i manifestanti e la polizia…

Credeva a qualcosa, in quegli anni? O è sempre stato un asceta scettico?

Asceta? Ma quando mai?! In genere si diventa scettici solo con l’età, immagino. Io, comunque, non lo sono neanche adesso … Credevo allora a molte di quelle cose in cui credeva quella generazione di sinistra. Ho votato a lungo per il partito comunista pur non essendo mai stato comunista. Ma chissà, oggi verrebbe da dire che forse solo Togliatti è stato comunista, Veltroni, come si sa, non è mai stato comunista, sembra che nessuno lo sia mai stato… Io ero quello che si dice un progressista di sinistra con tutti quegli ideali, illusioni, che poi il tempo contribuisce a modificare, a cancellare o a elaborare…

Come mai votò comunista pur non essendo comunista? Opportunismo? Seguiva la massa?

Bella domanda, la sua. Beh, in quegli anni, eravamo davvero in tanti non comunisti a votare Pci.

Perché?

Perché grazie alla guida geniale di Togliatti il Partito Comunista si presentava ai nostri occhi, sì, come un partito che riusciva ad essere complice della banda di assassini che governavano a Mosca, ma, allo stesso tempo, qui in Italia difendeva e rappresentava molte cause giuste, e non solo perché stava dalla parte dei più poveri ed emarginati della società. Il Partito comunista portava avanti istanze sacrosante di libertà sul piano dei diritti e del costume. In quegli anni, ad esempio, c’era nel nostro Paese un clima che oggi definiremmo senza problemi sessuofobico. Non è, faccio per dire, che in vacanza potevi andare tanto facilmente in un albergo con la tua ragazza, come adesso…

E come mai, dopo il 1975, decise di votare altro? Era già diventato, a 33 anni, pompiere e conservatore?

Ma che modo ha di parlare? Secondo lei, allora, tutti quelli che nel 1975 non votarono per il Pci erano “pompieri e conservatori” A una domanda così sguaiata non rispondo neppure …

Concorda con me che il Sessantotto è stata la più grande sciagura sociale e culturale avvenuta in un Paese come il nostro?

No, per nulla! Per chi fa lo storico come me, parlare di sciagura, non ha molto senso.  Il ‘68 fu una gigantesca frattura culturale che investì tutto l’Occidente. Ma non sono cose di cui si possa parlare in un’intervista. Nel ‘68 cambiò il mondo e cambiò l’Italia.

In meglio o in peggio?

Dipende dai punti di vista. Nel momento in cui cambia, sembra sempre in meglio. Mi ricordo i bar prima della modernizzazione italiana o cos’erano le case prima del Sessantotto… Insomma, andrei cauto nell’usare la parola sciagura.

Come mai voi intellettuali non contate più nulla?

Perché la cultura in senso lato non conta più nulla. Soprattutto, poi, in Italia, dove in media, un italiano, legge a stento un libro all’anno.

Lei quali colpe si dà? Ha dormito mentre il Paese cambiava…?

Ma quali colpe potrei mai darmi, scusi?! Sicuramente non ho capito molte cose, ma credo di essere in una buona e numerosa compagnia.

Tipo?

Ad esempio, non ho capito sul finire degli anni Novanta che far crollare i partiti storici apriva le porte ad un sistema che non era necessariamente migliore, anzi. Una premessa necessaria: le accuse alla Prima Repubblica erano vere, fondate, ma, forse, il rimedio non era la distruzione totale di quel sistema. Detto ciò, non credo di essere stato sempre un cretino, forse qualche cosa l’ho capita anche io…

Ad esempio?

Beh, ad esempio che il partito comunista anziché trasformarsi in socialdemocratico, diventava il partito democratico del tutto e del niente, delle avanguardie progressiste borghesi, femministe, pacifiste, politicamente corrette, Lgbt: tutta roba politicamente ed elettoralmente inconsistente, beh, questo l’ho capito subito…

Da tempo immemore, Repubblica, Il Corriere della Sera (che addirittura lo ha accolto come firma), sono in ginocchio dinanzi a Veltroni: non pensa anche lei che sia stato uno degli artefici del disastro della sinistra italiana?

No, non lo penso, Veltroni in un certo senso è stato intellettualmente e politicamente una delle tante vittime della storia del suo partito. Per sua fortuna non credo che se ne renda conto.

Mughini mi ha detto: se uno non è un rompicazzi, che intellettuale è? Lei si ritrova? Pensa veramente di aver rotto i coglioni a qualcuno?

Dal numero di persone che mi detestano, penso di sì…

Mi faccia un nome? Il gruppo del Fatto Quotidiano?

Sa, io sono sempre contrario a parlare di entità collettive. Tomaso Montanari, ad esempio, mi detesta. Marco Travaglio, è molto diverso, invece…

In che senso?

Penso che abbia opinioni sue, ha capacità di scarto, di smarcarsi, insomma non si fa influenzare dal pensiero corrente: probabilmente, la vicinanza per tanti anni a Montanelli gli ha fatto bene.

Spesso lei è oggetto degli strali proprio di Travaglio: come mai?

Ah, ma Travaglio è un fantastico scrittore di cose politiche, e chi scrive di politica deve avere dei nemici, dei bersagli. Poi io, con le mie posizioni, lontane dalle sue, mi presto sicuramente.

Pensa che Travaglio abbia ragione quando la pizzica? Ci pensa, ogni tanto?

No, sono tenacemente convinto di aver ragione io. Ma lui, probabilmente, direbbe la stessa cosa dal suo punto di vista.

Perché Montanari la detesta?

Perché su moltissime questioni di fondo la pensiamo diversamente e lui, per sua vocazione ha molta difficoltà a interloquire in maniera civile con chi ha idee diverse dalle sue. La sua profonda estraneità alla cultura liberale lo trascina irresistibilmente all’insinuazione offensiva, al travisamento delle posizioni che non condivide, alla denigrazione. Ma dal punto di vista dei media avere uno così in trasmissione ogni sera è prezioso, è lo spettacolo assicurato che fa salire gli ascolti.

Cosa vi separa? La faziosità? O anche una certa antipatia, direi epidermica?

Credo di averle già risposto.

Come mai, sui giornali borghesi, a parte qualche rarissima eccezione, voi editorialisti faticate a dire che Netanyahu è un criminale e Israele tutto è fuorché una vera democrazia?

Perché io non sono assolutamente d’accordo con quello che dice lei. Netanyahu, per me, non è un criminale di guerra, e Israele è una vera democrazia. Quando voi “buoni” …

Alt: io non sono per nulla “buono”, tutt’altro…

Ah, sembrava proprio uno dei “buoni” sa? … Comunque, quando date del criminale di guerra ad una persona che è stata eletta democraticamente, vi dovreste chiedere: perché queste elezioni sono state vinte dai criminali? E perché tanto spesso sono più numerosi i cattivi dei buoni?

A lei piace Netanyahu?

No, per niente! Non mi piace la sua politica, ma questo non vuol dire che io pensi sia un criminale di guerra. Da un anno e mezzo, mi piacerebbe sapere cosa pensano i critici di Netanyahu che Israele avrebbe dovuto fare dopo il famoso 7 ottobre. Io mi limito a constatare questo: che il raid durissimo su Gaza era finalizzato alla liberazione degli ostaggi. Ora, se Hamas avesse liberato subito gli ostaggi, lei davvero pensa che Israele avrebbe continuato comunque a bombardare Gaza? Io penso di no. Come si è visto, poi alla fine gli ostaggi sono stati liberati. E allora l’idea che non restasse altro mezzo che bombardare per liberare gli ostaggi non si è rivelata in qualche modo giusta…?

Mi perdoni: uccidendo tutti quei civili?

La democrazia, in Europa, si è affermata con i bombardamenti. Ma sa quanti civili sono morti in Germania durante la Seconda guerra mondiale? 600mila! È così che è stata vinta la Germania. La guerra, Melchionda, è sempre atroce…!

La storica Anna Foa, proprio recentemente, ha detto: “… Parlo quindi di suicidio etico di Israele, perché la violenza portata dai soldati israeliani nella Striscia – dal governo Netanyahu e dai suoi ministri – con un altissimo numero di morti civili palestinesi e la devastazione di tutta Gaza, oltre che di parte del Libano, per me significa perdita della “coscienza” critica di Israele… Siamo comunque in presenza di “crimini di guerra e contro l’umanità” commessi da Netanyahu: tutto questo mi sembra molto evidente e dovrebbe risultare molto più evidente a tutti in Israele…” Secondo lei, invece, il 7 ottobre giustifica la distruzione totale della striscia di Gaza e la morte di oltre 70mila persone? Non le sembra che la risposta al massacro del 7 ottobre abbia ampiamente travalicato i confini della legittima difesa?

Non desidero rispondere ad Anna Foa. Quanto a lei penso che la qualità e il tono delle sue domande siano tali che una replica sarebbe inutile. A lei, infatti, non interessa capire che cosa pensa davvero l’altro. Interessa solo attaccare briga e far fare al suo interlocutore la figura del criminale assetato di sangue di vittime palestinesi. Non intendo accontentarla.

Perché, secondo lei, se si critica Israele si viene tacciati subito di antisemitismo?

Non è detto che sempre sia così. Spesso, però, la critica che si fa ad Israele muove da presupposti antisemiti…

Cosa non le piace di Netanyahu?

Innanzitutto, non mi è piaciuto quando ha cercato di mettere la mordacchia alla Corte costituzionale israeliana, la custode delle leggi israeliane; e non mi piace, inoltre, il fatto che si sia alleato con la destra oltranzista, religiosa, messianica…

Marcello Veneziani, recentemente, mi ha parlato di mafia culturale perpetrata dalla sinistra, a partire proprio dalle e nelle università. Lei è d’accordo?

Il mondo culturale e universitario è fondato sul meccanismo della cooptazione e non può essere altrimenti. Poi ci può essere una cooptazione intelligente, aperta e attenta al merito e invece una cooptazione faziosa, dominata dall’amichettismo. È vero che in Italia quest’ ultima è prevalente.

Ci arriviamo, pazienti ancora un po’…

Ah, va bene. Sicuramente, in un Paese come l’Italia, dove i rapporti personali sono sempre così importanti, c’è sempre un che di “mafioso”, inevitabilmente… Tanto per fare un esempio: se io faccio un giornale ho naturalmente bisogno di qualcuno che scriva delle cose: spesso mi rivolgo ad un amico, non è che mi metto a fare un concorso. Un quid di amichettismo ci sarà sempre… In Italia, poi, c’è uno squilibrio di forza evidentissimo: la sinistra ha una rappresentanza culturale pari al 95%; la destra, o la non sinistra, il restante 5%. Sono più di settant’anni che è così, e questo ha prodotto, a sua volta, anche un certo conformismo, perché sai già dove hai più possibilità di collocazione.

Da barone universitario qual è stato, si sente, nella parte che le spetta, responsabile dello sfascio della nostra università?

Assolutamente, sì, in tutto o quasi…

Sia più chiaro e dettagliato…

Sono responsabile di non avere abbastanza protestato, di non essermi opposto come potevo, per cercare di contrastare l’andazzo che l’università ha avuto negli ultimi quarant’anni. Ma allo stesso tempo devo aggiungere che tutto ciò è stato causato anche dalle leggi votate dal Parlamento. La catastrofe universitaria si deve in grandissima parte più che ai comportamenti dei singoli a delle leggi assolutamente sbagliate fatte dal Parlamento…

Si riconosce, allora, una parte di codardia e comodità?

Codardia mi sembra una parola troppo grossa e in fondo impropria e poi mi dà molto fastidio considerarmi un codardo. Parlerei piuttosto di disattenzione, di stanchezza…. Non si possono fare sempre delle battaglie, soprattutto se si è da soli… Anche se a dire la verità di battaglie simili ne ho fatte più di una.

Tanti anni fa, in un faccia a faccia con Claudio Sabelli Fioretti, ha detto: Quando scriviamo sui giornali predichiamo il rispetto della legge. Ma i concorsi che facciamo sono quasi tutti truccati. Non può essere che così, perché la carriera universitaria è fondata sulla cooptazione…” È una vergogna, professore, o no?

È una vergogna che chi ha fatto certe leggi sapeva perfettamente che esse non potevano essere rispettate! Nella mia carriera accademica, quando mi è capitato di fare il commissario in un concorso, ho sempre cercato di avanzare le candidature che alla mia coscienza sembravano le migliori. Per far questo ho disapplicato certo più volte la lettera delle leggi. Le faccio un esempio: per esaminare dei candidati ad un concorso si dovrebbero leggere tutte le pubblicazioni che essi presentano. I commissari dovrebbero leggere centinaia di libri scritti dai candidati. Ovviamente, capirà bene, nessuno se li leggerà mai tutti, anche per l’ottima ragione che i membri della commissione già conoscono benissimo il profilo culturale dei candidati. Però, siccome poi siamo costretti a formulare dei giudizi scritti e più o meno dettagliati su ogni candidato, allora capita anche che si ricorra a un formulario preconfezionato di difetti e manchevolezze, da attribuire al profilo di quelli che già si è deciso che andranno scartati.

Chi è che la cooptò, perché anche lei, da giovane, fu cooptato?!

Certo che fui cooptato. Il professore in questione si chiamava Luciano Cafagna… E siccome già allora riscuotevo una certa antipatia, senza di lui, certamente non sarei andato da nessuna parte.

In una intervista rilasciata al Foglio ha detto: la Meloni soffre la psicologia dell’escluso. Cosa voleva dire?

Beh, è facile da comprendere: lei e i suoi compagni erano i fuori legge, gli esclusi per definizione dall’arco costituzionale; non sorprende quindi che in un momento di difficoltà questo antico legame di tipo reducistico riemerga. La Meloni ha difficoltà ad aprirsi al mondo esterno: si fida solo di quelli che sono cresciuti con lei a Colle Oppio e dintorni. Sono tipiche reazioni psicologiche di un gruppo escluso….

Non pensa anche lei che questo governo sia assolutamente mediocre?

Tutta la classe politica italiana è mediocrissima. Metà dei deputati e dei senatori italiani non sanno parlare e scrivere in italiano… Più che politici, sembrano dei camerieri bravi a recitare delle formulette. Il governo meloniano tranne qualche ministro o sottosegretario è più o meno nella media; lei, invece, è nettamente superiore alla media: ha un notevolissimo temperamento politico ed è guidata da un buon fiuto, oltre ad essere dotata a mio avviso di una buona dote di simpatia. Il governo si regge in grande parte su di lei, o quasi.

Non pensa che la sua grande colpa sia stata quella di aver scelto dei politici davvero mediocri, imbarazzanti? È una colpa, professore!

Più che una colpa, un limite. Il fatto è che se tu sei un escluso non hai quella confidenza con il diverso che ti consente di dire: non abbiamo mai mangiato insieme, però tu sei una persona che apprezzo, vieni con noi. Hai sempre l’idea che non ti puoi fidare. Ora che è diventata presidente del Consiglio Giorgia Meloni dovrebbe smettere di pensare di essere ancora un underdog.

Secondo lei, era più inadeguato Sangiuliano o Giuli, al ministero dei Beni Culturali?

Sono personalità diverse: Sangiuliano è un intellettuale tradizionale, ha quest’amore per Prezzolini, La Voce; sembra un po’ un professore di liceo di una volta. Appare insomma abbastanza estraneo ai tempi. Giuli appartiene invece ad una generazione in cui la cultura ha perso completamente il suo aspetto libresco, tradizionale, compassato. Diciamo che l’attuale ministro dà alla cultura una interpretazione molto leggera, molto flou, priva di un vero baricentro, molto giornalistica in un certo senso. Poi ha questo vezzo linguistico, di parlare per perifrasi, metafore, immagini allegoriche, che non rientra nei miei gusti…

Non ha risposto alla mia domanda, però: non pensa che al Collegio Romano ci voglia una figura davvero alta, e altra dai partiti… Anche qui, è stata scelta la fedeltà… O mi sbaglio?

E chi è il ministro adeguato? Franceschini? Non lo credo. Il fatto è che Franceschini ha avuto un grande vantaggio: piaceva a coloro che piacciono; piaceva ai cineasti perché dava un sacco di soldi al cinema con risultati mediocri. Oggi il cinema italiano è veramente poca roba. Franceschini poi diceva le cose giuste che piacciono agli ambienti culturali. Bisogna sempre pensare che l’immagine che noi abbiamo è sempre molto influenzata dalla stampa. Franceschini era culturalmente un conformista… Uno che si adeguava in pieno a quelle che erano le parole per piacere agli ambienti culturali che contavano. Forse, il miglior ministro è stato Rutelli.

A lei sarebbe piaciuto fare il ministro dei Beni Culturali?

Certo, assolutamente sì…

Avrebbe avuto le qualità per reggere tale peso?

E come faccio a saperlo? L’avreste scoperto dopo, sulla vostra pelle, ahivoi! Non si fanno gli esami per diventare ministro…

A parte Veneziani e qualche altro, negli ultimi trent’anni si fa davvero fatica a trovare qualche intellettuale destrorso degno di nota. Come mai? Di chi è la colpa?

Destrorso è un termine dispregiativo che non mi piace e che in questo caso è una spia della sua cultura, caro Melchionda, venata di pregiudizi, priva di spirito di libertà. Il linguaggio è sempre molto rivelatore, sa?

Quanti, e quali, libri brutti ha scritto, ripensandoci, oggi?

Oso credere di non aver mai scritto libri brutti come molto sommariamente lei dice. Ho fatto libri sfortunati. Uno, che pure mi ha divertito fare e che ho scritto durante il Covid, ma che è stato affossato da una copertina terribile che quegli sciagurati della Marsilio si inventarono per la prima edizione, è stato Otto vite Italiane. Non ha avuto nessun riscontro tra il pubblico. Avrà venduto sì e no 1000- 1500 copie …Peccato, a me è piaciuto scriverlo e non lo rinnego. Un padre non rinnega mai i propri figli…

Avrà avuto pure una copertina terribile, ma se nessuno se l’è filato, forse non era un granché… O no?

Lei non l’ha letto, che ne sa? Il mio giudizio gliel’ho già detto…

Come mai, nonostante i tanti anni al Corriere, i suoi libri non interessano alla Rizzoli o alla Solferino?

Non credo che le cose vadano messe in questo modo rozzissimo in cui le mette lei. Ogni libro ha le sue case editrici. Io poi ho un rapporto storico con il Mulino, editore del mio primo libro. Ogni tanto mi concedo dei tradimenti, che però mi vengono perdonati.

Lei è molto riservato e saturnino: ha mai pensato che senza l’aiuto di Mughini e Mieli, probabilmente il suo nome sarebbe stato confinato nel mero recinto universitario, peraltro di provincia?

Il debito con Giampiero è alto: lui lesse delle cose che avevo scritto sul finire dei Settanta, e mi chiese di collaborare a Paese Sera. Il mio esordio sui giornali lo devo a lui perché mi offrì la famosa occasione che, oggi, a tanti giovani non si dà… Con Paolo Mieli siamo amici da tantissimi anni. Paolo mi aprì a suo tempo le porte dell’Espresso. Quando poi andò al Corriere della Sera nel 1992 mi propose una collaborazione che io, ovviamente, accettai. Ma, a quell’epoca io già collaboravo alla Stampa alla quale mi aveva chiamato Giorgio Fattori…

Con Repubblica, se non erro, i rapporti non andarono bene… Cosa successe con quel monarca di Scalfari?

Ho avuto, sul finire degli anni Ottanta, mentre collaboravo alla Stampa, un contatto con Eugenio Scalfari. Cedetti alle sue lusinghe, lasciai La Stampa e firmai un contratto di collaborazione con Repubblica. Collaborai per due mesi. Ma vidi subito che non era aria. Non mi piacquero per nulla le famose riunioni di redazione del lunedì. Rimasi esterrefatto: c’era un’edificazione del re Sole, una cortigianeria imbarazzante. Il primo articolo con cui esordii, era un articolo di critica su Bobbio che su Repubblica era una sorta di papa.

Lo fece apposta?

In un certo senso forse sì, scrissi quell’articolo per sondare il terreno e saggiare lo spazio di libertà che potevo avere. Eugenio lo pubblicò dopo dieci giorni, e lì capii che le mie perplessità erano più che fondate, e lasciai perdere.

Invidiava qualcosa di Bobbio? Ha mai avvertito, nei suoi confronti, un complesso d’inferiorità?

Quello che si prova verso un grande studioso non è mai un complesso d’inferiorità come lei ancora una volta molto rozzamente dice: è la consapevolezza della sua altezza, che è una cosa apparentemente simile a quello che lei ha detto ma in realtà molto diversa. Non sto a perdere tempo a spiegargliela.

È mai stato ingrato, quando il suo nome è diventato conosciuto alla massa, dopo il suo approdo al Corriere della Sera?

Assolutamente no, anzi. Nei limiti delle mie possibilità, ho spesso cercato, invece di segnalare alla direzione del giornale, nomi di persone che pensavo potessero essere interessanti per i lettori. L’ingratitudine e la noncuranza, grazie anche all’insegnamento di mio padre, soprattutto nei confrontidi persone di rango sociale inferiore, non mi sono mai appartenute.

Come mai fallì Pagina, finanziata da Franco Morganti? Se non sbaglio, c’erano personaggi come Mieli, Massimo Fini, lo stesso Mughini…

Molto semplice: vendevamo 700 copie al massimo. La rivista durò poco perché non avevamo sufficienti quattrini a disposizione. Avemmo tanti attestati di stima, ma nelle vendite fu un disastro assoluto, anche perché non riuscivamo ad arrivare ad un pubblico di qualche consistenza dati i limiti della nostra distribuzione.

Le capita mai, quando scrive un editoriale, di pensare che il suo scritto magari passerà inosservato?

Certo, mi capita sempre, soprattutto quando scrivo per un giornale. Quando mi metto davanti al pc, mi chiedo sempre: ma quello che sto scrivendo ha un valore? Dice delle cose? Interesserà?

Ha mai provato frustrazione nello scrivere?

No, direi di no, la parola frustrazione mi sembra una parola grossa… Al massimo, dispiacere.

Quante volte, dai piani alti di via Solferino, hanno censurato un suo pezzo? E cosa, soprattutto…?

Mai, è la verità. A volte, può capitare che mi chiedano di togliere una parola, eliminare un aggettivo, o cambiarlo, ma censurare, mai. Ho sempre avuto la fortuna di avere direttori liberali che mi hanno sempre fatto scrivere quello che volevo. Con Paolo Mieli poi eravamo amici e il problema non si poteva porre davvero. Quando era direttore ci sentivamo di frequente al telefono ma per fare del cazzeggio, per usare una sua espressione ormai leggendaria

Agnelli, per anni editore anche del Corriere, è sempre stato omaggiato, incensato da tanti lecchini della carta stampata, e non solo. Nessuno, o quasi, osava contraddirlo, dirgli, ad esempio, che le sue macchine erano orrende… Non pensa anche lei che, a livello imprenditoriale, sia stato una sciagura per il nostro Paese?

Sa, lo charme e la ricchezza, sono due cose che in genere conquistano la simpatia delle persone, e Gianni Agnelli possedeva entrambe le cose in notevolissima misura. Quando voleva, in maniera molto abile, sapeva spendere l’uno e l’altra. Sicuramente, sì, da un punto di vista imprenditoriale alcune scelte sono state sbagliate, immagino, ma anche i suoi più stretti collaboratori, a partire da Romiti, hanno forse le loro colpe. Non ha lasciato la Fiat in buona salute questo è sicuro, ma sono cose di cui non m’intendo affatto.

Da decenni, ormai, il suo nome è associato al Corriere della Sera: con quali direttori ha avuto screzi, dissapori?

Potrà sembrare una bugia bella e buona ma con i direttori non ho mai avuto brutti rapporti. Lo so, può apparire una risposta falsa, ipocrita, ma è stato ed è così. Tenga conto, peraltro, che tutti i direttori che si sono succeduti, li conoscevo già in precedenza, avevo con loro un rapporto di confidenza se non talvolta di amicizia. Certamente questo ha facilitato le cose…

Qual è stato il direttore del Corrierone più modesto che lei ricordi da quando, soprattutto, collabora con il giornale?

Non capisco il senso che lei attribuisce all’aggettivo modesto: e poi le sembra mai possibile che io risponda una domanda del genere?

Come mai, con l’avvento di Luciano Fontana, la sua figura si è un po’ eclissata? Perché scrive di meno?

Ho la grande fortuna di scrivere essendo abbastanza libero di farlo secondo i miei ritmi e le cose che ho da dire, gli argomenti che mi interessano. Luciano Fontana mi ha sempre permesso e mi permette di seguire questa linea e io non posso che essergliene grato.

Le piacerebbe che il giornale fosse più coraggioso, libero, libertino, nei confronti del potere?

Assolutamente sì, mi piacerebbe che il giornale fosse più libero e libertino, a chi non piacerebbe…Ma mi rendo conto dei vincoli oggettivi che un grande giornale come il Corriere ha e che non può non avere.

Anche lei, quindi, ha subito la scure di Cairo sui suoi compensi?

Assolutamente sì.

Insieme a Battista, Panebianco, Mieli, Romano, lei fa parte del gruppo dei terzisti. Non pensa che il terzismo abbia fatto tanti danni, soprattutto nel giornalismo? Questa incapacità mai di schierarsi veramente, e di restare sempre in mezzo alle ambiguità?

Non sono affatto d’accordo! Chi scrive sui giornali deve essere giudicato non in base alle possibili collocazioni che le sue cose possono avere sull’arco politico ma più semplicemente se ha scritto cose vere e interessanti o no. Non so se eravamo terzisti: eravamo colti, intelligenti, avevamo delle idee, sapevamo scrivere tutto qua. E nonostante l’età, siamo ancora capaci di dire la nostra…

Pungolato da Sabelli Fioretti, Giordano Bruno Guerri, parlando di lei, anni fa, ha detto: “Qualche volta pecca di “schieramentismo”. Quando Berlusconi vinse le ultime elezioni scrisse un editoriale dandogli istruzioni di governo e autonominandosi suo consigliere…” Aveva ragione?

Con Giordano siamo amici, ma non ricordo di avere scritto quello lei adesso mi dice. Quando lo vedo, glielo chiederò…

Anche lei, come tanti, ha subìto il fascino di Berlusconi?

No, per nulla. Lo considero un grande personaggio, dalle mille capacità, ma su di me non ha esercitato alcun fascino particolare…

E come politico lo reputava mediocre? La tanto decantata rivoluzione liberale è rimasta solo nella testa dei suoi cortigiani…

Beh, come politico non è stato un granché. Non è riuscito a portare a casa grandi risultati se non a impedire alla sinistra di vincere le elezioni (che per alcuni peraltro può essere un grande merito) e fare alcune leggi favorevoli ai bilanci di Mediaset…

È mai stato voltagabbana, per viltà, debolezza o carrierismo? Ci pensi bene…!

Che razza di domanda è? E poi, scusi, di quale carriera stiamo parlando?

Ma dai, professore, suvvia: collabora da trentatré anni con il più importante quotidiano italiano, suvvia… Tanti vorrebbero stare al posto suo…

Sono approdato al Corriere nel remoto 1992. La mia carriera si è fermata lì. Come carriera non mi sembra un granché, lei che ne dice?

Fece scalpore quando disse pubblicamente che, da romano, avrebbe votato la Raggi a sindaco di Roma. Si è mai pentito di una scelta così scellerata?

Certamente!

Cosa aveva visto in lei d’interessante?

Elettoralmente sono sempre stato infedele. Mi sembrava che Raggi sindaca potesse rappresentare il nuovo, ma come dimostra disgraziatamente la storia politica della Prima Repubblica, il nuovo è spesso peggio del vecchio. Ma ci si può privare in eterno della speranza del nuovo?

E i sindaci sinistrorsi che hanno guidato il Campidoglio, chi boccia, senza appello: Rutelli o Veltroni?

Si dice di sinistra non sinistrorsi, di destra non destrorsi, lo vuole capire?

Boccio senza appello Alemanno! Rutelli è stato un ottimo sindaco, a Veltroni darei una sufficienza…

Quali sono stati gli intellettuali italiani più ipocriti, inneggianti a sinistra e con il portafoglio vicino al Berlusca, della sua generazione e non? Una volta parlò di Deaglio…

Deaglio si dimenticò che fu salvato dai soldi (circa mezzo miliardo di vecchie lire) di Berlusconi, grazie alla mediazione di Giuliano Ferrara, per sistemare i conti di Report. Se si accettano dei soldi da qualcuno, poi non puoi essere un ingrato e definirlo un poco di buono,

È più uomo di rabbie incontrollate o di risentimento?

Di rabbie incontrollate… A volte mi capita anche di avere atteggiamenti verbali aspri e aggressivi verso qualcuno… Poi, come tutti, coltivo anch’io delle tenaci antipatie.

Tipo, nei confronti di chi?

Mah, non so, ad esempio negli ultimi tempi nei confronti degli attori che si parlano sopra, oppure di quelli che parlano senza sapere… Qualche giorno fa, Carlo Rovelli, un fisico bravo, ma non di certo Leonardo da Vinci, si è messo a sproloquiare di storia senza sapere cosa dice… Ecco, in generale mi danno fastidio le persone che non sanno stare nel proprio ruolo.

Ha 83 anni, i capelli sempre più bianchi: quanto si sente vecchio?

Mi sento vecchio il giusto, perché l’età che ho comincia ad essere importante.

Ha mai conosciuto l’infelicità o, peggio, ancora, la depressione?

La depressione, nell’accezione che intende lei, no, non credo. Momenti di mestizia, d’infelicità, sicuramente. Come si fa ad essere felici sempre…?

È più vanitoso o arrogante?

Arrogante, senza ombra di dubbio…

Nel libro “Credere, tradire, vivere” ha scritto: ormai la partita è finita. Si sente un perdente?

Da un punto di vista che guarda alle sorti del mio Paese abbastanza.

Ha paura della morte, nonostante lei non creda a nulla?

Non è vero che non credo a nulla! Comunque, sì, come tanti ho paura della morte…ma naturalmente ciascuno ne ha paura a suo modo.


Chi volesse, liberamente, sostenere questa piattaforma, e renderla ancora più libera
anche di girovagare per l’Italia, da oggi può…!

Segui su

Come vuol essere ricordato da quei pochi che l’hanno amata?

E come fa lei a sapere che siano così pochi? Perché, mio caro Melchionda, lei è così convinto che per fare il bravo intervistatore si debba per forza essere sommari e maleducati come a lei piace mostrarsi? Ci pensi, non è per nulla necessario…

Quanto alla domanda di come vorrei essere ricordato la risposta è facile: Come la persona che essi hanno amato, appunto.

Ps: deposte le sciabole, il match è finito proprio così, all’insegna della massima libertà e schiettezza, di entrambi, come dovrebbe essere in ogni vero confronto, senza tagli, addomesticamenti e aggiustamenti di comodo…

1 commento su “GALLI DELLA LOGGIA, IL MOSCHETTIERE MALINCONICO”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

SOSTIENI PERFIDE INTERVISTE

IBAN: IT73E0200805021000106444700
CAUSALE: DONAZIONE A PERFIDE INTERVISTE
INTESTATO A: MELCHIONDA FRANCESCO

Questo si chiuderà in 0 secondi

Torna in alto