Roberto D’Antonio

Roberto D’Antonio non è un “Figaro” qualunque. Le sue mani, piccole, sono, nella città Eterna, una reliquia sacra. Osservandolo da vicino, sembra una sorta di Papa della vanità. Nel cuore del potere capitolino, ogni mattina, accese le luci del suo salone, infiamma, con creatività e ansia, con insuperabile maestria, il grande falò della mondanità, delle relazioni che contano e dell’embrassons-nous.  La sua vita, a sessant’anni suonati, è un coacervo di contraddizioni, cadute e resurrezioni. Come tutti i provinciali, Roberto D’Antonio ha la pelle dura. Nonostante il successo e la visibilità internazionale, le centinaia di prime pagine su tutti i giornali, in lui restano smalto, curiosità, nonché le classiche paura di un ragazzo qualsiasi.

A differenza di Lucien de Rubempré – personaggio balzachiano di Illusions Perdues – “Robertino sette bellezze”, come affettuosamente lo chiama Roberto D’Agostino, non si è fatto corrompere dalle lusinghe del potere, tantomeno dai soldi. Nelle ore trascorse insieme, non ho scorto punte di cinismo o disincanto, tutt’altro. Seduto nella camera da pranzo, è sembrato un Divo, ma non nell’accezione di Paolo Sorrentino. I suoi passi, felpati, sono delicati, quasi non si avvertono. Come un gatto melanconico, il Divus si ritrae, fugge dai riflettori, dal caos, dai pettegolezzi della società dello spettacolo.

Disinteressati al fuoco fatuo, abbiamo cercato di raccontare un altro D’Antonio, quello che vive perennemente dietro le quinte, e, sovente, per gli altri. Smessi i panni – finalmente! – dell’artista alla ricerca costante e ossessiva della Bellezza, e abbandonato ogni filtro dettato dalle regole della società e della diplomazia, il ragazzo di Nepi ha vuotato, se così possiamo dire, il sacco dei suoi pensieri, dei suoi ricordi, anche quelli più intimi e dolorosi.  E le sue parole, almeno con noi, non hanno avuto nulla a che fare con l’intellettualismo. Proprio come il suo salone, le risposte alle domande sono prive di orpelli, barocchismi, ghirigori astrusi e vuoti. Le riflessioni, benché opinabili, arrivano dritte all’anima, con semplicità e candore.

F.M / francesco.melchionda@tiscali.it

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Fotografie di Ludovica Borghesi

Roberto D’Antonio, voglio cominciare con lei questa intervista partendo proprio dalla sua infanzia. Tanti sostengono che gli anni dell’adolescenza siano i più belli e spensierati.  E’ stato così anche per lei?

Penso che I bambini non siano tutti uguali. E la mia non è stata un’infanzia felicissima. Per certi versi, non l’ho vissuta. Da piccolo, ho avuto tanto dolore e dispiaceri. Ero sicuramente più intelligente dei miei fratelli, e avvertivo, quindi, le cose negative e positive in una maniera diversa. Non mi sono mai sentito figlio. E la mancanza dei miei genitori, ad un certo punto della mia vita, non l’ho sentita più di tanto, e, pensi, non mi ha creato mai nessuna difficoltà, perché mi sono sempre sentito genitore. Per concludere: non mi sono mai sentito bambino, anzi quella parte è sempre stata nascosta. Non ho mai conosciuto I giochi, i momenti della leggerezza, I sogni, tutto quello che, insomma, appartiene alla sfera dell’infanzia. Sicuramente, però, quello che celavo e nascondevo da bambino, mi è tornato utile in età adulta.

Respirava miseria a casa sua?

Beh, sì, certo. I miei genitori, mio padre in particolare, erano molto leggeri in famiglia, ma quando si è genitori bisognerebbe essere più seri e responsabili. Secondo il mio modesto punto di vista, dovrebbero istituire una scuola per insegnare ad essere genitori e per saper vivere bene. Uno può essere molto più figlio che padre. Non è di certo la genetica che ti rende padre o madre.

Che rapporto aveva con i suoi genitori? Li ha odiati?

No, assolutamente! L’odio è un sentimento che non mi appartiene, né come credente – perché credo in Dio – e né come persona. Credo molto più nella bontà, invece.

Da dove nasce la sua timidezza?

Dalla vita, dalla realtà, da come uno si comporta nei confronti degli altri. Io preferisco fare sempre un passo indietro. Mi piace essere più chiuso e impaurito rispetto, poi, all’immagine che dò all’esterno. Adoro più ascoltare che parlare. Sono famoso per scappare dai pranzi, e da eventi importanti, dopo pochi minuti.

Ha mai subito atti di bullismo da bambino?

No, purtroppo. Ma voglio chiarire: non si fanno violenze ai bambini; ma nella violenza e nei soprusi si fanno esperienze di vita che possono lasciare insegnamenti molto importanti e profondi.

Che scuole ha fatto?

Nessuna, mi sono fermato alla seconda media. Ero bravo a scuola, ma il lavoro, fuori, mi chiamava già.

Nel rapportarsi agli altri, non si sentiva inferiore, lacunoso, manchevole?

Sempre, anche tuttora, non mi sento mai all’altezza di niente, in primis del lavoro. Ogni mattina, inforcate le forbici, ho sempre timore di non sentirmi capace. Ma le posso dire, al contempo, che è stata anche la mia fortuna, perché il sentirmi inferiore mi ha permesso, anche ora che ho 60 anni, di dare sempre di più e provare a migliorarmi ogni giorno.

Si è sempre dichiarato, forse anche in maniera provocatoria, omosessuale. A che età ha scoperto di esserlo?

Da sempre. Ma io l’ho intesa sempre più come una fluidità non solo sessuale ma, anche, comportamentale. La ghettizzazione sui vari generi e gusti mi ha sempre lasciato indifferente. Questa fluidità mi ha regalato una libertà impensabile.

Fotografie di Ludovica Borghesi

Ha mai provato vergogna?

Vergogna, no. Però, forse, avrei avuto meno problemi nella mia esistenza.

Come la presero i suoi genitori?

Non benissimo, anche perché vivevamo in un paesino di provincia; l’ignoranza che comunque si respirava all’epoca non sfociò, per fortuna, in violenza e insulti.

Alberto Arbasino visse il suo essere gay in maniera giocosa, leggera, felice; Pasolini, al contrario, con grandi tormenti e pesantezza. In questi decenni qual è stato il suo sentire?

L’ho vissuta in maniera serena. La mia vita è stata talmente intensa che non ho avuto quasi il tempo di pensarci.

A sessant’anni, può dirci qual è stato il più grande amore della sua vita?

Non ho avuto grandi amori, e, ad essere sincero, neanche ci credo. Probabilmente, non gli ho dato il tempo che, forse, meritavano, e neanche la giusta importanza. Ho preferito il lavoro, ma, soprattutto, l’essere perbene.

Quanta ipocrisia regna nella società che conta?

Non m’interessa molto l’ipocrisia dei potenti. Quello che mi preoccupa, piuttosto, è il popolo, che decide, o che dovrebbe decidere. Prima di pensare, quindi, all’ipocrisia della società che conta, come l’ha definita lei, è giusto che uno riveda i propri comportamenti. Che senso ha, puntare sempre l’indice su chi sta molto più in alto di noi?

Si è mai sentito usato?

Usato, no. Ho sempre avuto uno scambio reciproco e paritario, e nel lavoro, e negli affetti.

Sicuro?

Assolutamente sì.

Ligio e maniacale nel lavoro, la sua vita privata, benché discreta e silenziosa, è stata attraversata da grandi tormenti e frustrazioni. Come mai? Cos’è che non andava nella sua esistenza?

Arrivato ad un certo successo, non è stato facile, per me, mantenere l’equilibrio e la stabilità. Pensavo di essere il colosso di Rodi, e, invece, ero di carne e ossa come tutti gli altri. A 45 anni ero stanco di avere tutto e, al contempo, di non poterlo condividere con nessuno. Solo la testa e la mia intelligenza, mi hanno rimesso in carreggiata.

Quali sono state, oltre al cibo, le sue peggiori schiavitù?

Un senso maniacale dell’ordine e della bellezza. Più del cibo, la maniacalità è stata la mia vera schiavitù e condanna.

Ha avuto paura di morire, quando il suo peso aveva raggiunto i 164 chili?

Di morire, no. Sicuramente temevo di non farcela. Avendo lottato sempre nella vita, mi sono fatto forza, ed eccomi qua.

JJ Cale cantava: se il tuo giorno è finito, e vuoi ancora correre, cocaine… Ha mai fatto uso di droghe?

Certo, come no! Negli anni del successo esagerato, e della vita  sregolata che ho avuto, per qualche mese, ho fatto uso di cocaina. Amando le regole e la legge, mi sono fermato subito.

Qualcuno l’ha aiutata a venirne fuori?

Sì, un professore – uno psichiatra – che si occupava di dipendenze.

Nei momenti peggiori, hai mai pensato al suicidio?

Sì, una volta. In una serata di totale sbandamento, ingurgitai un pacchetto di sonniferi. Ebbi però la prontezza di andare subito in ospedale – il Santo Spirito – per evitare guai peggiori.

Che ruolo ha avuto, per lei, il sesso?

Quasi irrilevante. Il sesso, per me, è stato un optional.

L’ha più praticato o immaginato?

Immaginato. Io sono molto cerebrale.

E’ mai stato promiscuo nei rapporti sentimentali?

No, però mi piacerebbe tanto. Ma non sono preparato.

Quante volte, per vigliacchieria o tornaconto, ha tradito un’amicizia? Sia sincero…

Mai, non tradirei mai. Semmai, sono stato tradito dalle persone.

Spente le luci della vanità, come vive il silenzio assordante del tempo libero?

Fotografie di Ludovica Borghesi

In questa fase di pandemia, ad esempio, è la mia gioia, perché mi posso rintanare subito a casa e godermi un po’ di pace. Ma questa crisi, che sembra non finire mai, mi fa anche molto soffrire. Sentire nell’aria questo dolore, di gente che muore, senza la vicinanza di un caro, è qualcosa di straziante, per me.

Anche lei è un drogato di mondanità?

No, mai, per carità. Al massimo, attratto.

Da decenni, la sua vita professionale ruota intorno ai potenti della Roma che conta. Quanto l’affascina il potere?

Tanto; il potere, intellettuale e cerebrale delle persone, mi ha sempre affascinato. E dai potenti si può sempre imparare. Ma, essendo una persona anche molto semplice, ho appreso insegnamenti utili alla mia vita anche da gente molto umile.

Essere potenti, però, non significa che si è necessariamente persone migliori. La storia ha esempi eclatanti in tal senso…

Non sono d’accordo con lei. Io dai potenti ho solo imparato. Sarò stato fortunato, ma così è stato per me.

Quante volte le è capitato di creare uno stile, una nuova immagine,  una nuova estetica, ad un potente che, magari, schifava?

Io non schifo nessuno.

Le pareti del suo salone, benché spoglie, parlano di cinema: qual è il regista o attore che, come persona, stima di più? Perché?

Paolo Sorrentino, perché è un uomo pulito, libero, curioso, malizioso e interessato alla vita degli altri. Neanche un Oscar l’ha cambiato! E questo la dice lunga sul suo spessore umano e intellettuale.

Stando qui con lei, questa mattina, mi viene da chiederle: perché ha scelto di vivere in questa casa così spaziosa e particolare?

Mi piace la bellezza, come le ho detto poco fa. Abitavo a Trastevere in una casa molto bella, con un grande terrazzo. Ma siccome la consideravo la casa della giovinezza, desideravo cambiare. E siccome sono sempre stato molto ambizioso, a 60 anni, volevo vivere ancora meglio. Ed eccomi qua!

Che rapporto ha con Marina Abramovic?

Marina, che ho conosciuto grazie a Stefania Miscetti, è una grande donna e artista. Sposando a Roma Paolo Canevari, diventammo amici. Ricordo che aveva capelli molto neri, e l’aiutai un po’  a rimodulare il suo look. Poi, nel suo peregrinare in giro per il mondo, ci siamo un po’ persi di vista. Ma la ricordo sempre con grande affetto.

Fotografie di Ludovica Borghesi

Qual è il suo peggior difetto?

Come le ho detto prima, sono schiavo della maniacalità.

Altri difetti, magari più sotterranei?

Ci vorrebbe Freud per scoprirli, ma ormai è morto!

Quanto ego c’è nei suoi comportamenti, professionali ed umani?

Non penso mi appartenga, dipende molto, poi, da come lo intenda. Ma se lo associamo alla voglia di essere ambiziosi e di arrivare ad un traguardo, ma sempre in maniera trasparente e pulita, allora, sì, mi posso considerare egocentrico.

Si piace come uomo?

Fisicamente, no.

Quali sono i suoi hobby?

Nessuno, se non il lavoro. L’unico lusso che mi concedevo era partire a Capodanno per Gerusalemme. Un modo per scappare dalla noia delle feste.

Che musica ascolta, quando è solo?

Tutta. L’opera, la lirica, la musica leggera. Sicuramente Renato Zero e De André sono i cantautori a cui sono maggiormente legato.

Le pareti sono piene di libri; qual è lo scrittore della sua vita?

L’Inferno di Dante, Guerra e Pace di Tolstoj e I Promessi Sposi.

Fotografie di Ludovica Borghesi
Fotografie di Ludovica Borghesi

E il cinema, suo grande amore?

Il Neorealismo italiano, tutto. E poi, non smetterei di vedere Via col Vento: che film! Che insegnamenti sul razzismo!

Ancor oggi, con gli agi e il prestigio accumulati, perché teme la fame e la miseria?

Perché le ho conosciute entrambe, e dunque cerco, pur non avendo paura di tornare a quell’epoca, di non ricascarci. La paura è un’ottima molla perché permette di non crogiolarsi mai sugli allori e su quello che hai ottenuto dal lavoro e dalla tanta fatica accumulata.

Dopo 40 anni di vita metropolitana, si sente ancora un provinciale?

Pur non amando la provincia, l’essere provinciale è sempre stata la mia gioia e la mia risorsa.

Come vorrebbe morire?

Non sta a me deciderlo, ma a Dio.

Le pesa la solitudine?

La solitudine è una scelta di vita, quasi. Stando tutti i giorni a contatto con decine di persone, lo stare soli diventa una sorta di ideale compagno di viaggio.

Qual è il suo più grande rimpianto?

Non è ancora tempo, a sessant’anni, per i rimpianti e per fare i conti con sé stessi.

Qual è stato il più grande fallimento della sua vita?

Non penso di aver avuto fallimenti nella vita, soprattutto per come li possono intendere e interpretare le persone comuni. Mi sento fallito tutti i giorni se lo inquadriamo come momento di crescita e analisi.

Quanto dolore ha causato alle persone che le sono state vicine?

L’essere stato accentratore e, forse, troppo ingombrante nel lavoro può sicuramente aver creato disagio e dolore alle persone che in tutti questi anni hanno lavorato e lavorano con me.

È stato più dissidente o diplomatico?

Nella testa, dissidente, nei comportamenti, poi, ho scelto la via della diplomazia. L’essere dissidente è troppo faticoso.

È più permaloso o vendicativo?

Permalosissimo. La vendetta, non solo non mi appartiene, ma è qualcosa che richiede tempo ed energia.

Si sente un nostalgico?

Sì, molto.

Ci faccia un esempio?

Beh, una canzone, un film, o il ricordo di una persona che soffre. Vivo molto, inoltre, anche di melanconia.

Cos’è, per lei, la felicità? L’ha mai provata?

La mattina, quando mi sveglio, provo molta felicità. Vedere la luce del sole che filtra in camera, i profumi, gli odori, l’interesse di uscire di casa e andare al lavoro. La sera, ahimè, lo sono molto meno.

Fotografie di Ludovica Borghesi

Come vorrebbe essere sepolto?

Beh, innanzitutto non vorrei finire sotto terra e né, tantomeno, cremato. L’ideale sarebbe essere imbalsamato e diventare una sorta di attrazione per i nipoti di tutte le persone che mi hanno conosciuto e apprezzato.

Come vorrebbe essere ricordato, invece?

Quando ero ragazzo, volevo che al mio funerale la gente piangesse, che si strappasse i capelli. Oggi, alla mia età, mi basterebbe essere ricordato tanto e come una persona perbene.