Negli anni Ottanta, dopo che l’eco degli spari e degli ammazzamenti delle Brigate Rosse cominciava ad essere dimenticata, a tratti cancellata dalla nostra debole memoria, il Paese, sembrava tornato alla normalità, quasi votato all’allegria e alla festa. Gli italiani, in effetti, per nulla interessati al futuro, godevano e spendevano, felici di indebitarsi fino allo strozzinaggio, al ritmo della dance music.
Nel frattempo, il quotidiano La Repubblica, dopo gli stenti iniziali e la paura – seria – di non farcela, si apprestava a diventare il primo quotidiano, complice anche lo scandalo della P2, che aveva coinvolto Il Corriere della Sera.
Di quella stagione, turbolenta ed elettrizzante, ma ormai sbiadita, Paolo Guzzanti è stato, nonostante la giovane età, uno dei testimoni più interessanti e originali. Benvoluto da Scalfari, scorrazzava, in lungo e largo per lo Stivale, libero di raccontare pressoché tutto quello che voleva e vedeva.
Quando, agli inizi del nuovo millennio, decise di cedere alle lusinghe politiche del Cavaliere, i suoi amici-nemici non facevano altro che ripetere: “ah, com’è cambiato…! Ah, Guzzanti, sapeste quant’era bravo ai tempi di Repubblica…”
Su di lui ne hanno dette di tutti i colori, lo hanno accusato di trasformismo e di essere una banderuola… e proprio da qui nasce la mia curiosità di conoscerlo e raccontarlo.
Forse, togliendo il velo del fanatismo e dell’ottusità, Scalfari e Berlusconi, non erano poi così lontani e diversi come gli ultras hanno provato a farci credere. Così posso immaginare che per Guzzanti, sostenitore, al pari di Scalfari, del libertinaggio e del mutar idea senza troppe fisime e pentimenti, non deve essere stato poi così difficile accettare lo scranno di Forza Italia.
Nonostante il traguardo delle novanta primavere non sia poi così lontano, quando l’ho incontrato, non ho colto chissà quale segno di nostalgia sul suo viso, anzi. Considerando gli inevitabili fallimenti, ma anche i torti subiti, nelle sue parole non ho sentito risentimento, rabbia, o frustrazione.
Dalle colonne del fu glorioso Giornale, in effetti, le sue note provano a fare un po’ d’ordine su fatti e ricordi, che, in qualche modo, l’hanno visto talvolta attore, altre spettatore interessato.
E, pur condividendo poco alcuni tratti della sua strada tortuosa e piena zeppa di trappole e buche, soprattutto nella politica, mi diverte molto pensare, e sapere, che gli ortodossi, a destra e a sinistra, provino una certa irritazione dinanzi alle irriverenze del Libertino…!
***

Paolo Guzzanti, da dove nasce il suo amore per il giornalismo? Non voleva lavorare, per caso…?
Lei cita la famosa battuta di Luigi Barzini Jr, Direttore del Corriere della Sera quando disse che fare il giornalista è meglio che andare a lavorare. Si riferiva agli sfaccendati salottieri dei suoi tempi. Diceva anche: “Ah, se avessi un giornale!”
Io ho iniziato a fare il giornalista mentre ero all’università, facevo il correttore di bozze, vendevo rasoi elettrici, portavo i bambini a scuola e facevo cadere ministri. In realtà ho cominciato come tipografo metti-piombo per le linotype dell’Avanti!, comperate dall’impero austro-ungarico…e aspettavamo che uscisse la prima copia dalla rotativa ottocentesca, la stessa che i nazisti cercarono di portarsi in Germania.
Ricordo le liti fra Pietro Nenni e Sandro Pertini, quando il segretario socialista si irritava col futuro Presidente della Repubblica dicendo “Il nostro Sandro ha una testa fatta di solo osso”.
La metà degli operai, avendo combattuto in guerra, erano fascisti, gli altri comunisti. Stava nascendo il primo “centro sinistra” negli anni Sessanta. “Essere di sinistra” era, allora, ancora una religione: il Partito, prima di tutto. Prima della verità. Quanto alla libertà, la consideravamo un vizietto piccolo-borghese.
Da bambino sfogliavo i giornali che arrivavano a casa ma non pensavo di fare giornalista: volevo essere uno psichiatra e studiai medicina per tre anni. Capii da allora, molto meglio, sia il mondo, che gli esseri umani. Poi lavorai nelle tipografie come operaio e sostenni tutti gli esami di filosofia, includendo algebra, logica formale e fisica. Tutti gli esami, fino all’ultimo. Ma mi rifiutai di laurearmi. Dalla tipografia del quotidiano socialista passai alla redazione, inviato speciale, l’alluvione di Firenze, la strage di Piazza Fontana del 12 dicentre del 1969, i fascisti veri, la Cia, i rifugiati greci dopo il colpo di Stato del 1967. Finalmente il segretario del partito socialista Giacomo Mancini mi propose di andare in Calabria come redattore capo del primo quotidiano calabrese, diretto da Piero Ardenti (con cui militavo allora nel Psiup). Nasceva anche la prima università calabrese, l’autostrada Salerno Reggio, mentre infuriavano le rivolte per il capoluogo, di cui ricordo i fotogrammi delle battaglie con i fascisti del marchese Zorzi, in camicia nera a cavallo, e la gente di sinistra titubante come Adele Cambria. Occorreva una grande energia, poco sonno e molti incontri politici. Tra gli intellettuali della montagna, il mio favorito era Mastro Carlino, un albanese che sulla montagna fabbricava, con argilla e fuoco, piatti e bicchieri d’argilla smaltata che oggi custodisce mia figlia Caterina. Intanto il mondo era, con la guerra di Yom Kippur, in uno stato di conflitto brutale come oggi. Fui il primo, in quella terra devastata dalla violenza, a scrivere di femminicidio con l’inchiesta intitolata: “Mia cara donna ti ammazzo…”, che poi Eugenio Scalfari ripubblicò su Repubblica.
Perché abbandonò gli studi di medicina?
Perché stava per nascere la mia prima figlia Sabina e avevo bisogno di lavorare.
A parte una breve esperienza in Calabria, ha sempre vissuto a Roma. È sempre stata una città villana, cialtrona, volgare?
Ho vissuto in Calabria per tre anni e, dal 1992, faccio la spola con gli Stati Uniti dove mi sono sposato per la seconda volta, sicché ho altri tre figli, Liv, Lars e Liam che sono il ramo americano di casa. Due dei miei ragazzi vivono lì e sono in età per andare militare. Ho vissuto a lungo a New York per la Stampa e posso dire di aver girato tutto il mondo. Roma, che amo con diffidenza, è la più diffamata delle città: su noi pesa il carico della vita politica, Parlamento e ministeri, governo e due corpi diplomatici. Trovo il carattere dei romani il più tosto, ma anche gentile, per quanto lo possa essere un romano. Quando vivevo a New York, ho fatto fatica a tornare in Italia, ma Roma è una città geniale.
Dalla sua prima moglie, ha avuto Corrado, Sabina e Caterina Guzzanti: quale, dei tre, ha più talento, secondo lei?
È una domanda che non ha senso anche se è un ritornello: A chi vuoi più bene? Quale figlio ti piace di più? Ho sei figli e ciascuno è il mio preferito e lo sanno. Caterina, ha una comicità raffinatissima e unica. Nel suo ultimo spettacolo teatrale, “Secondo lei”, sulla fragilità sessuale degli uomini è stata molto coraggiosa, ed elegante. Molti anni fa, i miei figli, facevano spettacoli televisivi insieme e fu la stagione d’oro della Tv.
Perché? Non si sopportano?
No, sono molto affiatati e totalmente diversi. Hanno solo preso strade diverse in una professione che non è soltanto quella del comico e che richiede molti talenti diversi.
Ma non sarà che il vero comico della famiglia è lei?
Dico spesso che sono un padre d’arte, ma io facevo satira sul
campo: far cadere un governo detestabile usando la verità era la mia passione, far cadere un ministro inadeguato era un compito penoso, ma anche civile. Una notte, dalla casa di Gianni Minoli, con Ezio Mauro, che aveva l’agendina telefonica più nutrita, imitando la voce di Pertini, chiamai in piena notte una dozzina di leader politici dicendo loro cose demenziali ma perentorie, in puro stile Pertini. E quelli non capivano che stavano facendo il teatro dell’assurdo, così fecero stampare dall’Ansa i loro comunicati: “dopo un lungo colloquio notturno con il presidente della Repubblica, ci siamo
trovati perfettamente d’accordo”… li invitavo al Quirinale dicendo: “ti lascio un passi nella garitta dei carabinieri e mezzogiorno, secondo piano”.
Cosa la spingeva a prenderli per il culo?
La loro impudente ignoranza. Erano molto più nudi del re nudo.

Si è mai sentito un buffone di corte?
Semmai un killer dietro la tenda, letale, ma senza mai mentire.
A differenza di tanti genitori, che reprimono le preferenze sui figli lei ha avuto il coraggio di dire che con Caterina ha, da sempre, un rapporto speciale. E’ quella che ama di più?
Amore speciale sì, perché non abbiamo vissuto insieme pur amandoci follemente: era una bambina silenziosa e geniale, elegante, amante degli animali in maniera intelligente e una scrutatrice dei comportamenti altrui. E’ stata per tanti anni la piccola di casa, ed era naturalmente elegante; ha vissuto per anni fra i cavalli. Quando ha iniziato a fare televisione scoprii che era anche una comica irresistibile.
E’ quella che ha amato di più?
No. L’amore non è mai in classifica. L’amore moltiplica l’amore
e non lo riduce. Io ho sei figli unici.
Tutti pensano, stupidamente, che i comici anche a casa si divertano e facciano divertire. La sua, di famiglia, con tre figli così, è stata infelice?
Bisognerebbe chiederlo a loro. Corrado ha detto più volte che ha avuto un’infanzia bellissima, ma un’adolescenza pessima. Quando mi sono separato dalla prima moglie, i momenti di infelicità sono stati tanti. Oggi, mi rende felice vederli molto uniti e tutti diversi.

Non si è vergognato di aver presieduto la commissione Mitrokhin, visti i risultati ottenuti, cioè nulla?
E lei non si vergogna a fare una domanda del genere senza dire di che cosa dovrei vergognarmi? Prima di fare una domanda a un uomo che ha servito il Parlamento con risultati concreti e subito insabbiati.
Mi considero un servitore della democrazia tradito dai politici. Ma anche un ingenuo eroe.
Addirittura? Non esageriamo…
E’ stato lei a chiedermi se non mi fossi vergognato. L’obiettivo
della commissione bicamerale Mitrokhin era scoprire che uso avessero fatto i servizi segreti italiani dei plichi segretissimi ricevuti dal governo inglese su agenti del KGB russo ancora in attività in Italia, e che non erano solo russi. Scoprii che il servizio segreto aveva ricevuto puntualmente i documenti inglesi, ma per anni non aveva aperto le buste, nascondendole in una casamatta costruita abusivamente dentro Forte Braschi con un carabiniere armato sulla porta. Poi in seguito, su nostra richiesta, fu aperto qualche plico e usato nel modo opposto a quello richiesto: dandolo ai magistrati affinché se la vedessero loro. La commissione l’aveva chiesta D’Alema, e Berlusconi, in una telefonata, mi chiese la disponibilità a presiederla. Accettai senza indugi, certamente non sotto tortura!

Perché?
Perché mai avrei potuto immaginare di assumere un incarico così importante come quello della Presidenza di una commissione parlamentare bicamerale, proprio nel momento in cui cambiavano tutti i giochi internazionali: il capo del governo italiano Berlusconi si invaghì del leader russo Putin, del quale del resto erano tutti più o meno invaghiti. Berlusconi a Pratica di Mare si era illuso di avere officiato la fine della guerra fredda, e invece, tutto cominciò allora, anche se è difficilissimo dire in due parole della commissione Mitrokhin. Riassumendo: Putin si infuriò quando apprese che il Parlamento italiano indagava sulle malefatte russe nel passato, penso che Berlusconi lo avesse tranquillizzato dicendogli che sarebbe finito tutto presto e con un nulla di fatto, però io mi sentivo sotto attacco continuo dei giornali russi e di quelli italiani, anche dei più insospettabili. Di colpo, l’Italia, sia di destra che di sinistra, diventò filorussa e a me toccò la sfortuna di vedere con largo anticipo quello che tutti gli altri avrebbero visto con un ritardo di almeno 10 anni. Nemo profeta in patria, assistetti alla mia decapitazione insieme a quella della commissione, che ha portato dei risultati enormi, di cui un giorno gli storici dovranno pure occuparsi.
I lavori si conclusero con un nulla di fatto…
Questa è la bugia che fu subito fatta circolare. Di relazioni ne
presentai due (una sull’attentato a papa Wojtyla molto ben documentati e approvati dal Parlamento)
Volevate screditare il centro-sinistra, fu l’accusa… la politica, come disse Rino Formica, è sangue e merda…
Il sangue e la merda di cui parlava Rino era quella dei partiti. Lei, a quanto pare, si è bevuto, diciamo assorbito, ciò che fu fatto allora a livello nazionale e internazionale. Ricordo che Bonini-D’Avanzo, su Repubblica, in una intervista a Evgeny Limarev, mi accusarono di costruire documenti falsi contro la sinistra. La verità fu molto più semplice: nessuna parte politica, a partire da Berlusconi, che nel frattempo, appunto, si era invaghito di Putin, voleva fare davvero luce sullo spionaggio sovietico in Italia, e il mio principale informatore, Litvinenko, morì avvelenato…
In una intervista ha definito Marco Travaglio “ariano” del bene: cosa voleva dire?
Travaglio pensa di possedere la vertà e l’etica universale. E
impedisce agli altri di parlare. Quando scoppiò lo scandalo della commissione Mitrokhin, Travaglio, dal raggio verde di Santoro, mi attaccò in una maniera surreale, negandomi il diritto di replica, sostenendo in televisione che dare la parola a Guzzanti: “è come dare la parola a un venusiano”. E con indomito coraggio, me la negò.
Cosa invidia al direttore del Fatto Quotidiano? La sua indipendenza, la sua penna?
Chiede a me se Travaglio sia più indipendente o più bravo? Non vi sono metri. La bravura non è una categoria dello spirito. E sull’indipendenza non mi pronuncio.
Sua figlia Sabina, anni or sono, le scrisse: “Tu fai parte di
un’accolita di delinquenti, quindi cosa vuoi da me? Forza Italia e la casa delle libertà sono sinonimo di mafia, razzismo, fascismo, antidemocrazia…». Una Guzzanti “sacerdotessa” del bene?
Non mi piace questa faccenda “dei Guzzanti” come se fossimo un circo equestre. Ognuno parla solo per sé e trovo molto inappropriato cercare di mettere in mezzo relazioni familiari che sono gelosamente private.
… strano: in una intervista al Corriere della Sera del 2005, ad Alessandra Arachi, lei raccontò questo scazzo con sua figlia…
Non rispondo a domande che implicano i miei figli.
Nel libro “La grande truffa”, scrive che l’Italia è un paese che non ama la libertà. Come mai, allora, ha creduto ingenuamente alle stronzate sulla rivoluzione liberale di Berlusconi?
Proprio per il motivo che lei ha appena ricordato: l’Italia non solo non è libera, ma gli italiani non sono liberi nemmeno nella loro testa e non hanno, salvo eccezioni, il culto della libertà. La nostra è l’unica Costituzione che non parli di libertà del singolo individuo. Quindi, quando Berlusconi annunciò una sua rivoluzione liberale che avrebbe rotto con tutti i vecchi schemi, ci precipitammo in molti, da sinistra, a vedere di che cosa si trattasse: da Saverio Vertone a Lucio Colletti, da Lino Jannuzzi a Giuliano Ferrara. Quando c’è in ballo l’utopia, è bene entrare nella mischia.

Perché ha creduto in Berlusconi?
Perché ha preso i capisaldi del liberalismo e li ha messi nel suo manifesto. La politica è fatta prima di tutto di parole nette e
divisive. Berlusconi offriva l’occasione della divisione. Peccato che abbia perso la partita, e io, come tantissimi altri a sinistra, ho dato molte chances a Berlusconi, perché era un politico di rottura, e questo mi piacque perché mi ritengo un dissidente.
Sì, ma Berlusconi non era per nulla liberale!
Nessun partito era liberale, ma almeno Berlusconi diceva di esserlo e ci credeva. Certamente non erano liberali gli altri partiti, tranne il partito radicale.
Come l’ha sedotta Berlusconi? Con un posto in parlamento, con la visibilità, il potere?
Sedotto? E’ un’idea stupida.
Berlusconi ha avuto tanti cortigiani e yes-man… ne ricorda alcuni in particolare che lei mal sopportava?
Cortigiani e yes man sono ovunque, come in tutto il mondo.
Ha scritto un libro intitolato “mignottocrazia”: quante donne si sono vendute per un seggio in parlamento?
I più grandi scopatori in politica sono stati il presidente cinese Mao Zedong e il presidente Kennedy. Mignottocrazia l’ho scritto anche perché pensavo servisse a Berlusconi per capire che è meglio separare la vita personale da quella pubblica.
Cosa la spinse a scrivere un libro del genere?
Usando la mano leggera ho fatto una fotografia di un pezzo d’Italia sia di destra che di sinistra.
La prostituzione, come ben sa, è anche maschile: negli anni del suo innamoramento verso il Cavaliere, si è mai sentito una “mignotta”?
No.
Le donne lo facevano con il corpo, gli uomini con la mente…
Perché? Secondo lei una donna non può farlo con la mente?

Non pensa che il berlusconismo sia stato una vera sciagura per il nostro Paese?
In una democrazia la sciagura è che la sinistra non è stata mai
capace di tirare fuori uno straccio di idea, lasciando il campo aperto a una destra che stava crescendo.
Ripensandoci, si è mai pentito di essere stato alla corte del Cavaliere?
Io non sono stato mai alla corte di Berlusconi. Mai cenato insieme. Quando Berlusconi solidarizzò con Putin perché voleva “attaccare per le palle a un albero il presidente georgiano” io mi alzai e me ne andai. Il presidente georgiano Saakashvili venne a Roma per ringraziarmi e io lo portai nel partito liberale di cui ero vicesegretario. Oggi è in una cella putiniana e sta molto male. Altro che corte! Sono uno dei pochi a non aver fatto carriera: morirò, infatti, povero…
Beh, suvvia, Paolo. Ha una pensione di 8 mila euro… non sembrano pochi, anzi…
Che cosa c’entra? Mancano dieci anni di contributi non versati.
Ma 8mila non sono per niente pochi!
Di che stiamo parlando? io sono un lavoratore che avuto stipendi crescenti man mano che il mio lavoro rendeva di più.
Da tanti anni collabora con il giornale: qual è stato il direttore peggiore che ha avuto?
Al Giornale ho conosciuto due direttori: Belpietro e Sallusti. Con Maurizio, ho avuto un bel rapporto tant’è vero che sono stato, sotto la sua direzione, anche vicedirettore: avevo una totale libertà di scrittura…
E Sallusti?
Non ci siamo mai frequentati veramente…
Non era un cuor di leone…
Ma che significa? E’ un ottimo giornalista.
E Feltri?
Feltri è un uomo che segue, come lui stesso teorizza, gli umori del popolo. Quando portò al successo L’Indipendente, scrisse che il giornale deve piacere al lettore. Apprezzo comunque la sua spudoratezza, e anche la sua eleganza.

Non trova che Tommaso Cerno, con le sue mille capriole, c’entri zero con la storia del quotidiano fondato da Montanelli?
Ma di che parla? Cerno è il miglior giornalista, oggi, e quelle che lei chiama capriole sono l’evoluzione delle idee.
La sua esperienza giornalistica più importante è quella legata alla Repubblica scalfariana… quali sono stati gli errori, o i comportamenti, che hanno reso Scalfari un personaggio discusso e ambiguo?
Ma chi gliel’ha detto? Ma che domande sono? Legga ciò che ho scritto su Eugenio. Un giorno uscì un libro intitolato “il
cittadino Scalfari”. Lui arrivò in redazione con il libro in mano
e lo lanciò sul tavolo dicendo: in questo libro si sostiene che sono stato prima fascista, poi monarchico, poi liberale, poi radicale, poi socialista, poi comunista, poi democristiano, ed è tutto vero. Tutti ridemmo. Scalfari non era ambiguo, era un libertino. lo slogan di Eugenio, che ho fatto anche mio, era: liberali, liberisti, libertini.
Era uno che censurava al giornale, nonostante si professasse, a chiacchiere, nemico della censura?
Non censurava, ma a nessuno saltava per la mente di scrivere qualcosa che a lui non andasse. A Repubblica c’erano due entità: Eugenio Scalfari, che aveva il diritto di fare quello che voleva, e l’ufficio centrale, capeggiato da Magagnini, che era tutto del Pci. Tant’è vero, che quando feci quella famosa intervista – “a Fra’ che te serve…” – che andava contro il compromesso storico, la portai direttamente in tipografia, per evitare che venisse censurata… ricordo anche che quando l’indomani scoppiò il casino, Eugenio si divertì moltissimo.
Quali sono state le peggiori topiche che il giornale prese sotto la direzione di Scalfari?
Mi scusi, ma questa è una domanda che non ha senso. Lui era la linea politica di sé stesso.

Chi erano quelli che sgomitavano per avere, dal fondatore, visibilità?
Eugenio esercitava un fascino indiscusso e la visibilità si guadagna con la propria firma.
E gli intoccabili?
Non so: chi sarebbero? io fui sicuramente toccato, tant’è che
l’ultimo anno mi trasferirono al supplemento del supplemento del Venerdì.
Chi è stato quello che adulava maggiormente Scalfari e che, poi, diventava oggetto del suo scherno?
Non so che cosa vuol dire.
Non erano un po’ pallose queste “messe cantate” di Scalfari?
Erano lezioni universitarie. Partecipavano solo persone di alto livello e la stanza era sempre gremita.
Lei andò via perché stravolsero un articolo dopo una sua
corrispondenza dalla Romania: giusto? Chi fu il responsabile?
Fu l’ufficio centrale. Ero in Romania nel 1990 perché era scoppiata la rivolta contro Iliescu, succeduto a Ceausescu. Il KGB rumeno, che era collegato a quello russo durante la presidenza Gorbaciov, faceva decapitare per strada, dai muratori muniti di machete, gli studenti dissidenti. Ne portai cinque in albergo e li nascosi sotto al letto. Quando feci il pezzo, spiegando cosa stesse accadendo a Bucarest, mi riscrissero l’articolo, stravolgendolo completamente, copiandolo dall’Ansa, con la mia firma. Per rispetto nei confronti di Eugenio, lasciai perdere e me ne andai da Repubblica.
Fu giusto, secondo lei, vendere il gruppo Espresso Repubblica all’Ingegnere De Benedetti, più che un editore, un padrone duro, cinico, spietato?
De Benedetti, più che cinico e spietato, è un padrone. I proprietari non devono fare opere buone. Come racconto in “Figli del secolo”, appena uscito per l’editore Aliberti, l’Ingegnere aveva già aiutato silenziosamente Repubblica nei primi anni della sua esistenza perché era in bancarotta. E quando, anni dopo, Scalfari e Caracciolo, andarono ad Arcore a suonare la rapsodia in blue di Gershwin a quattro mani con Confalonieri, per dire al Cavaliere “se vuoi, Repubblica è tua…”, De Benedetti di certo non ne fu contento. Forse se la legò al dito. Infatti, quando lo ritenne opportuno, e siamo nel 1996, l’Ingegnere licenziò Scalfari durante una cena a casa di Carlo Caracciolo.
Nessuno parlò di licenziamento?
Nel mio libro è riportato tutto nei dettagli, ma sono cose note.
Scalfari non protestò, ma volle un’uscita morbida: era lui che si era stufato, era stanco e aveva sempre pensato ad Ezio Mauro come suo successore. Per salvare la forma, e rendere la cacciata meno brutale, Scalfari ottenne che venisse apposta la dicitura “giornale fondato da Eugenio Scalfari” sotto la testata.

Scalfari e De Benedetti, al di là della facciata, non si amavano molto…
L’Ingegnere sostanzialmente aveva concesso a Eugenio di scrivere un grande articolo domenicale, ma dopo un anno già sbuffava: “non se ne può più di questo fondo domenicale…”
Giulio Anselmi mi ha raccontato che avrebbe potuto essere lui il sostituto di Scalfari alla direzione del giornale, ma poi, dal cilindro, spuntò il nome di Ezio Mauro… come andò veramente?
Le cose stanno come ho già raccontato e la mia fonte sono i
protagonisti. Nessuno ha mai dubitato che Ezio Mauro fosse l’uomo di De Benedetti.
Quando il fondatore fece quella pagliacciata di sdraiarsi per terra perché non voleva che lei andasse via dal suo giornale, lei, in realtà, aveva già firmato per il Corriere. Ha detto: fu un errore non andar via da Repubblica. Perché? Non lo sopportava più? Guadagnava meno di altri, magari mediocri?
Pagliacciata? E’ stato un grande gesto cavalleresco.
Lei ha sempre amato, e difeso, Cossiga, il picconatore… eppure, dalle parti di Piazza Indipendenza non era per nulla amato… o mi sbaglio? E come mai?
Io Cossiga l’ho incontrato per caso nel dicembre del ’91 e l’ho
difeso, diciamo che ho difeso le istituzioni quando cercarono di farlo fuori. Scalfari e Cossiga erano vecchi amici e tutti i giovedì pranzavano insieme. Poi i rapporti si ruppero.
Non fu un grande politico Cossiga?
Fu un politico importantissimo e un grande liberale.
Se non avesse fatto il picconatore, ce ne saremmo dimenticati tutti, diciamolo pure…
Il picconatore lui lo inventò per il mio libro. A volte vedeva giusto, in altre sbarellava. Ma sul fatto che lo stato andasse totalmente rifondato, aveva completamente ragione. Per questo il liberalismo di Berlusconi, seppur a parole, mi era subito piaciuto.
Ma Pertini, con Repubblica ai suoi piedi, e al netto delle tante agiografie scritte sul suo conto, fu davvero un grande presidente, secondo lei?
Secondo me, Pertini aveva solo il culto di sé stesso. Ma era un culto di rappresentanza che lo rendeva molto popolare.
Le sarebbe piaciuto tornare a Repubblica anni dopo, o era ormai un “morto” per loro?
Per me la Repubblica è stata solo la Repubblica di Scalfari, che aveva caratteristiche uniche. Con Mauro, il giornale, seppur ben fatto, non mi piaceva.
Se le avessero offerto un sacco di soldi, sarebbe tornato?
Ma ecco un’altra domanda poco intelligente. Carlo Verdelli provò ad assumermi, ma non se ne fece niente perché Carlo fu mandato via dal nuovo acquirente.

Ha detto a Cazzullo, sul Corriere, che il suo cuore batte ancora per una donna. E’ una sua coetanea o si è invaghito, come tanti anziani, di una ragazza giovane?
Né l’una, né l’altra. Ed è vita privata.
E’ un lontano ricordo il sesso?
No.
Fra qualche mese compirà 86 anni. Cos’è per lei la vecchiaia?
E’ una brutta bestia non per la morte ma per il fatto che,
invecchiando, da un certo punto, mi accorgo che tutti coloro che esistono non esistevano quando io ero adulto. E’ un nuovo mondo e le memorie di questo nuovo mondo che si affaccia dinanzi ai tuoi occhi, sono diverse dalle tue.
Chi volesse, liberamente, sostenere questa piattaforma, e renderla ancora più libera
anche di girovagare per l’Italia, da oggi può…!
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Ha fatto mille esperienze e conosciuto tante persone, le più varie…le chiedo: è stato più traditore, libertino o voltagabbana?
Odio la parola voltagabbana perché considero una virtù cambiare idea…
Anche per interesse?
Solo per il desiderio che il mio talento sia ricompensato.
Una volta, al Messaggero, ha dichiarato: “ho commesso infiniti errori, ho sofferto malesseri terribili, ho inflitto malessere, e non ne sono contento…” Che uomo è stato?
Ho imparato dalla vita che i figli vogliono che tu ci sia. E io ci
sono stato poco.

Nella sua vita, di volta in volta, ha avuto, come un vero attore di teatro, mille maschere, e mille voci. Ma, alla fine, ha capito chi cazzo è veramente?
Un vero attore di teatro versione zelig, uno psicoanalista e un killer nelle tenebre.

