LINA SOTIS, UNA STRONZA BON TON…

Dilemma: quanti hanno beneficiato delle lezioni impartite leggendo, e custodendo, Bon Ton? Perché – diciamolo chiaramente – chi voleva conoscere i modi di stare in società, e nei salotti che contavano, l’appuntamento con Lina Sotis, romana di nascita ma milanese nelle viscere, era ineluttabile, improcrastinabile.

Dame, contesse, principesse, aspiranti tali, intellettuali, e, perché no?, personaggi degni della Comedie Humaine balzacchiana – così voglio immaginare questo grande teatro – tutti chini a compulsare le secche, dirette, sottili, stringate parole, che la regina del Bon Ton vergava sulle colonne del Corriere della Sera e, poi, con il più riuscito manuale di buone maniere.

Da sempre, quindi, curioso di letture sulla Società, non potevo farmi sfuggire l’incontro con Lina Sotis. Ma, ancor prima di capire come si sta nel mondo che conta e decide e influenza, mi interessava conoscere la persona.

Quando le scrivo per sondare la sua disponibilità, la risposta, entusiastica, non si è fatta attendere. Arrivo in una Milano a tratti brumosa, silenziosa, pigra, sonnacchiosa. Più che una città che si muove e produce, mi sembra, piuttosto, una addormentata e indolente e levantina realtà meridionale.

Uscito dal frastuono della Stazione Centrale, tante maglie nerazzurre per le strade e, qua e là, cori di speranza per la Pazza Inter. È il grande giorno della finale Champions tra la Beneamata e gli inglesi del City.

Mollati i bagagli dalle parti di Città Studi, accerchiata da numerose tende – un po’ vere, un po’ demagogiche – di studenti alla canna del gas per via di affitti capogiro, all’ora del tè raggiungo, vestito di tutto punto, il quartiere Brera.

Ancor prima di “confessarla”, mi preme superare il test dell’eleganza: non sia mai mi arrivi una sonora bocciatura…

Superate le avances di baristi e ristoratori lesti e abili come i migliori venditori di aspirapolvere porta a porta, finalmente raggiungo il luogo del match.

Pur frequentando la Società e i salotti, Lina Sotis, nella sua alterità, non è rimasta per nulla imbrigliata nei triti e ritriti cliché borghesi. Tutt’altro. Osservandola da vicino, mi è sembrata una donna in grado di affrontare i marosi della vita, attraversandoli con impeto e una certa impavidità e levità.

In fin dei conti, la sua esistenza è stata nient’altro che un bellissimo gioco. E, salutandola dinanzi al portone di casa sua, ho pensato che la Nostra, con gli occhi rivolti al futuro, voglia divertirsi ancora un mondo…

*  *  *

Lina Sotis, Perfide Interviste

Lina Sotis, com’è stato, per lei, vivere senza una madre, e da sempre?

Credo che lei abbia cominciato questa intervista con la domanda che meno mi aspettavo e che più mi appartiene. Penso di averlo capito alla vecchiaia, e solo grazie a un analista. Mia madre è morta di parto, per cui non l’ho mai conosciuta. Da ragazza, l’ho vissuta in maniera protagonistica perché sono anche molto egocentrica. Ero sempre quella senza mamma, tutti a dire “poverina, lei è senza mamma”. Papà, avendo molte amanti, mi ha dato la possibilità di conoscere le donne che frequentava; erano loro – penso, ad esempio, a Palma Bucarelli – a regalarmi delle attenzioni e carezze. Quando papà, per motivi politici, si sposò con la prima donna penalista, lei, per me, fu importantissima ed essenziale.

Perché?

Perché era terribile, severa ma anche molto libera. Ricordati – mi diceva sempre: fai l’amore con chi vuoi… Io – ripeteva – preferisco Maria a Giuseppe… Ad essere sincera, tutto l’opposto di mio zio, liberale, il massimo della borghesia illuminata, perbene, e crudele di Roma.

Cosa vuol dire che suo padre si sposò per motivi politici? Che interessi aveva a sposare una donna lesbica, mi è parso di capire…?

Papà fece l’annullamento a Claretta Petacci per volere del Duce.

Maria era comunista. Nessuno disse mai niente ma a ripensarci forse ai tempi era importante.

Ha mai sentita la mancanza di sua madre?

È una domanda dura, la sua! La sento più adesso che da bambina. Perché allora volevo fare in modo di aver qualcosa.  A scuola, ad esempio, ero la più buona ed ubbidiente. Ma, ovviamente, lo facevo solo per avere delle carezze.

Ha mai avuto, da donna matura e consapevole, un vero istinto materno?

Sì, l’ho avuto quando nacque mio figlio, perché lì ho capito di aver avuto la fortuna di far qualcosa che esulava da me. Ho cominciato a pensare anche agli altri. Una fortuna che mi era stata data da mia madre, voglio pensarla così…

È stata una madre all’altezza?

Sono stata assente…

Sì, ma non mi ha risposto: è stata all’altezza?

Prima lavoravo ad Affori e stavo fuori all’ora di colazione. È per quello che dopo sono andata al Corriere dell’Informazione. Poi sono arrivati i rapimenti ed Angelo è stato mandato a Londra in collegio e Francesca in una casa a Lugano. A uno scrivevo tutti i giorni; l’altra, invece, andavo a trovarla tutti i week-end. Insomma, c’ero poco, ma ce l’abbiamo fatta. È stato terribile! Adesso loro sono meravigliosi con me.

Lina Sotis, Perfide Interviste

Che ragazza era? Timida, sfrontata, ribelle?

Ero buona, educata e quella che aveva il miglior portamento a scuola. Camminavo più dritta, direi impettita, di tutte le mie amiche contesse e principesse…

Si considerava brutta?

Fino a tredici anni, sono stata molto magra, e che nessuno guardava. Poi, per fortuna, le cose sono cambiate…

Roma, negli anni della sua giovinezza, era già una città cialtrona e volgare?

Era soprattutto una città snob perché, in quegli anni, andavano molto di modo i marchesi, i principi: gli aristocratici, insomma. I Torlonia, i Caracciolo, gli Sforza, i Ruspoli…

… Nobili decaduti, però…

Beh, all’epoca, no, anzi… Erano molto in voga. Adesso, invece, non sai nemmeno chi sono… Se senti il loro nome, ti vien quasi da ridere. Ricevere un invito al ballo Pallavicini, avrebbe voluto dire che facevi parte della società che contava. Era quasi uno spartiacque… Ripensandoci: mica male quella società e borghesia romane che tanto ho denigrato…!

Cosa provava per il generone romano? Disprezzo, curiosità, sarcasmo?

Che domanda insolente! Non se ne parlava, del generone…

Nel silenzio, c’era il disprezzo, quindi…

Erano quelli che vivevano ai Parioli… Nulla a che fare con il mio giro di conoscenze e amicizie…

Lina Sotis, Perfide Interviste

Non la tediava fare quello che facevano tutte le ragazze borghesi: la scuola privata, le vacanze a Cortina. Mi verrebbe da esclamare: che noia, che barba?

Non potevo fare diversamente, perché non avevo una famiglia. La strada era tracciata. Mio padre, che abitava in una villa alla Camilluccia, lo vedevo una volta al mese. E – ricordo – quando mi capitava di andarlo a trovare, non di rado vedevo Bergam, Guttuso, De Chirico, Rossellini, De Sica, tutti quelli che, insomma, volevano l’annullamento dei loro matrimoni. Poi mio padre morì, che avevo soli tredici anni, e la vera dote che ereditai furono i sessanta milioni di vecchie lire che, in realtà, mi lasciò mia nonna.

Non pensa che anche Milano, dietro la facciata della discrezione, sia, come Roma, volgare e isterica: i soldi, i macchinoni, l’ostentazione, tutti in giro vestiti firmati, la coca, le escort… A me non sembra che sia così raffinata…

Per fortuna è anche così. Non mi levi il mio lavoro: i tempi dell’ostentazione erano terribili.

Ce l’ha ancora la faccia da stronzetta e snob come quando era giovane?

Lei che dice?

Può darsi…

Mi fido di lei, allora.

Il libro che più le ha dato visibilità e soldi, è stato Bon Ton: da dove nasce questa ricerca ossessiva delle buone maniere?

Questa ricerca ossessiva delle buone maniere nasce dal Marymount perché la contessa Palmieri, che era la direttrice dell’istituto, ci educava ad avere un certo tipo di portamento. Ricordo che quando ci vedeva, il suo mantra ossessivo era: signorine, bon ton! Ero una signorina completamente ignorante, ma sul bon ton ero particolarmente ferrata!  Quando poi, anni dopo, mi chiesero di scrivere un galateo, perché bravissima a comportarsi in tutti i contesti sociali, risposi di sì… Ad essere sincera, inizialmente, mi sarebbe piaciuto più scrivere qualcosa di più insolente perché mi ispiravo a Dorothy Parker. Furono Calasso e Peppino Turani a spingermi a che io scrivessi qualcosa sulle buone maniere.

Lina Sotis, Perfide Interviste

Quarant’anni fa, quando hai scritto il tuo primo Bon Ton, lo hai dedicato, come hai confessato ad Anna Pettinelli di Rds, ai berlusconiani… Chi sono, oggi, i nuovi barbari?

I nuovi barbari, oggi, possono essere tutti, indistintamente. Le ragazze in short strettissimi, e con la pancia di fuori, in città, mi danno fastidio; o gli uomini che escono in infradito: che orrore! Ogni posto, ha il suo modo per vestirsi. E che tristezza, poi, quelli che camminano per strada con gli occhi rivolti al cellulare…

Perché le stavano sulle scatole i berlusconiani? Cosa avevano di così insopportabile?

Non mi stavano antipatici, sono stati la mia fortuna. Se non ci fossero stati loro, il bon ton non sarebbe andato così bene.

Sei stata, per decenni, una firma del Corriere della Sera. Mi aspettavo una pubblicazione con Solferino in pompa magna. Come mai, invece, il suo nuovo libro è finito nelle grinfie della Baldini? Il gruppo Cairo ha trovato la sua ultima fatica noiosa, demodé, poco vendibile?

Urbano s’è arrabbiato moltissimo. Quando lo è venuto a sapere, mi ha detto: Lina, ma perché non l’hai dato a me? Gli ho risposto dicendogli la verità: perché Elisabetta l’ha voluto a tutti i costi, e io ho ceduto volentieri alle sue lusinghe.

Non le pesa essere ricordata come la giornalista “Bon Ton”? Sembra quasi un marchio, ormai, il suo… Non trova?

Meglio così che niente…

Le piace ancora il Corriere della Sera?

Sono una vecchia che ama ancora tantissimo il Corriere!

Le piaceva Craxi?

Lo conoscevo bene. Con Anna venivano a cena da me e lui cominciava a cantare, soprattutto canzoni francesi. Lo ho frequentato parecchio quando Bettino non era ancora così famoso. Ho un bel ricordo di loro. Che tempi…!

Lina Sotis, Perfide Interviste

Per gli uomini perde ancora la testa?

No! Non sono più così carina. Ma, finché ho potuto e voluto, mi sono concessa a tutti gli uomini che mi piacevano.

E a lei, è mai capitata una cafoneria, una scivolata, una caduta di stile?

Un giorno Gianmarco Moratti, il mio primo marito, mi fa: preparati al meglio, che andiamo a Roma. Io, tutta ubbidiente, mi preparo, con i vestiti rigorosamente neroazzurri, saluto i bambini e partiamo per la Capitale. Lasciati i bagagli nella casa romana, Gianmarco mi porta nello studio di un avvocato, il quale, dopo i convenevoli di rito, mi dice subito: lei è un’adultera, abbiamo le sue foto. Trasalii, ci misi un po’ a riprendermi. Mi rivolsi a mio marito e gli dissi: ma non c’era bisogno di fare tutto questo casino…! Eh no – mi rispose – mi hai tradito, ed è pure milanista!

Quindi la sua vera rabbia, non era tanto legata al tradimento, ma al fatto che il suo amante era milanista…

Secondo me, il vero dramma era che fosse rossonero… Ad ogni modo, reagii come una ragazza reale.

Cioè? Cosa fece?

Mi sfilai questo bellissimo brillante che mi aveva regalato, glielo misi in mano, e gli dissi: ti spetta anche questo. Dopodiché, me ne andai…

Si sposa con Gianmarco Moratti, e poi lo tradisce per un playboy, così racconta alla sua fedelissima Michela Proietti. Lo fece per noia o per godere?

Per noia… Fare la ricca signora, mi scocciava terribilmente. E poi ero convinta che tutti loro lo facessero…

Nel suo essere borghese, alla fine s’intrappolò nel solito cliché della donna ricca e annoiata

Ero, in realtà, una signora indaffarata a far conoscere i Moratti e a portarli un po’ più su… Che ingenua sono stata!

Cosa vuol dire: portare i Moratti un po’ più su? Erano volgari?

No, erano ricconi…

Lina Sotis, Perfide Interviste

Ma l’amavi, Gianmarco?

Gli volevo bene, e poi, per me, era un modo anche per respirare un po’ di libertà, dopo gli anni del collegio.

È stata, poi, una donna infedele?

Costretta ad essere infedele perché gli uomini di cui mi sono innamorata lo erano a loro volta.

Hai mai provato attrazione per le donne?

No, mai, e me ne dolgo. Adesso, le confesso, mi piacerebbe tantissimo innamorarmi di una donna.

Fino a che età ha provato ebbrezza erotica e vero istinto carnale?

È proprio curioso… Fino a sette anni fa; e devo dirle che non ne sento per niente la mancanza.

L’attraggono i ragazzi?

No, eppure per diverso tempo ho avuto un delizioso ventitreenne che mi ha corteggiato con una certa insistenza. Adesso, se ci ripenso, me ne pento.

In una intervista ha detto che Miriam Mafai e Irene Brin sono state quelle a cui si è più ispirata. Le stava sulle palle la Cederna, la regina dei salotti? Era invidiosa del suo charme?

No, per niente! Camilla l’adoravo tantissimo, e da lei ho imparato tutto, però bisogna dire la verità: la più brava di tutte è Natalia Aspesi.

Qual è stato il salotto milanese più interessante e divertente?

Ce n’era uno solo, quello di Giulia Maria Crespi…

Lina Sotis, Perfide Interviste

La zarina…

La zarina, come la chiama perfidamente lei, sapeva mischiare a dovere. A casa sua ti capitava di incontrare Spadolini, che mi stava per nulla simpatico, e Mario Capanna. Quando portai Roberto Calasso, che all’epoca non era ancora conosciuto, Giulia mi disse: questo non è per nulla scemo…

So che Calasso è stata una figura importante per lei; cosa le ha insegnato?

Tutto. Mi fece conoscere Kraus, la Szymborska e tanti altri. E, poi, nello scrivere un articolo, mi ha insegnato l’importanza della brevità. Roberto mi diceva sempre: quelli bravi, quando scrivono, sono brevi. Impara a tagliare, Lina…

Arrogante ed egocentrico e presuntuoso: così lo descrivono in tanti. Era proprio così?

Sì, ma aveva anche una grande dote: sapeva farti sentire una regina…

Quali sono stati, nei suoi dorati anni milanesi, le famiglie che contavano?

Gioia Falck, Rizzoli, Pirelli, Ferruzzi, tutti quelli che, insomma, avevano un impero.

Ha detto: una non milanese, con la pelle scura, ex ben sposata, poteva avere il mondo ai suoi piedi, ma ha deluso tutti. A chi si riferisce, Lina? Fuori il nome!

Afef mi ha deluso tantissimo. Non ha mai fatto una cosa reale che andava fatta in quel momento. Mai uno slancio, un atto di generosità nei confronti degli altri…

Che si fa nei salotti? E a cosa servono? A fare carriera? A ostentare denaro, potere, lusso?

Ultimamente, i salotti si frequentano, sì, per fare carriera, conoscere qualcuno per avere un contatto, un aiuto. Negli ultimi tempi, il salotto di Francesco Micheli aveva preso un po’ questa direzione. Il salotto di Maria Giulia, invece, essendo molto aperto ma, al contempo, anche molto chiuso, la carriera non la facevi di sicuro. Quello di Rosellina Archinto era settoriale. Ma quello più irresistibile, indimenticabile, era quello di Gae Aulenti. Gae dava delle cene per cinque massimo sei persone, e lì trovavi gli inarrivabili: Umberto Eco, il grande architetto e compagnia cantante…

Lina Sotis, Perfide Interviste

Quali sono stati, nei suoi tanti anni al Corriere, i giornalisti che ha apprezzato di meno, e che, magari, le hanno fatto qualche sgarbo? Sii cattiva, Lina!

Grandi sgarbi non ne ho ricevuti. Quello che mi stava antipatico, perché quando passava nei corridoi si dava delle arie, era Vittorio Feltri. Diceva sempre: io le donne le tengo in un garage, una cosa abbastanza sgradevole.

Chi erano i potenti che la sua penna non poteva nemmeno toccare?

Nessun direttore mi ha mai detto: Lina, mi raccomando, questo non si può criticare, sbeffeggiare. Era tutto legato ai miei voleri…

Quindi, immagino, si sarà autocensurata un sacco di volte?

Moltissimo…

Aveva paura di non fare carriera?

No, semplicemente non volevo mettere il Corriere, che in fondo adoravo, in delle cattive acque. Sulla politica, invece, non mi sono mai tappata la bocca. Le faccio un esempio: quando Ignazio La Russa era assessore a Milano, dicevo sempre: troppo volgare per fare l’assessore…

Cosa pensa di Paolo Mieli?

Paolo è stato un mio carissimo amico romano, e un uomo molto intelligente. Quando, però, andavo a fare i bagni nella piscina di mia cugina, a Roma, capitava di incontrarlo; ma, ad essere sincera, non lo guardavamo mai…

Perché, Lina?

Noi eravamo belle, lui era brutto, e nessuno se lo filava. La coincidenza ha voluto che, poi, me lo sono trovato alla direzione del Corriere.

Il direttore del Corriere con cui ha avuto rapporti burrascosi?

Quello con cui, forse, ho avuto rapporti più distanti, è quello che ho amato di più: Ferruccio De Bortoli. Lo conobbi al Corriere dell’Informazione: eravamo compagni di banco. Insieme siamo cresciuti e, insieme, siamo finiti poi al Corsera. Quando ha preso le redini del giornale come direttore, non sono mai andato a bussare alla sua porta per chiedergli, chessò, una prima pagina… Mi sembrava poco elegante e, quindi, preferii non metterlo in imbarazzo.

Lina Sotis, Perfide Interviste

In Sbucciando Piselli, libro mitologico scritto con Federico Zeri, Roberto D’Agostino scrive: tra le forme di Pronto Soccorsi Ideale va messo e raccontato a tutti il pettegolezzo. È liberatorio, illumina la giornata, ravviva il depresso. Anche per lei è così?

Nel pettegolezzo non cattivo per gli altri, vedo solo gioia per me e per quelli che mi stanno ascoltando.

Qual è stato il pettegolezzo, o la cattiveria, scritta o raccontata in una delle sue frequentazioni salottiere?

Quando una volta raccontai di un signore e, alla fine, chiusi il pezzo con: ma, in fin dei conti, il signore chi è? Fui inutilmente scortese e insolente…

Ecco, adesso, a distanza di anni, può svelarci il nome: chi era?

No. Rispetto per un signore che lavorava, o tentava.

Ricorda l’uomo peggio vestito?

Sicuramente mio marito. Quando mi accompagnava agli eventi mondani, era difficile convincerlo a vestirsi in un modo consono alla situazione.

Un mulo, quindi?

Esattamente.

I vezzi estetici dell’Avvocato non li trovava ridicoli?

Non sono mai stata una estimatrice di Gianni perché, francamente, l’ho sempre trovato troppo egocentrico. Quando ti faceva la corte, non lo faceva mai perché era veramente intenzionato a conoscerti, ma solo per riempire e soddisfare il suo ego smisurato. Lo si avvertiva a pelle.

Non le piaceva come si vestiva?

No, per niente. Trovavo ridicolo l’orologio Cartier sul polsino… Solo una donna resiliente (parola che detesto) come Marella poteva sopportare tutto…

Lina Sotis, Perfide Interviste

Chi ha saputo raccontare la società mondana italiana? A me verrebbe da dire Arbasino!

Alberto, senza dubbio. Uomo geniale e di una cultura pazzesca. Quando ci vedevamo a Roma, ricordo, mi diceva sempre: noi quelli dei Parioli non li frequentiamo!

Ha conosciuto, amato, e sposato, uomini molto ricchi. Quanto conta, per lei, il denaro?

In realtà, ho sposato solo un uomo molto ricco. Aveva un padre, Angelo, che mi piaceva da morire. Ma una cosa che non amavo, e mi creda, era il fatto che avevano molti danari. Questo sentimento nasce, probabilmente, dal fatto che mi piacciono da morire i soldi che mi guadagno lavorando. La casa in cui stiamo adesso, ho fatto in modo di comprarla lavorando duramente. Ma la casa più bella in cui ho abitato era la garçonnière di Stendhal, un tempo diventato lo studio di Andrea Cascella. Quando Ralph Laurent ha comprato, sai cosa ci hanno messo lì, adesso? Le cabine per provare i jeans! Hanno distrutto un monumento nazionale!

Guadagnavi tanto?

Ero tra quelle che guadagnava bene, ma non benissimo. Fu Romiti, all’epoca presidente della Rcs, a proporre il mio aumento.

Quante volte le è capitato di dire: gli interisti non vincono mai a causa di Massimo Moratti?! Quanto denaro sperperato…

Nemmeno una! Adoravo Massimo… Quante risate quando imitava Celentano.

Però come presidente lasciava a desiderare…

Ma chissenefrega…

Perché le fa allegria, oggi, avere i capelli bianchi? È un modo per tenere lontana la morte?

Non ho paura di morire, innanzitutto. Sono felice dei miei ottant’anni: evviva la vecchiaia! Non sono tra quelle che vivono male il passare degli anni, anzi. I capelli bianchi mi fanno grande allegria e gioia. È stato mio figlio a dirmi: mamma, ma cosa fai con i capelli neri? Adesso devi averli bianchi, come tutte le donne in America…

Ha avuto una vita fortunata?

Sì, perché al netto delle perdite e del tumore che mi stava ammazzando quando avevo poco più di trent’anni, ho avuto un’esistenza molto ricca e piena…

Lina Sotis, Perfide Interviste

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INTESTATO A: MELCHIONDA FRANCESCO

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