Ivan Zazzaroni

L’AGIT-POP DEL GIORNALISMO ITALIANO

Seguo Ivan Zazzaroni dagli anni in cui la sua folta chioma color argento comparse per la prima volta alla Domenica Sportiva. Era il 2003. Il Milan berlusconiano alzò al cielo l’ennesimo scudetto; dietro la scrivania, invece, nella città della Mole, Luciano Moggi, all’epoca deus ex machina della Real Casa torinese, veniva servito, temuto, omaggiato, da tutti, o quasi. Un’altra era, a pensarci. Un altro mondo. Solo tre anni dopo, infatti, una valanga chiamata Calciopoli (Farsopoli, per altri) avrebbe cambiato gerarchie, posizioni, potere, mappe, connotati.

Osservandolo attentamente, mi aveva colpito la sua capacità di “bucare” il video, e una certa spigliatezza nel padroneggiare il tubo catodico. Sembrava nato con la televisione. Eppure i suoi strumenti tradizionali, quasi primitivi, erano la carta, la penna, i giornali…

Dietro la sua arte di saper stare al mondo con leggerezza e uno spiccato lato edonistico ed egolatrico, volevo capire se il Nostro – sì, proprio lui! – avesse delle profondità da scavare, indagare e raccontare. E quali, soprattutto. Cosa si cela – mi chiedevo – dietro quello sguardo deciso, ballerino, sfrontato?

E così, dopo avergli scritto un messaggio per presentarmi e dirgli cosa volessi,  e la sua immanente risposta, in un sabato pomeriggio, nonostante il caldo e la calma piatta della città, raggiungo Zazzaroni al giornale, dalle parti di Piazza Indipendenza, nel palazzo che un tempo fu della gloriosa e combattente Repubblica scalfariana.

Il cuore pulsante del Corriere dello Sport è al sesto piano, lì dove si decidono editoriali, inchieste, battaglie, prese di posizione e, diciamolo pure, errori. La stanza del diretur è aperta; nessuna attesa: con il suo solito sorriso seducente, mi dice di entrare e fare subito: un treno lo attende fra poco più di un’ora, destinazione Milano.

Al bando, quindi, convenevoli e chiacchiere inutili. Accendo subito il registratore e partiamo. Le domande e le curiosità sono tante e, francamente, non voglio distrarmi a scrivere appunti. Noto subito che le sue risposte hanno i tempi della televisione: sono veloci, furbe, arrivano subito al punto, o quasi. Quando può, forse per pudore o lealtà nei confronti di qualcuno, frena la lingua, lingua che, invece, vorrebbe non fermarsi mai.

Togliendogli la patina della notorietà, e dell’ego, vien fuori uno Zazzaroni intimo e intimista, malinconico, nostalgico, per nulla “personaggio”, e, in qualche momento (raro), critico verso sé stesso. Superata la soglia dei sessant’anni, il bolognese non mi è parso sazio, né tantomeno desideroso di mollare o rallentare. Sono sicuro che da uomo pop qual è, lo troveremo sempre pronto per tuffarsi in qualche nuova avventura che lo tenga vivo!

*   *   *

Zazzaroni, lei è bolognese di nascita. Ma, negli anni della tarda adolescenza, finisce addirittura in Brasile. Aveva già le tasche piene di Bologna e della sua famiglia? 

No, tutt’altro. Volevo viaggiare, conoscere. Quand’ero ragazzo, la voglia di viaggiare era talmente forte che decisi addirittura di fare l’esame per diventare steward per voli intercontinentali… Insomma, come avrà capito, l’idea di poter conoscere mondi nuovi mi affascinava tanto, troppo… 

Di che campava in Brasile? Bighellonava…? 

Ero stato a San Paolo per un congresso internazionale dei mercati all’ingrosso, come interprete per conto del comune di Bologna. Conobbi una ragazza di nome Carmen, occhi azzurri, capelli biondi… Nacque un flirt, per fortuna o per sfiga, chissà, e ci tornai qualche mese dopo a vivere. Ma, dopo quattro giorni, la mollai… Mi misi a fare di tutto pur di stare in Brasile; non volevo tornare a casa senza un soldo. E, quando potevo, mi allenavo con il Botafogo di Ribeirao Preto, allenatore Antoninho, che aveva giocato nella Fiorentina, e frequentavo l’università. Insomma, non facevo un cazzo… 

Come sempre…  

No, son passato dal non fare un cazzo a cazzaro, che è diverso…! 

Quanti anni ha vissuto lì? 

Togliendo tutte le volte che ci sono tornato poi in età adulta, ho vissuto in Brasile il tempo giusto. 

Cosa ha imparato dall’esperienza carioca? 

Non era carioca, perché stavo nello Stato di San Paolo. Beh, stando solo, a vent’anni, quello che ho potuto subito imparare è stata l’autonomia, l’indipendenza, la libertà di essere subito sé stessi, e affrancarmi dalla famiglia. 

Era una famiglia benestante, la sua? 

Benestante non direi, ma stavamo bene. I miei mi hanno messo al mondo molto giovani: mia madre, tanto per dirle, aveva diciassette anni quando nacqui. Mio padre diciotto. Quindi, mi è capitato, da ragazzo, che, a volte, facessi io da padre a lui; e lo stesso con mia madre. Mio padre partì dal nulla, con un bar, ad essere precisi, con tante cambiali da pagare. Ma aveva un grande fiuto per gli affari e uno spirito imprenditoriale molto spiccato. E così, da un bar, ci siamo allargati a ristoranti e pizzerie… Non posso lamentarmi: ho avuto una bellissima adolescenza. 

 Quale fu il suo primo impatto con il sesso? Disastroso, immagino… 

Sì, decisamente! Baciai una ragazza che, poco prima del nostro incontro, aveva mangiato cipolla! Grazia. Me la ricordo ancora e l’ho rammemorato a tutte le donne con le quali ho avuto, poi, una frequentazione. Avevo 15 anni, volevo provare e questo bacio, ahimé, non l’ho mai più dimenticato! 

Il Brasile è sempre stata la patria della sensualità e del piacere: le capitò di perdersi? 

No, mai! Ero troppo giovane per perdermi e, con una famiglia solida alle spalle, troppo strutturato per annegare nei piaceri o in qualche altro vizio. Ho fatto una vita bella, ma regolarissima. 

Come nacque l’intervista al grande Socrates? 

Abitava a Ribeirão Preto, a 500 metri da casa mia. Il Botafogo lo aveva appena venduto al Corinthians di San Paolo (la squadra famosa non solo per il livello tecnico, ma anche per quella sorta di esperimento di uguaglianza, la ‘democracia corinthiana’, decisioni prese di comune accordo tra giocatori e allenatore). Lo incontrai in una birreria famosa in tutto il Brasile, si chiamava Pinguim, all’epoca molto frequentata dai ragazzi universitari. Socrates, che amava molto bere, era spesso lì. Gli feci l’intervista e la inviai a Stadio, il giornale di Bologna. La sfiga volle che mandai la foto con Wilson Roveri e Socrates, perché non avevo con me la macchina per scattare. Quando uscì, ricordo ancora adesso la didascalia: “Socrates durante l’intervista”. Non rimasi benissimo perché nella foto non ero io, ma Roveri, allora cinquantenne… 

Ma aveva già gli strumenti giornalistici per saper scrivere? O si è buttato giusto per vedere cosa succedeva o, peggio ancora, se qualcuno abboccava? 

Ho sempre sognato di fare il giornalista sportivo. Avevo passione, curiosità, l’ambizione, che era sfrenata, e, soprattutto, un bagaglio di letture non indifferente. E la conoscenza delle lingue, il portoghese fu la chiave che aprì le porte giuste. 

Perché ha specificato che voleva fare il giornalista sportivo, e non politico, ad esempio. 

Perché l’unica esperienza politica che ho avuto – una campagna elettorale per la Dc –  quand’ero ragazzo, è stata di una noia mortale! 

Ricorda quali sono stati i pezzi più brutti che ha scritto? 

Brutti no, tutt’altro, forse sbagliati. E poi non amo rileggermi, né riguardami in tv… 

Se avesse tra le mani uno scoop che coinvolge un suo amico, cosa farebbe? Lo cestinerebbe o lo pubblicherebbe senza troppi scrupoli? La notizia, dice qualcuno, è sacra… 

Non lo dica a me! Questa sua riflessione, maliziosa, mi fa tornare alla mente una vicenda che ho pagato pesantemente. Tre anni fa, come tutti sanno, ci fu il caso di Mihajlovic… 

Ecco, cosa ha combinato? 

Mi arriva la notizia, dal nostro corrispondente, che Sinisa da tre giorni non si sta allenando. Da premettere che il Bologna, per Stadio è la squadra di riferimento. Chiamo Sinisa, e non mi risponde. A questo punto, contatto la moglie, Arianna. E lei mi fa: fattelo dire da lui, per favore. Chiamo, allora, il medico del Bologna, con il quale ho un rapporto quarantennale, e lui, con molte riserve, mi dice: non posso dirti niente, però Sinisa non sta bene. Parlo, allora, con Sabatini, all’epoca direttore sportivo della società. Walter mi dice, senza troppi giri di parole, che Sinisa non gradisce che la notizia esca sui giornali. Un giorno tormentatissimo; la domanda che mi ponevo era sempre la stessa: lo scrivo, non lo scrivo… Feci l’articolo e poi dissi ai ragazzi della redazione di cestinarlo, ci ripensai, e la redazione, tutta, mi spronò a pubblicare quello che sapevamo. Scrissi l’editoriale, ma senza fare cenno alle parole leucemia e malattia… Sfiga volle che Sinisa non avesse informato i suoi figli maschi della malattia, cosa che io, ovviamente, non potevo prevedere. Sapendo che Mijailovic avrebbe fatto l’indomani la conferenza stampa, mi sentivo libero e legittimato a scriverne. L’indomani esce il giornale e i due figli maschi, ignari di tutto, vengono subissati di messaggi. A quel punto, Sinisa matura la decisione di massacrarmi in conferenza stampa. Mi sono, poi, beccato di tutto, in particolar modo da due persone, i cui nomi difficilmente dimenticherò. 

Chi sono, Direttore? I nomi… 

Luisella Costamagna, che scrisse delle cose volgarissime, e Sonia Bruganelli, la moglie di Paolo Bonolis. Si fidarono dei social. 

Riuscì a chiarire con il serbo? 

Per fortuna, sì, subito… Ho tuttora un bellissimo rapporto con lui. 

Altri scoop? 

Mancini alla Lazio, oppure quando Roberto Baggio fu costretto a lasciare la Juventus. Ricordo che Roby mi fece una telefonata, lunga e molto amareggiata. Non voleva che ne scrivessi. Io, però, il giorno dopo, uscii con una lunga intervista. Fu contento, alla fine, della pubblicazione. 

Perché?  

Perché uscì la sua verità, molto diversa da quella della Juve. Baggio, la sua amicizia, la cosa migliore che ho avuto dal calcio. 

A proposito di Mihajlovic: non pensa sia un allenatore sopravvalutato e ben protetto dalla stampa… Lei mi dirà: ha salvato il Bologna da una retrocessione sicura. E io le rispondo: un po’ poco… 

«Sinisa è la salvezza, la fortuna di un Bologna condannato a non spendere». 

Fonda un quotidiano che si chiama Dieci: dura pochissimi mesi, se non erro tre. Cosa ha fatto di disastroso?  

Esattamente 76 giorni. E, pensa, 76 fu il titolo del primo numero, dedicato ai nati in quell’anno, Ronaldo il Fenomeno, ad esempio. Io, di disastroso, non ho fatto niente, anzi. Visto che me lo chiede, le racconto com’è andata: mi chiama Sconcerti e mi fa: Ivan, ho detto a quest’editore che tu sei l’unico che può fare questo giornale nuovo. L’editore erano i Caso. La persona, però, con cui parlai era Donati, ed direttore della Rcs e uomo di fiducia della Fieg. Vado all’appuntamento, in Corso Venezia, in una sede che, francamente, mi lascia molto perplesso. Alle sue lusinghe, gli rispondo che non ho più voglia di fare il direttore di carta stampata. Al che, lui mi chiede: quanto vuole? Io gli sparo la cifra più alta e lui accetta. Favoleggiano 50 milioni di euro di budget, e la possibilità di scegliere tutti i giornalisti. Un sogno che si realizza! Al primo mese, tutto procede per il meglio (80 mila, le copie vendute). Al secondo, iniziano i problemi: non pagano i giornalisti. Mi stranisco e chiedo agli editori un confronto. Arrivo a Roma, in una sede assurda, sulla porta leggo Kuban Bank, e aspetto, aspetto… Per settimane garantiscono l’arrivo dei cro, dei pagamenti… Niente. A quel punto, mollo tutto, e me ne vado. Mi dimetto, prendono un altro direttore, ma il giornale non esce più in edicola… Detto ciò, è stata comunque un’esperienza pazzesca, molto formativa, nonostante tutto. 

E’ stata la sua unica esperienza da buttare nel cassetto, o ne ricorda altre? 

Sì, assolutamente, l’unica! 

Ha sempre considerato Italo Cucci il suo maestro ma solo perché Gianni Brera era inarrivabile? Dico bene? 

No, tutt’altro. Io sono distante anni luce da Gianni Brera, e forse sono uno dei pochi giornalisti che non l’ha amato incondizionatamente. 

Perché? 

Grande scrittore, intellettuale, ma non rispondeva alla mia idea del giornalista sportivo… Cucci lo considero non solo un grande direttore, ma anche un padre. Ci sentiamo tutti i giorni dal 1979: una guida assoluta. E, pensi, dopo 43 anni, gli do ancora del lei. 

Se potesse, quale talento giornalistico porterebbe nel suo giornale? 

Quelli che volevo li ho presi: Giancarlo Dotto, Roberto Perrone, Roberto Beccantini, Franco Ordine, Max Gallo, Carratelli, per un po’ Carotenuto. Sono pochi i giornalisti che apprezzo… Crosetti, Terruzzi, Turrini, Gandola… 

Ci faccia un esempio… 

Paolo Condò e un paio della Gazzetta: Iaria e Licari. Ma sa, Francesco, io ho conosciuto i fuoriclasse e con loro ho lavorato: Cucci, Adalberto Bortolotti, Tosatti, Sconcerti, De Felice, Bartoletti, Cancellieri, Palumbo… 

Paolo Condò è soporifero; a leggerlo, sbadiglio, Direttore… 

È un problema tuo, non mio. Paolino è bravo. 

Al mattino, leggendo i giornali, quali firme legge con maggiore interesse e, perché no?, una punta d’invidia? 

Invidia, mai. E’ un sentimento che non mi appartiene. Cazzullo, ad esempio, lo leggo volentieri. Naturalmente alcuni di quelli che lavorano con me, nomi non posso farne. Per ora. 

Solo lui? 

Basta liste. Leggo, leggo molto. 

Si considera un giornalista davvero libero con tutti gli interessi che ci sono nello sport, ma, soprattutto, nel calcio? Quanti compromessi, e quali soprattutto, fa tutti i giorni? 

Sono libero, ma veramente libero, e, per la mia libertà, a volte, pesto anche delle merde, lo ammetto. Gli editori – Roberto Amodei e l’ad Arduini – mi hanno concesso sempre massima libertà e autonomia. A volte, magari, nicchiano, se scrivo delle cose che non trovano il loro consenso, ma non si sono mai permessi di alzare la cornetta per dirmi: taglia, correggi… 

Quali merde ha pestato? 

Quando avvenne il trasferimento di Ronaldo alla Juventus. Pensavo fosse una boutade, uno scherzo di Mendes, il suo agente. Quando gira, tra le redazioni, la notizia del possibile arrivo, faccio fatica a crederci. E, nonostante la mia reale diffidenza sull’acquisto del portoghese, per scrupolo, faccio delle telefonate per capirci meglio. Chi stava facendo realmente la trattativa, non mi disse la verità, e io abboccai al depistamento. Arrivai tardi e perdemmo un bello scoop da prima pagina. Tuttosport, ad esempio, fu più bravo di noi… 

Chi la faceva, la trattativa? 

Oltre a Mendes? Non lo posso dire…  

E altre merde pestate? 

Ti diverti? Questa è più recente; è quando Allegri mi disse che non sarebbe tornato alla Juventus. Io gli credetti, anche perché stava chiudendo con il  Real Madrid. Era tutto fatto: mancava solo la firma che sarebbe stata siglata nello studio di Giovanni Branchini. Arriva la telefonata, improvvisa, di Agnelli, e Max cambia idea. Tante, però, ne ho fatte pestare… 

Addirittura? Racconti… 

Beh, Baggio al Milan, e, più recente e più grossa, la vicenda legata alla Superlega. 

Ancora Baggio? Sempre lui… Cosa successe con il Divin Codino? 

Tutti dicevano Inter, la Juve l’aveva promesso a Moratti. Roby non si faceva trovare, il suo agente Petrone pure, lavorai su un’indicazione di un dirigente di Diadora e lavorai bene. 

Mi parli, ora, della tavolata imbandita dai boss del calcio mondiale… 

Scrissi della nascita della Superlega il giorno in cui la stavano per annunciare. Ebbi l’imbeccata grazie ad un politico, di cui non farò di certo il nome. 

Lo faccia, ormai è passata la bufera… 

Non glielo dico neanche sotto tortura. Roma, sabato, verso le 13.30, finito il programma alla radio, Caressa mi dà uno strappo fino all’hotel. A un tratto il politico in questione mi chiama e mi dice: ma lo sai che sta per nascere la Superlega? Al che gli rispondo: ma dài, storia finita. E lui, serio: sì, sì, Ivan, sta per nascere la Superlega, fidati. E proprio in queste ore, cento per cento. Nel pomeriggio faccio un paio di telefonate ad alto livello senza trovare riscontri. Quando mi arriva la segnalazione che  mi auguravo passo tutto a Ramazzotti e pubblico la notizia in prima pagina, sbagliando solo una cosa: scriviamo che era coinvolto anche Dazn. La domenica sera l’annuncio, uno scoop mondiale. A tal proposito, Vialli mi dice sempre: tu le notizie non le dai, le crei… 

Come si fa a dirigere un giornale sportivo, con grande risalto al calcio, in una città così corrotta, malata, antisportiva e faziosa come Roma? 

E’ più difficile e divertente. Più semplice fare un giornale a Milano, dove tutto funziona e Inter e Milan vincono. Roma è sanguigna, faziosa, molto, e ha due anime.  

Chi sono i presidenti di calcio più liberticidi che ha conosciuto in tutti questi anni? Fuori i nomi, direttore… 

Ora non chiamano più, però ci sono quelli di cui senti maggiormente la presenza e sono Lotito e De Laurentiis; Aurelio, però, ultimamente si è un po’ defilato.  

Cosa le scrive il varesotto? Messaggi sibillini? 

Ti chiamo tra poco. 

E’ una grande volpe, Marotta… 

E’ uno che sa stare al mondo, di un mondo, però, che ha perso in qualità e personalità. 

Non è uno sprovveduto… 

Tutt’altro, e poi ha grandi rapporti e relazioni politiche. Devo riconoscergli grandi capacità di movimento. 

E’ un democristiano… 

Un Dc della Prima Repubblica…  

Cosa vuol dire quando dice “di un mondo ormai superato”? 

La crisi finanziaria di molti club ha demolito rapporti, certezze, regole. Gerarchie. Il calcio è come il Paese, incapace di fare sistema

Cosa pensa della gestione Moratti? Era un incapace, come sostengono in tanti, compresi non pochi tifosi interisti? 

Aveva il portafoglio troppo vicino al cuore. Troppo. 

Come reagisce ad una telefonata di protesta? Rabbonendo, promettendo, intortando o urlando? 

Mai promesso nulla a nessuno! 

Si è mai sentito usato da qualcuno?  

Ci sono dei momenti in cui ti rendi conto che l’essere usato ti fa comodo perché poi puoi scriverne. E diventa, indirettamente, un’ottima collaborazione. 

Due juventini doc – Mughini e Cazzullo – hanno una visione diversa su Moggi; l’uno, Mughini, positiva; l’altro, Cazzullo, molto negativa. Lei cosa pensa, invece, di big Luciano? Tanti giornalisti facevano a gara per essere nelle sue grazie… 

Che non era peggio di tanti altri. Luciano è cresciuto in un mondo fatto di potere, relazioni, influenze, amicizie. Tanta gente andava ad abbeverarsi da Moggi, anche famosa. Diciamo che sono a metà fra Cazzullo e Mughini, perché l’ex dg della Juventus era un sofisticato millantatore, ma anche un profondo conoscitore degli uomini e delle loro debolezze. Probabilmente, quando arrivò alla Juventus si è sentito tanto, troppo, potente, intoccabile, e lì è iniziato, paradossalmente, il suo lento declino, culminato, poi, con lo scandalo di Calciopoli. 

E’ stata tutta una farsa Calciopoli? 

No, c’erano dei fondi di verità assoluta, tipo i rapporti, ambigui e intollerabili, tra direttori di gara, designatori e società. Era un calcio troppo leggero e maleducato. Tutti cercavano un favore… 

Anche l’Inter? 

Per quello che io so, l’Inter di Moratti cercò, attraverso un arbitro che si era speso con Facchetti, di denunciare la cosa, cosa che non avvenne… Hanno provato a sporcare l’immagine di Giacinto, una sconcezza. 

Perché pubblicate in continuazione, soprattutto sul web, foto di donne discinte, vacue e che nulla hanno a che fare con lo sport? E’ un modo per accalappiare qualche lettore in più?

Dice che esageriamo?

I giornalisti italiani, e nel calcio abbondano, sovente, sono dei gran ruffiani con le società di pallone. Cosa fa lei? Se ne serve per aver qualche notizia in più? O, ma la vedo dura, li allontana?

E’ una domanda che dovrebbe porre ai dirigenti di serie A: Zazzaroni è un leccalulo? Le risposte mi divertirebbero.

Il direttore di un giornale è, di solito, un monarca assoluto. Teme più la defenestrazione da parte del suo editore, o, peggio ancora, un colpo di stato dei suoi giornalisti?

Sul lavoro temo soltanto l’errore, ho un’età che mi impone di non avere paura del presente.

Da tanti anni, gli italiani si sorbiscono la sua presenza in televisione. Ha un agente? Chi è che la piazza? I suoi colleghi, pensandoci, farebbero carte false pur di avere la sua visibilità… 

Non ho nessuno, mi creda! Solo all’inizio ho avuto il sostegno di Manuela Ronchi, manager di Pantani, e, successivamente, ma solo per pochi mesi, di Beppe Caschetto. 

Chi ha ucciso Pantani? La sua debolezza? Lei l’ha capito? 

No. Ho capito, però, che a Madonna di Campiglio una parte di lui, la più importante, l’orgoglio, la dignità, erano stati azzerati. 

Finisce a Ballando con le Stelle perché aveva bisogno di denaro, riconoscimento? Non mi dica che era anche un ballerino… Non ha proprio le physique du role del danzatore… 

Io ho un grande fisico, Francesco! Finisco a Ballando con le Stelle perché Bibi Ballandi, che è di Bologna, mi chiama e mi fa: sei un bell’uomo, devi partecipare al programma. Ti faccio chiamare da Milly. Bibi, gli faccio, tu sei matto! Quando la Carlucci mi chiama, resto sulle mie posizioni e la butto lì: al massimo faccio il giurato. Va bene, risponde. L’anno dopo, mi richiama Bibi e quasi mi ordina di partecipare al programma, ma, questa volta, come ballerino. Mi danno quello che chiedo e, mettendomi alla prova, come mai avevo fatto nella mia vita, inizia un’esperienza magica. 

Rimorchia tanto, quindi…

Certo, ho un pubblico fantastico: meravigliose sessantenni, settantenni,  ottantenni e novantenni… 

Però non è un uomo fedele, direttore…

Certo che lo sono! 

Ma va! Non la bevo… 

Assolutamente! 

Non ci credo…

Fa bene… 

Mi ha detto che la sua casa è a Monza; che ci fa lei in una città così brutta?  

Brutta? 

Beh, rispetto a Bologna, non c’è paragone… 

Perché Monica, la mia compagna, il mio equilibrio, un riferimento costante, che tra l’altro è bresciana, abitava lì. Quando ci siamo messi insieme, abbiamo deciso di prendere casa a Monza… E ci sto bene! 

Come mai finisce alla corte di Chiambretti?

Questione di feeling. E di attenzione. Sua. Lui fede tutto. Ci siamo trovati subito, per me è stato come ricevere un complimento.

Come sono stati questi due anni con lui?

Divertenti e formativi, ho imparato molte cose da Piero, che ha una visione complessiva del programma. Lui è un pezzo unico della televisione.

Su di lei abbondano giudizi, molti dei quali poco lusinghieri: piacione, vanitoso, egocentrico, arrogante, presuntuoso… In quale si riconosce? 

Arrogante e presuntuoso, per niente; sicuramente, mi riconosco negli altri giudizi. 

Quanto tempo dedica alla cura del suo corpo?  

Poco. 

Si è mai sentito fatuo? 

Superficiale, sì; insignificante mai. 

Quale difetto peggiore si riconosce? 

Sto talmente bene con me stesso… 

Non avevo dubbi, sa… 

Immagino. Forse, se ci penso, l’istinto e l’eccessiva tolleranza. L’istinto è spesso un nemico e troppa tolleranza produce errori. 

In che senso? Si spieghi… 

Sono uno che perdona, che si pone un sacco di problemi, che non sa odiare per più di quindici minuti. 

E’ schiavo di qualcosa? Del potere che esercita, delle donne, del denaro, del piacere? 

Del complesso di colpa! 

E quando lo sente? 

Negli affetti più intimi… 

Tra radio, tivù, giornali, presentazioni, sembra diventato una sorta di prezzemolino; ma lei dove lo trova il tempo per gli affetti? 

Bella domanda! Negli ultimi anni, poco. Cerco di esserci al massimo, quando ci sono, ma so che non basta. 

Le fa paura finire nell’anonimato…? 

No, perché ho sempre presente il mio punto di partenza, le mie origini, e da dove arrivo. E non l’ho ma dimenticato. Se torno nell’anonimato, come dice lei, posso dire di essermi divertito comunque tantissimo. Vorrei solo un po’ di più di tempo libero… 

Per fare cosa? 

Per stare con mio figlio e con le poche persone che amo, perché non ho hobby. 

Le capita spesso di pensare: dio santo, sono un pessimo padre? 

Ci penso spesso perché mio figlio ha sofferto tanto per le mie assenze, e questa è la cosa che più mi fa male. 

Qual è stato il dolore più grande che ha arrecato?
La separazione, perché non sono stato bravo a gestirla. Devo ammettere che non è semplice affrontare un fallimento del genere. 

Cosa farebbe Ivan Zazzaroni se tutto quello che ha fatto e costruito, finisse all’istante? C’ha mai pensato? 

Mi è successo!  

Sono tutte orecchie… 

Nel 2002 ero direttore di due giornali, e guadagnavo cifre altissime; ma,  improvvisamente, chiusi quel rapporto. Mi trovai in mezzo ad una strada, con una famiglia da mantenere. Ho avuto la fortuna, perché non dirlo?, di essere stato chiamato da Simona Ventura e. Paolo Beldì aQuelli che il Calcio, pensando e sperando di guadagnare tantissimo… Ricordo che ero in vacanza, nel Salento, a Santa Cesarea Terme… Mi chiama la Rai, prontissimo a sentire cifre alte, altissime. Un funzionario mi fa: allora, Zazzaroni, abbiamo parlato con Simona Ventura e la cifra che le proponiamo è di 700 euro lordi a puntata… Consideri che io guadagnavo 10mila euro al mese circa. Chiamai Simona, lamentandomi; il compenso divenne di 4000 mila euro lordi al mese. Cominciai, partendo dalla televisione, a fare tutto, e tutte le marchette possibili e immaginabili per guadagnare… 

E’ stato il grande marchettaro di sé stesso? 

Assolutamente sì! Ma più bravo di me, da questo punto di vista, c’è solo Pierluigi Pardo… 

Perché?  

È un fatto, anzi un fatturato. 

Perché chiuse quel rapporto con quei due giornali? Cosa combinò? 

Un rapporto fino a quel momento meraviglioso con l’editore conobbe un’incrinatura per via di alcuni tagli che non accettavo, in particolare di un inviato di Autosprint, e capii che era il momento di andare via. Ci siamo ritrovati sedici anni dopo. 

Che ruolo ha avuto la musica, per lei, essendo nato in una città come Bologna? 

Fondamentale, direi. Io cresco con Battisti, Cat Stevens, Elton John, e, negli anni Ottanta, disco-music e Neil Rodgers, che, per me, è Dio… Poi Prefab Sprout, Talk Talk, A-ha, Michael Jackson. Una musica che, ancor oggi, mi tiene vivo e giovane, come dico sempre al mio amico Linus. 

Direttore, non vorrei farla tornare con i piedi per terra, ma di Dio ce n’è uno solo, ed è Eric Clapton… 

A proposito di Clapton, ho dei flash… Ha presente Layla, la versione elettrica…? Avevo dodici anni, camminavo per le strade di Bologna, estrema periferia. Via Alfieri, ora ricordo, solo, in una giornata d’estate…Si apre una finestra, e parte il riff di Slowhand. Una cosa che non dimenticherò mai; se ci ripenso, mi vengono i brividi… 

È malinconico? 

Moltissimo… E anche nostalgico di quei tempi, delle figure, degli affetti. Non c’è un giorno, ad esempio, in cui non pensi a mio padre. E più vado avanti con gli anni, più mi rendo conto di quanto mi amasse. E quanto fosse diverso da me. 

Il dolore più grande? 

Oltre alla morte di Beppe, mio padre, quella di mio nonno, Marino… Ricordo che poco prima che morisse (ce lo portò via una fottuta leucemia), lui in una stanza dell’ospedale Maggiore di Bologna, lo beccai a vedere la registrazione di una mia puntata di non so quale programma. Nei suoi occhi intravvidi l’orgoglio e la gioia, eppure stava morendo… Era del ’12, per lui chi andava in tv era arrivato e importante. Io avevo appena cominciato…