Natalino Irti

Parliamo forse del più grande giurista italiano. La sua storia – intensa, ricca, dolorosa, taciturna, saturnina – è quella di tanti uomini del nostro Meridione.  E’ anche la storia di un uomo che appartiene a un’epoca che non c’è più. Questo abruzzese dalla scorza dura non è un nostalgico, un conservatore, anzi. Il suo sguardo è proiettato sul futuro. Leggendo i suoi libri – a partire dall’”Elogio del Diritto” – non potevo chiedere di più: andare a lezione da Natalino Irti. E così, in un sabato quasi estivo raggiungo il suo studio romano, dalle parti di Porta Pia. Mi concede due ore di incontro.

Ripercorriamo insieme vicende personali e collettive; dolori indicibili e ricordi fanciulleschi. Traspare leggerezza, ironia e nonostante titoli, onori, copertine, riverenza del mondo accademico e dei capitani d’industria, non ho scorto, in Natalino Irti, la benché minima posa, o prosopopea, o vanità intellettuale. Il potere e il sapere non l’hanno minimamente cambiato.

Guai a definirlo Maestro, mi ha avvertito: “sono uno scolaro leggermente più anziano degli altri”. Un bagno di umiltà. Nel suo ultimo libro – “Viaggio tra gli Obbedienti” edito da La Nave di Teseo – il professor Irti, pur tessendo le lodi dell’Obbedienza, in realtà si è mostrato un vero trasgressore dei luoghi comuni. Per usare un’espressione cara ad Alessandro Galante Garrone, questo gigante della Filosofia del Diritto, è sembrato “un mite giacobino”. Un uomo saggio con moti di ribellione interiore. Per amore dell’obbedienza prima ancora della Legge.

F.M / francesco.melchionda@tiscali.it

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Professor Irti, voglio cominciare questa Confessioni partendo dalle sue origini, abruzzesi, che ha sempre rimarcate, con orgoglio. Appena può, se non erro, torna nella sua Avezzano. Cosa ha imparato da questa terra così ostica, ancestrale, selvaggia?

Provengo da Avezzano, cittadina della Marsica. Abruzzo della montagna, un tempo chiuso in sé, terra di pastori e contadini. Gente guardinga e sospettosa; volitiva e tenace. Molto mi è rimasto nel carattere, e non so se sia bene o male. Altro è l’Abruzzo del mare, che è simbolo di apertura agli altri, di commerci e viaggi in paesi diversi.

In tutti i suoi libri, Ignazio Silone racconta, senza veli o dolcezze  linguistiche, i cafoni della Valle del Fucino, della Marsica: come vivevate, voi Irti, quelle letture? Ne discutevate? O, come spesso accade ai benestanti, vi lasciavano indifferenti?

Fontamara non era nella mia giovinezza il semplice romanzo di un esule, ma il libro della nostra stessa storia, la dolente e amara narrazione della Marsica. Diciamo: un breviario della auto-coscienza, con cui interpretavamo anche ciò che accadeva intorno a noi. Così, gli scontri tra contadini e carabinieri, che con stupore guardavo nel 1950 dalla finestra di un’aula ginnasiale.

In un’intervista rilasciata anni fa al Foglio, ha detto che la sua città è terra di dolorosa solitudine. Cosa voleva dire?

Avezzano è stata colpita due volte duramente, e dal terremoto del 1915 che cagionò la morte di 30 mila persone, e dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Questi eventi così drammatici possono suscitare o moti di solidarietà o spingere verso la solitudine, la più racchiusa o quasi ripiegata in sé stessa. A me è parso di scorgere la seconda.

A quali ricordi fanciulleschi è legato in modo particolare?

Il ricordo più vivo risale al periodo che va da luglio 1943 al giugno 1944. Lasciammo Avezzano per rifugiarci in un piccolo paese. Era l’anno dell’occupazione tedesca e della avanzata degli Alleati verso nord. A volte mi indicavano bagliori in lontananza. Non si udiva il cupo rumore della battaglia, ma si scorgevano luci terribili nel cielo sopra Cassino. Sono i ricordi più vivi, indiscutibilmente.

All’Osservatore Romano ha detto che la figura più importante della sua giovinezza è stato suo zio Nicola. Come mai?

Nella mia famiglia, come in moltissime altre del Sud, c’è una figura, che ha segnato una svolta, cioè il passaggio da una ad altra condizione sociale. Un mio zio si laureò in legge, nel lontano 1911, e così avvenne la transizione sociale. Dai piccoli commerci alla borghesia delle professioni. Tutto si doveva alla scuola pubblica, dove la tenacia negli studî riusciva a superare le diseguaglianze dei ‘punti di partenza’.  E così fece lo zio Nicola: un nome, che ritorna nelle generazioni, ed è inciso nella memoria e nel cuore.

Si è mai ribellato, da ragazzo, alla sua famiglia, liberale e borghese?

Il tono interno della mia famiglia era arioso e vivace. La tavola era un incontro di libertà.  Rispetto e amore profondi per i genitori, ma anche desiderio di essere sé stessi. A volte, con urti, tensioni, impazienze. Già nella giovinezza inclinavo verso un liberalismo di sinistra. Molto ammiravo Marco Pannella, abruzzese come me, che agitava temi nuovi, di eguaglianza sociale, parità dei sessi, libera scelta di convivenze.

Fotografie di Ludovica Borghesi

Pensa di aver avuto fortuna nella vita, professore?

È una domanda molto difficile. Posso soltanto dire che ho considerato la vita come un impegno serio, non banale, dove le scelte vanno sempre meditate. Confesso, però, che spesso l’ansia della razionalità è rimasta delusa. Noi ci illudiamo di poter ricondurre tutto quello che ci accade alla razionalità, poi, all’improvviso, c’è un evento che si ribella, non sta al dominio della ragione, e ci costringe a rivedere tutto daccapo.

A che età è avvenuto il trasferimento a Roma? Da provinciale, che impatto ebbe con una realtà così diversa?

Noi studenti abruzzesi, giunti da cittadine di provincia o da piccoli paesi, formavano una colonia, che gravitava intorno a piazza Bologna e piazzale delle Province. Camere ammobiliate; modeste pensioni; ospitalità di parenti. Si andava a ‘vedere’ via Veneto, come ad uno spettacolo recitato da altri, anzi da un’altra specie di umanità.

Su quali opere si è formata la sua carriera, e di giurista e di professore, binomio, secondo me, indissolubile?

I libri nascono dall’insegnare e servono all’insegnare. Questo posso dire di monografie e corsi di lezioni, pubblicati fino al 1990. Poi si è aperta un’altra stagione, più larga e impegnativa, dove il diritto si svolge in temi diversi e suscita le domande più radicali. Il mio ultimo libro, ora apparso per i tipi di ‘La Nave di Teseo’, Viaggio fra gli obbedienti, segna, per così dire, l’estremo grado di questa apertura. Ottimi gli insegnanti nelle scuole medie. Giustamente rigorosi e severi. Centinaia di versi da mandare a memoria; nomi e date da ricordare; trepidazione del voto. Insomma, una scuola di formazione, della quale ancora oggi mi sento debitore. L’Università è un’altra cosa. Per me, fu soprattutto l’incontro con un grande giurista, Emilio Betti. Mi laureai con lui, discutendo una tesi tra diritto e filosofia. In Betti, mi affascinava l’orizzonte del suo pensiero, il singolare congiungersi tra rigore tecnico e respiro filosofico. Credo che la mia vocazione stia nell’insegnare. Spesso mi fermo sulla profondità della parola ‘insegnare’. Il maestro lascia un segno in te; e tu, divenuto a tua volta maestro, la lasci negli allievi. Ecco la catena delle generazioni, che formano un’unità, un processo disteso nel tempo.

Fotografie di Ludovica Borghesi

Ci sono stati momenti in cui si è sentito perso, smarrito, momenti in cui avrebbe voluto tornare nel suo nido familiare?

Ho potuto provare dolori che non hanno nome, ma non smarrimenti professionali, o desiderî di impossibili ritorni. D’Annunzio, Flaiano e Silone sono stati, pur diversissimi tra loro, tre grandi abruzzesi.

Qual è, dei tre, quello da cui ha appreso di più o che l’ha influenzato maggiormente?

Silone è l’autore della giovinezza, che ci faceva consapevoli dell’esser marsicani. Flaiano, l’autore della ironica maturità. D’Annunzio, con le sue pagine ‘segrete’, umide di nostalgia e di dolore, l’autore della sera. Parlo del D’Annunzio evocante la terra d’Abruzzi e la figura della madre, che accoglie Gabriele con la dolcezza di una lunga attesa.

Si è sempre professato liberale; ma lo è stato più nei comportamenti o nei suoi scritti?

Il mio liberalismo – che credo di rivelare nei comportamenti e nelle pagine scritte – si fonda essenzialmente su due premesse: la fiducia nella libertà creativa dell’individuo, che si fa il proprio mondo; e la diversità infinita delle prospettive. Nel mio animo non c’è mai condanna senza appello; non c’è mai giudizio senza il tormento del dubbio.

Lei ha apprezzato più Galante Garrone o Norberto Bobbio?

Guardi, Galante Garrone l’ho conosciuto poco. Negli anni abbiamo avuto solo scambi epistolari. Bobbio, invece, avendo insegnato tre anni a Torino, ho avuto modo di incontrarlo anche in simpatica convivialità con il comune amico Uberto Scarpelli. Bobbio era un grande semplificatore di problemi. Poche volte mi è capitato di sentire esporre una teoria con la chiarezza e la precisione didattica di Bobbio. E’ la qualità che più mi colpì in lui.

Fotografie di Ludovica Borghesi

 Franco Coppi ha dichiarato che, ancor oggi, non dorme la notte se pensa ad alcuni suoi clienti che non è riuscito a far assolvere. A lei capita la stessa cosa?

Ho sempre dormito profondamente. L’amico Franco Coppi ha tra le proprie mani la libertà degli individui; io, gli interessi economici, che assai spesso non meritano insonnia.

Qual è stata la causa più importante che ha seguito?

Ora che mi ci fa pensare, debbo dire che qualche ora d’insonnia ha accompagnato il patrocinio di talune cause. Eni-San Paolo nata perché la domanda di dollari aveva determinato un rapporto di cambio con la lira assolutamente alto e ne nacque una causa di estrema importanza; poi tornano alla memoria la vicenda Imi-Sir e taluni arbitrati.

Ha mai avuto una crisi di coscienza nel provare a difendere, magari, un colpevole?

La difesa degli interessi economici raramente determina crisi di coscienza. Le crisi di coscienza hanno bisogno di eventi forti, di qualcosa che ti mette in dubbio, che ti fa interrogare sulla tua identità. E’ raro che una causa civile abbia questa potenza emotiva. Forse, in qualche causa, può nascere l’indignazione verso metodi difensivi disinvolti. Ma la quotidianità giuridica, almeno nel campo degli interessi economici, richiede solo esercizi di tecnica.

Ha mai rifiutato una causa che andava contro il suo modo di essere?

Sì, ho rifiutato cause nelle quali avvertivo un fondo paludoso. Mi piace camminare sul terreno solido, e non saltare tra le pozzanghere.

È un grande eufemismo, questo.

Eh già.

A che punto è il nostro capitalismo?

La sua non è una domanda. E’ un interrogativo sul nostro tempo. Sono scomparse le grandi figure dei capitani d’industria. E’ tramontata l’immagine ascetica del capitalista descritta da Max Weber. Il capitalismo, oggi, ha una dimensione impersonale e, perciò, ancor più agghiacciante. E tuttavia si fa un parlare di impresa etica. di sviluppo sostenibile ecc.. Ma, mi chiedo, l’impresa avrà tale crisi di coscienza da imporre a sé stessa uno scopo che non sia il profitto? Sarebbe una svolta epocale, ma non so se avverrà… Ogni istituzione è legata al proprio scopo.

Cosa rappresenta, per lei, un’aula di tribunale?

Per il penalista l’aula di tribunale è la vita, per me l’aula è il luogo dove c’è il terzo – il giudice – dal quale si attende il giudizio sulla ragione o il torto delle parti. Nulla di altamente sacro, ma la necessità di definire la lite e, quindi, anche l’esigenza di archiviare. Bisogna archiviare per non soffocare. Questo accade anche nelle nostre vicende personali.

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Cosa ha imparato da un processo?

Se dovessi leggermi dentro, con una sincerità impietosa, forse lo stato d’animo è: il desiderio, l’ansia di capire, con grande umiltà, quello che sta succedendo intorno a noi.

In un Paese come il nostro – così criminale, cavilloso e opaco – dove ha fallito il Diritto?

Nel nostro Paese non c’è un sentimento profondo della legalità. Il vero problema è che al diritto non si può chiedere ciò che esso non può dare, ovvero l’unità nazionale e il sentimento di sentirsi stretti nello stesso destino. Finché il nostro Paese vivrà nei laceranti conflitti, rappresentati nel  romanzo di Sciascia Il giorno della civetta, non usciremo fuori dalle ‘opacità’ di cui lei ha parlato nella sua domanda.

Fotografie di Ludovica Borghesi

E dove hanno fallito i cosiddetti Maestri, quelli che incensiamo da decenni?

Usare la parola fallimento, mi sembra ingeneroso. Parlerei, più che altro, di limiti, limiti nell’aver creato una dicotomia, una netta divisione tra sapere umanistico e sapere tecnico. E noi abbiamo bisogno, invece, di riconquistare l’unità del sapere, e di superare l’antitesi tra umanesimo e tecnica.

Ricorda, con nitidezza, i più grandi errori o colpe commessi durante la sua carriera forense?

Nella conversazione con lei sono costretto più volte a confessare la sconfitta della razionalità. Probabilmente, nei processi, ho confidato troppo nel potere della razionalità, quando invece avrei dovuto considerare elementi di circostanza e profili emotivi.

Ha scritto che l’obbedienza è sinonimo di libertà e non servitù. Perché?

Il mio ultimo libro, Viaggio fra gli obbedienti, è un profondo elogio della libertà. Di quella libertà, storicamente definita, che, ricevuto un comando, lo ascolta e interpreta, lo immerge nel dubbio, e infine decide fra il sì e il no. Libertà è decisione, assunzione di responsabilità, incontro con il rischio del futuro.

In decenni d’insegnamento, i suoi occhi hanno visto migliaia di studenti… La leggenda narra, che leggenda magari non è, che il professor Irti era tanto azzimato e cordiale quanto spietato nel bocciare… Ci dica la verità.

Insegnare, come le ho detto, è stata la ragione della mia vita. Ieri, come oggi, mi manca molto non poter leggere negli occhi dei giovani la chiarezza o l’oscurità della mia parola. Lo sguardo del giovane ti giudica, è in attesa severa, come sta facendo con me lei, ora. Ho sempre rispettato molto i ragazzi, dall’uso del pronome sino ad un interiore e curioso riguardo. Ma credo indispensabile il momento del giudizio. Il giudizio è la prova di sé stessi.

La sua vita è stata costellata di incontri fondamentali. Ce ne racconti uno minore, che però ha lasciato un’impronta indelebile nella sua vita.

Incontro ‘minore’ non posso dire quello con un sacerdote missionario in Albania. In lui: forza della fede, energia costruttiva, abbandono alla volontà divina. Forse anche una santa follia. Ne ho avvertito il penetrante fascino e tutta la superiorità morale.

È stato più attratto dalle lusinghe del potere, delle donne o delle riverenze delle persone?

Tentazioni terribili, alle quali talvolta è difficile resistere. Il potere, come un sovrastare gli altri, non mi ha mai attirato. Non credo, poi, di meritare riverenza. Mi bastano stima e fiducia. La riverenza è nel mio animo, verso i maestri di ogni stagione e l’eredità formativa del passato.

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