Diciamoci la verità: nei bordelli del pensiero, come li chiamava Balzac, la firma di Alessandro Barbano non luccica come quella di Vittorio Feltri, Giulio Anselmi o di qualche altro mammasantissima della carta stampata. Tutt’altro. I suoi scritti non sono rutilanti e irregolari come quelli del fondatore di Libero, né taglienti e feroci come quelli del monarca genovese. Al contrario le sue corde suonano altri spartiti.
Ma questo apota, per dirla con Prezzolini, senza clamore, quasi sottovoce, ha scalato tutti i gradini piramidali delle gazzette, faticando, incassando colpi, e costruendo una lunghissima carriera da redattore prima e da direttore poi, senza mai perdere la sua integrità e pulizia – cosa rarissima tra i pennivendoli nostrani – sempre vischiosi con il potere e coi potenti.
La sua cacciata dal Messaggero, avvenuta quest’estate senza troppi salamelecchi, ha destato scalpore soprattutto tra gli addetti ai livori – come dice Dago – e suscitato, inevitabilmente, la mia curiosità.
Come mai – mi son chiesto – un editore sente la necessità, anzi l’urgenza, di mettere alla porta, dopo soli 33 giorni, un direttore, peraltro, già testato in un altro quotidiano del gruppo? Cosa bolliva di così scottante nel gran pentolone, lì, dalle parti di via del Tritone? Qual era l’accordo, il patto tra le parti, che poi non è stato rispettato?
Trascorsa l’estate e atteso che la tensione scemasse, ho raggiunto Barbano a casa sua, nell’elegante quartiere Trieste, a pochi passi da Coppedé, dove si rifugia appena può, dopo le lunghe giornate lavorative e le traversate su uno scooter sgarrupato e insofferente alle indegne vie della Capitale.
L’impressione che ne ho tratta è che il Silurato è e resterà un outsider della carta stampata. Una sorta di illuso, per certi versi. Per postura e temperamento non lo vedo a trafficare o a infilarsi nei salotti che contano con il piattino in mano. Questo salentino spatriato, per nulla nostalgico e campanilista, prova a vivere questo difficile momento professionale senza scendere nella piazza televisiva a strepitare o rivendicare, e soprattutto, senza mai ergersi a vittima.
Mi chiedo: superata da un po’ la curva dei sessant’anni, con il “tramonto” all’orizzonte – diciamolo pure – ci sarà ancora qualche editore desideroso di mettersi in casa questo liberale mite e testardo, molto geloso della sua libertà?
* * *

Alessandro Barbano, a che età ha cominciato a leggere i giornali?
«Durante la scuola superiore. Erano anni, e mi riferisco ai Settanta, in cui le identità collettive definivano anche quelle individuali. Andare a scuola con il giornale sotto il braccio in qualche modo era uno status, ti sentivi importante, anche se, magari, neanche lo leggevi… Ricordo che Il Sole 24 ore, proprio in quegli anni, pubblicò il Capitale di Marx a fascicoli: lo comprai e, pur sforzandomi di leggerlo, non ci capii nulla… Eravamo in una stagione in cui o si era di destra o di sinistra: non c’era alternativa. Già allora mi sentivo a disagio, quanto nello stare a destra che a sinistra. Proprio da ragazzo, probabilmente, ho iniziato a percepire di essere un senza patria…».
Non penso che l’Italia fosse solo di destra o di sinistra, se ricorda bene. La Dc la faceva da padrone, e i destrorsi-missini erano una sparuta, benché significativa, minoranza…
«Ma le polarità politiche segnavano i processi di individuazione giovanile. L’identificazione personale era già allora iscritta nella contrapposizione tra fascisti e antifascisti».
Quali erano le firme che catturavano la sua attenzione in modo particolare?
«Erano anni in cui potevi leggere sui giornali Ronchey, Baget Bozzo, Ottone, Scalfari. Repubblica, ad esempio, era un giornale che stava sotto il braccio di molti, compreso il mio…».
Tra i nomi citati, manca Giorgio Bocca: non le piaceva?
«Bocca mi piaceva molto, in realtà: aveva una grande capacità di raccontare le città, la provincia. Era una fase storica in cui il giornalista aveva un contatto diretto, fisico, con la realtà, il territorio. Il discorso narrativo era ancora in connessione con quello che io chiamo il corpo e il sangue del Paese. Negli anni, purtroppo, tutto si è rarefatto, è diventato in un certo senso romanocentrico. I racconti del Paese, tanto quello giornalistico, quanto quello politico, quanto quello giudiziario, che sono poi le tre forme espressive della democrazia italiana, soffrono un deficit di realtà. Oggi percepiamo la realtà materiale solo attraverso la tragedia o attraverso il cosiddetto caso esemplare, che è un protagonismo disincarnato dalle cose, perché lo percepiamo solo nella dimensione mediatica, espunto dal contesto in cui è stato colto».

Com’è arrivato al giornalismo?
«Per spirito di emulazione. Mio fratello, che è quattro anni più grande di me, ha iniziato a lavorare per una televisione privata di proprietà di uno zio, un imprenditore di provincia e un regista visionario, che aveva aperto una delle prime tv locali in Italia. Prima via cavo e poi via etere. Mio fratello leggeva il telegiornale. Era un pionierismo molto affascinante. Così ho iniziato a desiderare ciò che faceva mio fratello, ma in un modo differente. Il giorno dell’esame di Maturità, sono uscito da scuola e sono entrato nella redazione di un giornale, il Quotidiano, che nasceva in quelle settimane a Lecce, e non ne sono uscito più».
Anche lei crede, come fanno tanti altri, stupidamente tra l’altro, di essere salentino, e non pugliese?
«Io non ho più questa percezione identitaria così netta. La prima volta che ho lasciato Lecce avevo 26 anni, e lo strappo, di pancia oserei dire, l’ho sentito forte. Il tempo, poi, ha affievolito il legame di appartenenza con la mia terra. Ci sono città che mi hanno dato più di Lecce. Penso, ad esempio, a Napoli».
Cosa le ha dato Napoli, ci dica…
«L’esperienza professionale più bella della mia vita: la guida del più grande giornale del Mezzogiorno. Sei anni intensissimi».

Nel 2020 ha scritto un libro: “La visione: una proposta politica per cambiare l’Italia”. Da dove nasce questa sua arroganza e presunzione di cambiare un paese immutabile?
«Mi sono convinto che la crisi della globalizzazione e la minaccia del populismo avevano avvicinato le culture che nel Novecento si erano contrapposte, e cioè la cultura liberale, la cultura progressista e la cultura cristiana. I liberali dovevano prendere atto che il mercato ha bisogno di regolazione, perché il puro egoismo individuale produce effetti collaterali che possono essere distruttivi. I progressisti erano stati costretti a capire che i diritti, tutti i diritti, hanno un prezzo, e che l’idea di spingere sulla leva di diritti senza doveri rischiava di porre la democrazia in ostaggio delle minoranze organizzate. Riancorare i diritti a quei sedimenti della cultura cristiana, che da sempre rappresentano un orizzonte di responsabilità e di doveri, diventava la via maestra per una politica che davvero volesse governare la globalizzazione e il cambiamento, senza frenarli. E allora ho pensato e penso tuttora che questa stagione inedita della storia offra l’occasione di un riavvicinamento tra l’individualismo liberale, il solidarismo socialista e l’etica cristiana. Facendo sintesi tra di loro possono guarire la globalizzazione, che resta un fenomeno positivo della storia umana. Anche perché c’era e c’è oggi un nemico esterno, comune a tutte e tre le culture politiche, che è il populismo con la sua logica antisistema. Una ragione in più per allearsi e costruire una nuova identità e un nuovo pensiero contemporaneo, capaci di surrogare la fine delle ideologie e restituire alla politica un contenuto di speranza. Di più, riportando questo discorso su una dimensione nazionale, la transizione apertasi dopo la crisi finanziaria del 2008 ha portato a una radicalizzazione della Seconda Repubblica, cioè a un bipolarismo “contrappositivo”, fatto di disconoscimento reciproco e bandierine identitarie, che offriva una lettura della crisi in bianco e in nero, sovraesposta e strabica, distante dai bisogni del Paese. In mezzo a queste due estremizzazioni, a cui gli italiani sono tuttora costretti a fare riferimento per l’inesistenza di una prospettiva terza, ho pensato che potesse esserci un’altra risposta alle domande di senso dei cittadini. “La visione” perciò è l’idea di una prospettiva politica terza, che chiama la modernità e l’Occidente a ripensarsi in maniera problematica».

Vabbè, mettendo da parte adesso questo lungo pippone, non mi sembra, però, che il suo libro abbia fatto dibattito, opinione. Penso sia passato totalmente inosservato, che non se lo sia filato nessuno. O mi sbaglio?
«Il libro è uscito durante la pandemia, l’ho presentato con le mascherine…».
Ho capito: ma non l’ha letto nessuno… Non saranno stato felici alla Mondadori di questo fallimento…
«Qualcuno sì, lo ha letto, però, sostanzialmente, il libro è andato male».
Ha preso il posto di Renzi al Riformista, ma è stato anche vicino a Calenda. È più concavo o convesso?
«Sono due cose diverse. Pur non avendo mai fatto politica diretta, e non avendo una vocazione politica, in una fase particolare della mia vita sono stato vicino a Calenda, perché, stanco di questo bipolarismo riduttivo ed esasperato, mi è sembrato che Carlo potesse rappresentare quell’idea di complessità per aprire una terza via. Ma più che partecipare alla vita del partito, mi interessava costruire le basi ideologiche di una forza liberale e riformista. Non a caso il mio ruolo era quello di organizzare convegni, creare un dibattito sulle idee. Dopo un po’, però, ho salutato, perché non avevo nessuna voglia di fare politica. Il mio arrivo al Riformista, invece, segna una discontinuità di metodo con Renzi, perché Romeo, l’editore, si riprende il giornale. Che, da giornale di partito diventa quotidiano di area liberale, aperto al confronto, al dibattito, riformista per l’appunto. Io ho cercato di fare un giornale di area in cui si riconoscessero Forza Italia, Calenda, Renzi, Bonino, un pezzo del Pd, ma anche politici come Crosetto…».
Un’armata Brancaleone, un’ammucchiata selvaggia, mi viene da pensare…
«No, una prospettiva liberale per la politica. Non deve essere così distruttivo nella provocazione. C’è una matrice liberale che può legare le anime diverse che ho citato. Per esempio, sul terreno della giustizia si misura il tasso di liberalismo. E Crosetto, pur non appartenendo a un partito propriamente liberale, ha nel garantismo la sua legittimazione liberale e può essere interlocutore di un giornale come il Riformista. Come possono esserlo a sinistra persone come Morando, Ceccanti, e altri esponenti democratici che non siano schiavi del ricatto giustizialista dei Cinquestelle, a cui il Pd soggiace oramai da un decennio».

Cosa non sopportava di Calenda? Ma è vero, come si dice, che l’arroganza è un suo tratto peculiare?
«Con me non è mai stato arrogante. Ma ci divideva il Secolo. Io credo che il Rinascimento della politica sia possibile recuperando e riaggiornando le sue forme novecentesche, lui è figlio dei partiti personali della Seconda Repubblica, fa fatica a distinguere tra personale e pubblico, tra morale e politica».
Come mai scelse di dirigere il Riformista, giornale che, nel dibattito italiano, non conta nulla, assolutamente nulla?
«Dopo essere stato cinque anni al Corriere dello Sport, volevo tornare a fare il direttore di un giornale politico, e non sono per niente d’accordo con lei sul fatto che il giornale contasse poco, anzi. Oggi i piccoli giornali, con un direttore autorevole, capace di parlare, possono essere, invece, molto influenti nel dibattito. Le soggettività editoriali si definiscono per qualità, non per quantità…».
Dopo 37 giorni, molla il Riformista; la chiama Caltagirone, lei si mette sull’attenti, ingolosito, ma dopo un mese “Caltariccone”, per dirla con Dagospia, la caccia senza problemi. Cosa ha combinato, Barbano?
«Io non ho combinato assolutamente nulla! Mi ha chiamato inaspettatamente l’editore che mi aveva licenziato sei anni prima ed è vero che la proposta mi ha ingolosito: dirigere il giornale più importante della Capitale non capita a tutti. E siccome, come le ho detto, io sono entrato a diciott’anni in un giornale facendo mio un sogno, è ovvio che per me l’offerta era allettante. Ci ho pensato due notti…».

Perché ci ha pensato?
«Perché conoscevo il mio editore, ero già stato nel suo gruppo, ne conoscevo le dinamiche. Sapevo anche che la via era molto stretta, perché Caltagirone è un editore molto presente, e pressante sul giornale, si fa sentire. E io sono sempre stato un giornalista geloso della mia autonomia, perché credo che l’autonomia sia un valore del giornalismo. Perciò ci penso due notti intere. E mi convinco che sia possibile fare un giornale autorevole, indipendente, non pregiudizialmente ostile al governo, ma capace di accompagnare con il suo spirito critico il riformismo di cui il Paese ha bisogno. In questa stagione politica la sinistra non è un’opzione credibile, il terzo polo non ha consistenza. Se lo spirito critico di buona fede e non preconcetto del giornalismo indipendente fosse capace di promuovere la nascita di una prospettiva liberale e moderata nell’area della maggioranza, perché non provarci? Questo mi dico, convincendomi che c’era uno spazio editoriale per un giornalismo di questo tipo, ma senza essere organico o anche solo collaterale a qualcuno. Purtroppo, questa mia speranza, che forse mi appariva più luminosa sotto la luce del rientro nella mia ex redazione, tra giornalisti di grande qualità, si è rivelata una prospettiva inesistente».
Chi gliel’ha comunicata la cacciata?
«Azzurra, la figlia…».
Dicendole cosa?
«Che ero stato revocato dall’incarico, con due motivazioni formali, che sono oggetto, in questa fase, di disputa legale».
Aveva avuto sentore?
«No, perché una cosa del genere non si può neanche immaginare».

Si è sentito umiliato nell’essere stato brutalmente fatto fuori?
«Umiliato no, perché come professionista non mi definisce l’editore. Tanto più che dieci giorni prima della revoca, avevo avuto, a voto segreto, il gradimento dell’intera redazione: 85 voti a favore e uno solo contrario. Ho vissuto trentatré giorni di amore con colleghi straordinari, tutti desiderosi di fare i giornalisti. Che vuol dire andare a letto con la passione e svegliarsi con le idee, sapendo che c’è qualcuno al giornale che ti ascolta. Può capitare che ti dica che non vanno bene le tue idee, ma certamente non ti dirà che fanno schifo e, se non le accoglie, ti darà una motivazione contendibile, e perfino contestabile, affinché sia parte di un processo dialettico e trasformi la relazione orizzontale di una redazione nello spartito di vita di una comunità scientifica. Questo metodo dà a ciascuno la possibilità di essere parte di questo processo decisionale, e quindi protagonista».
Ma è vero che è stato il patron a farla fuori, e non Azzurra?
«Questo, francamente, non lo so, e non mi interessa neanche. Di certo l’accordo per venire al Messaggero l’ho raggiunto con lui».
Cosa intende per pressante? Mi faccia capire… Le telefonava spesso?
«A me personalmente, no. Probabilmente ci ha ripensato, nel senso che dopo aver visto il giornale che io stavo facendo si è ricreduto sull’opportunità che io potessi guidare il Messaggero, pur conoscendo la mia storia e quanto sia geloso della mia autonomia. Che non è un privilegio, ma una responsabilità nei confronti della mia redazione e dei lettori. Perché il giornale non è interamente di nessuno. Non è certamente del direttore, destinato a “passare” e a essere sostituito prima a poi, e neanche dell’editore che lo detiene per un arco temporale molto inferiore rispetto al tempo della lunga vita della testata. Non è, a ben pensarci, neanche del lettore, di quello che oggi lo compra. Ma è piuttosto patrimonio di una comunità che transita tra le generazioni. Appartiene ai lettori di oggi e a quelli di ieri, è un fuoco che arde un tempo di secoli. L’editore ha la responsabilità di mettere la legna, il direttore quella di regolare la fiamma e i lettori al suo calore si scaldano. Sapendo però che questa fiamma ardeva prima che nascessero e continuerà ad ardere quando loro non ci saranno più. Quindi un giornale non può essere considerato da nessuno come roba propria. Quando io sono entrato al Mattino, il primo giorno il mio occhio è caduto sulla fotografia della prima pagina del primo numero del giornale, anno milleottocentonovantadue, con gli editoriali di Matilde Serao e del compagno Edoardo Scarfoglio. Li deve leggere questi due articoli, per capire il loro livello di raffinatezza intellettuale e quanto alta fosse la tradizione di quel giornalismo. Per questo da quel giorno ho sentito l’anima di Matilde Serao appollaiata sulle mie spalle. Una responsabilità immane che ti suggerisce: stai attento, questa non è roba tua, ma è preziosissima e tu devi preservarla e tramandarla. Questo dovrebbe valere per tutti».

In una nota, Caltagirone comunica che: “Tra i diritti di un editore non c’è quello di indicare chi intervistare e come farlo. C’è invece quello di pretendere il reciproco rispetto degli impegni contrattuali…” Cosa voleva intendere questo messaggio sibillino?
«Quel messaggio nasce perché i giornali scrivono una sciocchezza: ovvero che fu la Meloni ad aver ottenuto il mio licenziamento dopo il mio diniego di fare un’intervista, non dal vivo, ma con domande e risposte scritte via mail. La notizia era priva di fondamento. Perché è vero che avevo chiesto un’intervista alla premier, è vero che lei mi aveva offerto di farla per iscritto, non avendo a ridosso delle elezioni tempo per un incontro, è vero che avevo declinato il suo invito, ma reciprocamente e di comune accordo avevamo convenuto di farla dopo le elezioni. Quindi la Meloni non c’entrava per niente. Però questo episodio mi ha fatto fare, poi, una riflessione: se io avessi accettato lo statuto di vittima, per così dire, e non avessi smentito, con un pizzico di furbizia, la falsa epurazione decisa da Palazzo Chigi, avrei goduto di un quarto di gloria mediatica che si deve a chi entra nella contrapposizione tra fascismo e antifascismo. Il direttore cacciato dalla premier postfascista sarebbe stata una ghiotta notizia. Ma siccome ho smentito subito la falsa versione che circolava, si sono spenti i riflettori sul caso. La notizia vera, ovvero la cacciata dopo soli 33 giorni e senza un motivo plausibile del direttore del più importante giornale della Capitale, ad opera dell’imprenditore monopolista detentore del racconto di ciò che avviene in città, non interessava più a nessuno. Lo sconcerto della redazione e lo sciopero delle firme dei giornalisti del Messaggero, annunciati in un comunicato in cui si testimoniava che nei miei trentatré giorni di direzione si era lavorato in condizioni di serenità e rispetto reciproco, dopo anni di rapporti molto tesi, tutto questo non assumeva più nessuna rilevanza politica nel dibattito pubblico. A volte penso che siamo un paese davvero piccolo, che parla e s’identifica solo attraverso feticci. Come se la limitazione della libertà di stampa fosse solo dentro la contrapposizione tra fascisti che la vogliono sopprimere e antifascisti che la difendono. E non fosse invece un problema irrisolto del sistema dei poteri nel nostro Paese, che sono molto più diffusi e più articolati di quanto ci rappresentiamo».
Ha sofferto quest’estate, dopo la defenestrazione?
«Certo»!

Come l’ha sfogata?
«Non l’ho sfogata, ce l’ho ancora dentro. Quando ti accade una cosa così inusuale e traumatica, con la ragione puoi gestirla bene, e io penso di averlo fatto. Dal giorno successivo ho cercato di rimettere la mia vita su binari nuovi. Ma sul piano emotivo, ci sono cose che tu non puoi controllare. Ho avuto delle ripercussioni anche fisiche».
Cosa pensa di questo Messaggero: lo legge?
«Dopo anni al vertice di un quotidiano la lettura è una dieta irrinunciabile di tutti i giornali, anche di quelli che per la loro prevedibilità e il loro collateralismo a chi comanda non suscitano più alcuna emozione».
Quanto guadagnava da direttore? Vittorio Feltri sostiene che la libertà di un giornalista si misura anche attraverso lo stipendio…
«No, non sono d’accordo. La sua libertà, forse, si misura dallo stipendio, non di certo la mia…».
Guadagnava bene?
«Bene, ma non molto, anche perché non avevo la notorietà di Vittorio Feltri, e, quindi, il peso contrattuale per poter pretendere di più. Feltri, ricordiamolo, negli anni Novanta era un direttore in grado di spostare molte copie».
E dove si misura, allora, la sua libertà, ammesso che ne abbia una?
«Davanti allo specchio, quando hai il mal di pancia, cioè quell’indecisione che può mettere in crisi il tuo sistema di valori. Lì fai i conti con la tua libertà, cercando un ragionevole punto di equilibrio tra te stesso e la realtà che ti chiama a volte a fare delle scelte che non condividi. Io personalmente ho sempre cercato di rispettare me stesso in questi momenti».

È mai riuscito a rispettarsi veramente?
«Quasi sempre, sì…».
Le rode quando qualcuno dà uno scoop che lei non ha potuto afferrare?
«Io non credo più di tanto nel mito dello scoop, e con il tempo ho imparato a ridimensionare quell’orgasmo che lo scoop ti può dare».
Avesse avuto lei la notizia su Sangiuliano, pubblicata da Dagospia, avrebbe fatto uno scoop o, molto più semplicemente, messa nel cassetto?
«Non ho mai censurato una notizia che abbia un rilievo politico o anche solo etico. L’avrei raccontato anche nei giorni seguenti con l’ampiezza che meritava un caso politico».
Giulio Anselmi, una volta, mi ha detto: “Quando Caltagirone arrivò in via del Tritone mi disse subito che aveva comprato il giornale perché voleva farlo con la testa sua, e non di certo con la mia…” Non pensa che sia umiliante accettare una direzione e sapere di non poter fare nulla di veramente libero?
«Non esiste nulla di veramente libero, poiché la libertà è nel limite. Quando ho fatto il direttore del Mattino, per sei anni ho fatto il giornale che volevo, sempre. Ricordo che l’editore me lo faceva a volte notare, con quello che a me pareva un misto di fastidio e ammirazione. Mi diceva: perché lei, Barbano, è autonomo…».

Lei dice di essere sempre stato libero: come gestiva, allora, da un punto di vista giornalistico, i tanti interessi imprenditoriali che Caltagirone rappresentava ai suoi occhi?
«Non mi è mai accaduto, né mai ho mai pensato di dover gestire interessi imprenditoriali dell’editore. Ma riconosco che nei miei sei anni a Napoli, la città era fuori dal radar dei suoi interessi. Questo ha rappresentato per me una condizione di obiettivo vantaggio».
E perché la cacciò anche dal Mattino?
«Dopo sei anni di direzione, ci stava, dai… Stava cambiando il mondo, i populisti salivano al Palazzo, quei populisti che avevo tanto combattuto e criticato… Il Paese girava, la classe dirigente si voltava, e io restavo fermo…».
Qual è stato, secondo lei, il peggior direttore del Messaggero?
«Non sono in grado di dare giudizi sui colleghi…».

Paraculo, lei…
«Non mi pare di essermi sottratto ad alcuna delle sue domande, ma chi sono io per giudicare»?
Come idea di direttore, si sente più vicino ad Anselmi o a Roberto Napoletano?
«A Giulio Anselmi, certamente. Anche se “vicino” mi sembra una parolona, perché Anselmi sta a una distanza siderale dagli altri».
Facciamo un gioco: Martinelli, Boffo, Napoletano: chi butterebbe dalla torre, e perché?
«Perché dovrei aggiungermi io a questo gioco di cercare di buttarsi reciprocamente dalla torre»?
Cosa le manca per diventare un grande direttore di giornali?
«Non lo so, sicuramente mi manca qualcosa. Altrimenti oggi lo dirigerei, un giornale».

Per lei, conta più l’amore o il lavoro?
«L’amore, senza ombra di dubbio. Però il lavoro è amore. Un direttore deve imparare ad amare profondamente i suoi redattori, tutti. Questo sì, è un suggerimento che mi sento di dare a tanti grandi direttori che io non sono».
Si è mai sentito improvvisamente bello e potente, agli occhi delle donne, quando ha avuto le sue direzioni più importanti?
«Non mi sono mai sentito bello: non lo sono».
E potente?
«Il potere è una cosa importante, con cui bisogna fare i conti. Bisogna saperlo riconoscere, perché se non lo riconosci, lo eserciti senza misura. Se, invece, lo riconosci, lo puoi disinnescare, in primis dentro di te. Quando dirigi un giornale il potere ce l’hai. La prima cosa che devi capire è che quello che dici in una riunione può fare molto male, può rovinare la giornata di un collega. Il giornale è come uno stagno. Tu butti un sasso nel mezzo e l’onda si propaga allargandosi e arrivando a riva più forte. Si amplifica. Quindi tu quella parola la devi usare con una misura eccezionale, perché, quando tu credi di dare uno schiaffetto, stai dando un calcio nel sedere fortissimo. E poi devi capire che, se ti fai dare ragione da tutti, dopo due mesi vai a sbattere contro un muro senza vederlo. Quindi devi coltivare la libertà dei colleghi di contraddirti, il dissenso è l’unica energia che può aiutarti a dividere il potere che hai e che può travolgerti. Il dissenso è una energia positiva di ogni comunità. Questo vale sul piano personale e politico. Il grande errore del populismo è il misconoscimento del potere, cioè l’illusione che il potere si possa sterilizzare. Il potere si deve invece riconoscere e dividere: la democrazia è bilanciamento non negazione di poteri».
Roma e Napoli sono state le sue due città più importanti a livello professionale: è più difficile fare il pennivendolo sotto il Vesuvio o nella Capitale?
«A Roma è più difficile. A Napoli i poteri sono molto deboli, perché il Paese si è centralizzato e, dopo la fine della Prima Repubblica, la città ha perso rilevanza politica. A Napoli il giornale svolge una surroga istituzionale, questa è la principale difficoltà, perché il rischio è di fare tua una responsabilità del sistema, smarrendo quel pizzico di distacco a cui il buon giornalismo non deve rinunciare mai».

Lo sentiva il peso della camorra?
«No. Negli anni in cui sono stato a Napoli, la camorra era già stata disarticolata. Era presente nella sua marginalità sociale, ma mai capace di inquinare e attaccare concretamente le istituzioni. Gli anni di Giancarlo Siani sono, per fortuna, lontani. Detto questo, mai abbassare la guardia».
Si sparerà anche di meno, ma non credo che la camorra, a Napoli, sia stata disarticolata. Mi sembra una sciocchezza, la sua, palese.
«Noi abbiamo un racconto mitico della camorra, veicolato dalla letteratura noir di molti. A cui concorre anche una macchina della burocrazia investigativa cresciuta oltre misura. Il primo giorno che arrivai al Mattino, sul mio tavolo trovai un comunicato sull’arresto di un pericoloso camorrista, scovato nel suo nascondiglio in una villa di Posillipo, dove sarebbe vissuto tra ostriche, champagne e festini notturni. Feci un approfondimento e guardai le immagini dell’arresto: la villa era il sottoscala di un garage, il latitante dormiva su un divano di simil pelle strappata sui lati, le ostriche erano cozze nere e lo champagne una bottiglia di spumante Gancia, di quelle che si comprano al supermercato al prezzo di pochi euro. Chiesi: ma perché dobbiamo raccontare un mito che non ha alcun fondamento di realtà? Col tempo ho intuito il rischio che l’emergenza e la macchina per contrastarla finiscono per colludere più o meno consapevolmente. Poiché l’una ha bisogno dell’altra per restare in piedi e noi rischiamo di offrire a quest’alleanza un racconto di comodo. In Italia nei primi anni Novanta c’erano quasi duemila omicidi, oggi se ne contano trecentodieci (dati del 2023). Sono un terzo di quelli registrati in Francia. Finiamola allora di credere che la criminalità ce l’abbiamo solo noi e convinciamoci che la bonifica sociale non si fa con la ferocia repressiva, che anzi tramanda il male e la vendetta tra le generazioni, ma con tanta scuola, formazione e lavoro».
Torniamo a Roma, che potere sente?
«Roma è il potere. Il problema di questa città non è il governo, ma il sottogoverno: quella parte di classe dirigente, mediamente scadente, che occupa, immeritatamente, posizioni di rilievo e che intermedia processi molto importanti non avendone la responsabilità, l’etica, il senso della misura».

Com’è finito nelle grinfie di Ivan Zazzaroni? Era alla canna del gas, se non erro, disoccupato, dopo l’uscita dal Mattino.
«Mi chiama e mi dice: vuoi venire a fare il mio vicedirettore al Corriere? Tornato a casa, dico a mia moglie di questa offerta. Cosa gli hai risposto, mi chiede lei… Gli ho detto di no… Ma sei pazzo?, fa lei».
Aveva ragione sua moglie?
«Sì, ma erano decenni che non mi occupavo di sport. Poi, dopo sei mesi, rivedo Ivan e cambio idea. Mi sono divertito molto».
Da vice a condirettore, ma non decideva tutto Zazzaroni?
«Si sbaglia: Ivan sa ascoltare. La nostra diversità ha cementato l’armonia professionale e l’amicizia. Ho imparato molte cose sul giornalismo sportivo da lui, e forse qualcosa gli ho dato anch’io».
Cosa non le piace di Zazzaroni?
«Non la pensavamo allo stesso modo sulla prima pagina. Per lui era una foto simbolica e un titolo a effetto, per me era più tradizionale con tanti contenuti. Forse aveva ragione lui».
Ci racconti qualche scontro…
«Mai avuto uno scazzo vero con Ivan in cinque anni. Lui sapeva che non avevo nessuna intenzione di soffiargli il posto, questo mi consentiva di dirgli sempre quello che pensavo e di essere ascoltato».

Non ha lasciato traccia la sua condirezione al Corriere: o mi sbaglio?
«Questo dovrebbe chiederlo ai colleghi, o ai lettori».
È più marcio il mondo del giornalismo o quello del calcio?
«Il giornalismo è malato. Non ha gli strumenti per governare la complessità che si è trovato a raccontare. Il mondo del calcio è strano. Per metà è ancora arcaico, tribale. Per metà ha fatto suoi elementi della modernità, che però sono transitati attraverso la ricchezza. Quindi è fatto di due parti che s’incollano male e ha ancora un deficit di cultura istituzionale».
Non pensa che, peggio dei tifosi, ci siano le “penne” calcistiche che, anziché scrivere quello che vedono e sanno, si trasformano in ultras?
«Non voglio giudicare, ma devo constatare che il contributo del giornalismo sportivo al cambiamento del calcio è irrilevante».
Come mai, in un Paese così marcio come il nostro, la sua posizione, sovente, è contro i giudici?
«L’esercizio della giurisdizione è il più ingrato dei doveri, richiede una coscienza della finitezza e una consuetudine al dubbio che solo pochi uomini hanno. Non sono contro i giudici, ho però paura di quelli che ignorano questa verità».
Nei giornali c’è più censura o autocensura?

«Sono due cose che stanno insieme. Siccome il giornalismo è organizzato su catene gerarchiche, se tu a monte hai la censura, la stessa si propaga nella catena professionale e si fa autocensura; ad un certo punto, l’autocensura acquisisce autonomia fino a diventare un surrogato della censura e diventa peggiore della censura. Per esempio, in un giornale può accadere una storia che ho sentito raccontare in questi giorni: la sorella dell’assassino di Sharon, la ragazza uccisa mentre faceva footing di sera, denuncia di aver lanciato l’allarme al sindaco e al questore sullo stato mentale del fratello e di non aver ricevuto nessun aiuto. Nel processo produttivo della notizia c’è qualcuno che interviene e chiede di eliminare l’aggettivo leghista che connotava la parola sindaco. Se accade una cosa simile, vuol dire che l’autocensura si è impossessata della pressione della censura e la esercita autonomamente. Così muore il giornalismo».
Quante volte si è autocensurato? Mi dica la verità… Per viltà, carrierismo, vigliaccheria…
«È accaduto. L’ho fatto perché quando sei all’interno di una struttura gerarchica, talvolta devi trovare una conciliazione onorevole tra l’obbedienza e la dignità. Alcune volte scegli di obbedire, e io ho obbedito. Non sempre puoi ribellarti, altrimenti corri il rischio di essere percepito come un ribelle. Poi a posteriori ti chiedi se hai sbagliato. Da direttore, però, non mi sono mai autocensurato, ma soprattutto non ho mai chiesto a un collega di omettere una notizia o un nome, se non per motivi deontologici di tutela di diritti individuali».
In un Paese serio, Dagospia non esisterebbe, così dice sempre Dago. Ha ragione Roberto, secondo lei?
«Non lo so. So però che l’altro giorno ero a Ginevra e ho comprato Le Monde e il Corriere della Sera, i due giornali principali in Francia e in Italia. Sfogliandoli a confronto ho capito che cosa ci fa diversi, come Paese, dalle altre grandi democrazie europee. Le Monde è un quotidiano internazionale con tanta geopolitica ed economia, un po’ di politica nazionale, tanta cultura, niente gossip e niente cronaca. Il Corriere della Sera è un rotocalco quotidiano che trabocca di gossip e fattacci di nera».
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Lei è sempre molto pacato, lucido, per nulla manicheo, caratteristiche, secondo me, che nulla hanno a che fare con il giornalismo nostrano. Ha mai pensato, frequentando, da decenni, le redazioni, che, forse, ha sbagliato professione?
«No, non ho sbagliato professione, anzi. Non sono per nulla pacato, dentro di me arde, direbbe Foscolo, lo spirito guerrier. Ma ho imparato a dominare le emozioni, gli istinti. Anche perché ho iniziato a coordinare gruppi quando avevo ventitré anni. Oggi ne ho quaranta di più. Ho sempre avuto responsabilità collettive. Se mi concede di dirle, senza iattanza, la cosa che so fare meglio, questa è la gestione e la valorizzazione delle persone».
Il manager?
«Il motivatore. Colui che tira fuori il meglio dagli altri e sa gestire i conflitti».
Un democristiano incallito?
«È un luogo comune, ma ci può stare. Non è una tattica, ma una strategia, e si collega alla capacità di amare della leadership. Quando un collega scrive un bel pezzo, e tu gli fai una telefonata serale e gli dici “Mi hai fatto emozionare”, tu senti la sua gioia e sei felice per lui. L’amore è una leva straordinaria delle relazioni».
Si sente pronto per una nuova direzione, o la vedremo in tivù a fare sempre il prezzemolino?
«Io sono pronto sempre, ma non sono bravo a chiedere».


Caro Barbano
Ho letto apprezzato e condiviso ma come si fa a stimare una come Emma Bonino che fonda un partito e, temendo il mancato raggiungimento del quorum’, si fa eleggere nelle liste del PD ( un partito per quanto vicino, pur sempre un concorrente)?
È intervista molto franca.
C’è la personalità di Barbano,
e la sua visione del mondo.
A mio parere ci sono troppe foto.
Anche dell’ intervistatore.
Ottima intervista. Congrats ad entrambi 👏!
Ho conosciuto Barbano questa sera e mi è sembrato,per quanto lui si ostini a negarlo,che abbia tutte le qualità di un leader politico moderato di area cristiana.Se decidesse di compiere questo difficile passo, mi avrebbe certamente fra o suoi elettori.Ha quella “visione d’insieme” così preziosa e necessaria per una leadership politica seria e convincente, qualità che oggi è divenuta merce rara.Sono onorato che sia stato per circa sei anni il direttore della più importante testata del sud Italia.Forse è giunto per lui il tempo di un nuovo impegno fondato su una maturità diversa.
Ottima intervista ,che disegna bene la figura di Alessandro Barbano: spirito libero, riformista, grande direttore, che brilla per la sua autonomia dai poteri forti. Purtroppo troppi pensano che ossequiare il potere facilta “la vita”; ignorando che la uniformità dell’informazione concorre alla distruzione della democrazia ed all’appiattimento culturale. Speriamo che Barbano possa presto essere chiamato ad una nuova direzione, perché necessitiamo di un giornale diverso e più vero.
Conosco Barbano per averci lavorato d’accanto agli esordi della sua carriera. Sicuramente un purosangue. Ma vuole apparire migliore di quello che talvolta è stato. L’intervista più che perfida, da parte del volenteroso intervistatore, è stata sterilizzata da parte dell’intervistato. Tuttavia l’ho seguita con interesse e senza annoiarmi.