Giuseppe De Bellis, l’Equilibrista…

Per diversi anni, nella lettura del Foglio, sovente i miei occhi si sono soffermati sui pezzi firmati da un certo Beppe di Corrado. Mi chiedevo spesso chi fosse, che faccia avesse e il perché di questo amore viscerale per lo sport. Anni dopo, un amico mi svelò che Beppe di Corrado altri non era che Giuseppe De Bellis. Che cosa bizzarra, mi dissi. Perché nascondersi? Perché mettersi una maschera? Perché depistare i lettori? Un’altra Elena Ferrante, ma anche no, pensai…

Questa curiosità mi è rimasta appiccicata addosso, fino a quando, grazie a questo blog scriteriato e ingestibile, mi sono ritrovato De Bellis in persona, in un faccia a faccia molto libero e sfrontato.

Ci siamo dati appuntamento dalle parti di Montecitorio, nel cuore del potere, del caos e dei traffici romani. Ci sediamo in una saletta appartata, lontani dalle orde barbariche e rumorose dei turisti.

Mollata la scrittura e la carta stampata, dopo quasi tre lustri passati nella storica sede di via Negri del Giornale, Giuseppe, oggi, è assiso sulla poltrona più alta di Skytg24, ma non ha né la postura, né la sprezzatura del monarca assoluto; anzi, più che altro, lo definirei un direttore anomalo e democristiano.

A differenza di altri mammasantissima dell’ombelicale e noioso giornalismo italico, totalmente drogati di presenzialismo e desiderosi di apparire anche quando non hanno nulla da dire e raccontare, il Beppe di Corrado che fu va, invece, per sottrazione: centellina le sue apparizioni, si chiude a riccio, prova a mimetizzarsi, per poi comparire all’improvviso.

La nostra chiacchierata dura quasi due ore: durante l’intervista si delinea il profilo d’un uomo che, pur tenendo molto alla carriera e alla scalata della vetta, nonostante, penso, ci sia poco altro da scalare, dà la sensazione di divertirsi e aprirsi; non si nega a nessuna sollecitazione o provocazione, ma, al contempo, è sempre molto attento e pronto a ricordarsi per chi lavora.

De Bellis incassa abilmente colpi, talvolta rilancia e qualche volta prova a schivarli, perché sa muoversi con grande abilità. Son sicuro, infatti, che il Nocchiero, dalla plancia di comando di Skytg24, nella lotta contro i marosi, non si infrangerà, anzi…Chi proverà a rubargli lo scettro, dovrà faticare parecchio contro questo scaltro e poco sorridente pugliese…

* * *

Giuseppe De Bellis, lei ha origini pugliesi, ma, da tanti anni, lontano da casa…. Come arriva a fare il giornalista?

È molto semplice: durante una gita scolastica, in seconda media, ci portarono allo stadio di Bari, che era stato finito da poco: un progetto di Renzo Piano, un’opera d’arte architettonica. Il mio sguardo finì in una zona specifica della tribuna: c’erano delle scrivanie… Frequentavo gli stadi da giovane tifoso, ma non avevo mai visto una tribuna stampa. Pensai: ma ci sono persone che vengono pagate per guardare le partite? E poi dissi a me stesso: se non riesco a fare il calciatore, voglio diventare giornalista. Il vero inizio fu all’ultimo anno di liceo, nel giornale del paese, poi tutta la trafila di abusivo per varie testate, tra cui Telenorba, poi alla Gazzetta del Mezzogiorno, per finire alla scuola di giornalismo di Perugia, quasi su “ordine” del vice capocronista della Gazzetta che, senza troppi giri di parole, mi disse: vai, è la cosa giusta per te.

Come ci si sente ad avere un fratello gemello?

Avere un gemello è bellissimo, ci lega un rapporto speciale…

Non ha un po’ le palle piene di suo fratello?

No, per niente. Non ho altri fratelli o sorelle, quindi per me essere gemello è l’unica condizione che conosco. E mi piace. Certo qualche limite c’è, soprattutto quando ci confondono.

Ai fini della sua crescita, è stato un ostacolo, per lei, avere un gemello?

No, assolutamente.

Perché́?

Perché abbiamo fatto due percorsi totalmente diversi. Lui è un curatore d’arte contemporanea, è director fairs and exhibition platforms di Art Basel. Ci siamo sempre aiutati, quando ha vissuto per sei anni negli Stati Uniti ci siamo sentiti tutti i giorni. Al tempo stesso continuiamo a bisticciare di continuo, come quando eravamo bambini o ragazzini… L’unico ostacolo per me, da ragazzo, è stata l’iper-responsabilità. Sono nato dieci minuti dopo di lui e all’epoca chi nasceva dopo era considerato il più grande. Ecco: io sono cresciuto con l’idea che fossi il fratello maggiore e ho maturato, un surreale senso di protezione molto forte…

Quindi per dieci minuti si considerava un fratello maggiore?

Strano no? Però era così.

Mi scusi, ma suo fratello era inaffidabile?

No, no… sono io che sono nato un già vecchio…

Cosa non sopporta di lui?

Che sia più magro di me… ma sto provando a raggiungerlo…

Le è pesato non avere una sorta di unicità̀ e di essere condiviso interamente?

No, anzi, io mi sento molto gemello. Mi piace. Quello che mi fa sorridere amaramente, oggi, è che i gemelli sono ancora considerati una sorta di fenomeno da baraccone… Quando ci vedono insieme, le persone ridono, e non si capisce perché…

Ha questa barba così curata e nera, come a voler nascondere le emozioni, i fastidi, i sorrisi, i sentimenti. Per caso, non è che ha qualche tratto misantropico?

Bella domanda… Più che misantropo, sono sempre stato un timido: da ragazzo arrossivo spessissimo. A volte succede anche oggi. Poi ho sempre avuto il mito della perfezione: sapendo di non poterla raggiungere forse nascondo le mie imperfezioni anche con la barba…

È timido e fa la televisione?

Già. Faccio televisione, ma non appaio troppo: non è che mi vede spesso in video… Faccio poche cose, che scelgo con cura, per il resto il mio compito è individuare le persone giuste per fare ogni cosa. Comunque devo confessarle che, nel tempo, la televisione mi ha mi ha aiutato anche nelle relazioni e nella vita privata: oggi me ne frego di tante cose, e, se mi passa il termine, “ho più la faccia da culo…”

È un frustrato?

Decisamente no, mi sono sempre dato obiettivi molto ambiziosi e ho trovato il modo di raggiungerli. Non è importante la strada che devi fare, ma avere chiaro il traguardo. Tutte le difficoltà che si incontrano e che potrebbero generare frustrazione sono, in realtà, altri stimoli a raggiungere quell’obiettivo. E per fortuna fino a oggi è sempre successo.

In un post su Instagram ha scritto che ama particolarmente un sentimento: la gratitudine. Vittorio Feltri mi ha detto che la gratitudine è il sentimento della vigilia. Quando la faranno fuori dalla direzione, ha messo in conto che tanti colleghi le volteranno le spalle, pronti e proni a adulare un nuovo capo…?

Sì, lo ho messo già in conto. Sono perfettamente consapevole che la gratitudine non è un sentimento diffuso, ma provarla è pacificante e vederla negli occhi degli altri è tra le cose più appaganti che ci siano.

E a Sky ha già subodorato gli ingrati, quelli che oggi le dicono quanto è bello e il migliore, e, poi, la molleranno non appena sarà fatto fuori? Sicuramente avrò delle sorprese, nel bene e nel male…

Come si rapporta con i lecchini in redazione?

Riesco a capire subito che tipo umano ho davanti, ma non solo in redazione. Fare il direttore di una redazione televisiva è un lavoro incredibile, si scoprono tante cose e per uno che si sente un po’ psicologo come me è una continua sollecitazione delle mie curiosità umane. Le racconto un aneddoto: appena insediatomi, una collega viene in stanza da me…

Chi è? Fuori il nome…

Valentina Bendicenti…

Continui pure il suo racconto…

… Mi fa: lo so che mi farai fuori, me l’hanno detto. Lei non sapeva che, in realtà, da spettatore, la consideravo molto brava…. Non le dissi niente, la lasciai uscire. Poi due giorni dopo la chiamai e le dissi: ti sei sfogata l’altro giorno? Ecco, non hai capito niente: e le elencai una serie di cose che ricordavo delle sue conduzioni precedenti. Lasciò la stanza con un sorriso enorme. Una cosa molto simile è successa con Raffaella Cesaroni: prese male un cambio di conduzione e mi chiese un incontro. Neanche il tempo di entrare e le dissi che stava guardando il dito e non la Luna: non vedeva quello che stavo preparando per lei. Quasi due anni dopo ha cominciato a condurre il programma che desiderava da tempo e che è perfetto per lei…

Se i lecchini li sgama subito, come si rapporta con le torme di raccomandati presenti nel suo telegiornale?

Questa è la leggenda della tv italiana: piena di raccomandati. Secondo me, è un po’ la volpe e l’uva: chi non lavora in tv (o anche nei giornali) dice che ci sono i raccomandati. Io non li vedo, di certo non a Sky.

Pur non essendo un adone, è sensibile alle sirene femminili, lì a Sky…?

Che non sia un adone lo dice lei… Avrei qualcuno, anzi qualcuna, che potrebbe non essere d’accordo. Comunque non evado la domanda: le donne mi piacciono molto, però ho costruito degli anticorpi.

Quali sarebbero questi anticorpi? Ci illumini…

Il più semplice e, se vuole banale, ma non per me…

Quale?

La donna più bella e più intelligente è mia moglie. Stiamo insieme da 31 anni, dal liceo. Siamo cresciuti l’uno con l’altro, abbiamo fatto tutto insieme. Qualche giorno fa è stato il suo compleanno: ho passato la mattina a cercare una pasticceria aperta a Milano per ordinare una torta, scoprendo così dopo 25 anni di vita milanese, che il lunedì tutte le pasticcerie buone di Milano sono chiuse, tranne una. E l’ho trovata. Tornando a casa sono passato da un fioraio e mi sono presentato con un mazzo di fiori e con il regalo che le avevo fatto. Torta, fiori, regalo: ero felice io tanto quanto lei.

Romantico… e forse anche un po’ buonista…

Tutt’altro: solo consapevole che se perdessi lei sarei un uomo da buttare. Tornando alla sua domanda precedente, forse deluderò le sue aspettative: la nostra generazione è arrivata nell’era in cui le redazioni non erano e non sono quei luoghi di mitologica perdizione che raccontavano, con grandi particolari i nostri colleghi anziani, dove succedeva di tutto. Nei giornali in cui sono cresciuto c’erano racconti epici. E, a quanto pare, prima che Sky diventasse Sky, quando era Stream, aveva la stessa fama… Vox populi, eh…

Come mai, scrivendo sul Foglio, si firmava e celava con il nome di Beppe di Corrado: si vergognava di scrivere di calcio e sport?

La storia è molto più banale. Collaboravo al Foglio quando avevo un contratto a termine con il Giornale… Il mio direttore del tempo, Belpietro, mi autorizzò perché il Foglio aveva articoli senza firma…
Beppe Di Corrado nacque per caso, dunque. Da una lunga mail che spedii a Daniele Bellasio, all’epoca caporedattore e poi vicedirettore del Foglio: in quella mail, gli raccontavo l’antropologia di Antonio Cassano che da giovane cronista barese avevo raccontato sin da quando era un ragazzino. Il giorno dopo Daniele pubblicò integralmente questa lettera sul giornale. Giuliano Ferrara impazzì… Mi chiesero un altro pezzo: Alessandro Del Piero. Poi un altro: Socrates. Da lì ogni settimana mi chiedevano di fare un ritratto lunghissimo. Erano tutti anonimi. Così cominciò la storia dell’Anonimo Pallonaro. L’identità vera la conosceva solo Daniele Bellasio e la sua vice Paola Peduzzi, poi nessuno. Neanche lo stesso Ferrara. A me andava benissimo perché si conciliava con il lavoro che facevo al Giornale… L’anonimato finì quando Peppino Sottile, che curava l’inserto del sabato, impose a tutti di firmare gli articoli, anche quelli di sport… Mi chiamarono: devi firmare. E io: se firmo o mi licenziano al Giornale, o mi fanno smettere. Ma io amavo quei pezzi. Allora decisi: pseudonimo. Passai una notte insonne a pensare quale fosse quello giusto. All’inizio, volevo chiamarmi Giuseppe Gemello. Poi pensai: mi beccano in un secondo. Così l’illuminazione: un patronimico. Al Sud, l’identificazione con il nome del padre, quando io ero ragazzino, era comunissima. E poi mio padre aveva educato me e mio fratello alla passione per lo sport sin da piccolissimi. Quindi Beppe Di Corrado, ovvero Beppe figlio Di Corrado. E’ stata un’epopea: oltre 700 articoli, con la complicità di un gruppo di colleghi fantastici e di direttori un po’ matti: prima Ferrara, poi Cerasa. Per lunghi tratti, ho amato più sentirmi Beppe Di Corrado che Giuseppe De Bellis… Poi qualcuno, che pensi che scrivere di sport sia una diminutio sicuramente c’è, ma non io, soprattutto se pensiamo che giganti come Soldati, Montanelli, Arpino, Mura, si sono dilettati con il calcio, il ciclismo, tanto per dire…

Anche lei, da che è direttore, si diletta in interviste, sovente istituzionali e molto equilibrate. Ricorda quali sono state le più brutte?

L’intervista più brutta che ho fatto non è stata televisiva, ma scritta, ed è quella fatta a Matteo Berrettini. Non riuscivamo ad entrare in connessione, in sintonia… Chiuso il telefono, mi sono detto: mamma che schifo…!

Ho visto e rivisto quella che lei ha fatto alla Meloni: mai una puntura di spillo, un graffio, una sferzata… Come mai, direttore, è stato così pavido?

Lei dice pavido, io dico elegante… La risposta vera è che quella intervista è stata fatta per i vent’anni di Sky. Doveva essere fatta proprio in quel giorno in cui avevamo anche un’esclusiva con il presidente ucraino Zelensky, in diretta. E avere, in un’occasione così, anche la presidente del Consiglio era fondamentale. Fare l’intervista al premier in un’occasione speciale per la mia testata, era importante tanto quanto del contenuto dell’intervista. Molto spesso è così: il fatto stesso di avere un’intervista è la notizia. Chiunque dica il contrario, nel nostro mondo, mente

Si è pentito di fare quell’intervista così?

Pentito no. Ho ricevuto risposte che in quella giornata e in quella successiva sono state l’apertura di tutti i siti e di tutti gli altri tg. Ma di certo, oggi le dico che avrei dovuto e voluto chiederle alcune cose che non sono riuscito a chiedergli in quel momento.

Cosa avrebbe voluto chiederle di così mordace? Magari ci legge…

Col senno di poi è troppo facile. Le dico che cosa le chiederei oggi che è più vero.

E quindi?

Quali sono i ministri di cui non è soddisfatta e che vorrebbe cambiare. Nomi e cognomi.

Lei è sempre così misurato, equilibrato, attento a non urtare i vertici, pacato. È così che si fa carriera?
No, è così che si fa Skytg24, perché́ l’articolo 1 della sua costituzione è essere neutrale, indipendente, terzo…

E le pesa essere neutrale? È il suo vestito naturale?

Sicuramente la moderazione e la neutralità sono il mio abito, ma, soprattutto, il rispetto dell’identità della testata che dirigo. Quando è nata, Sky ha fatto questa scelta editoriale ben precisa: non avere padrini e madrine politici ed essere neutrali, in un Paese dove la neutralità fino a quel momento non esisteva…

Con il suo essere così pacato ed equilibrato, aspira ad essere il nuovo Bruno Vespa del tubo catodico?

Bruno Vespa è unico.

Da diversi anni è il direttore di Skytg24: tra le tante, qual è stata la più grande cappellata che ha preso?
Le dico l’ultima: non aver dato subito la notizia relativa all’espressione “frociaggine” usata dal Papa. Non l’abbiamo verificata direttamente, e, di conseguenza, non l’abbiamo data.

Temevate che lo scoop di Dagospia fosse solo un pettegolezzo?

Sì, esattamente. Quando, poi, il Papa lo ha ammesso, mi sono dato delle martellate sulla testa. Ma se non l’abbiamo data, di certo non era per timore del Vaticano…

Cosa le manca per diventare un grande direttore?

Più che chiedermi se diventerò un grande direttore, mi chiedo, spesso, come sarò ricordato… Quando accadrà vorrei lasciare SkyTg24 in condizioni talmente buone da garantirgli un futuro eterno. Vorrei lasciare una legacy: vedere che ciò che ho pensato resiste al tempo e dunque era qualcosa di innovativo e giusto. Vorrei vedere crescere i giornalisti e i produttori bravissimi che lavorano con me e che stanno facendo molto bene. E vorrei che i colleghi mi ricordassero dicendo: con lui abbiamo fatto un bel lavoro, con lui si poteva parlare, con lui abbiamo condiviso qualcosa di bello. Questi anni che stiamo vivendo entreranno nei libri di scuola: una pandemia con i lockdown, la guerra che torna in Europa, l’arrivo dell’intelligenza artificiale. Fare il giornalista in questo periodo è complicato e meraviglioso, fare il direttore ancora di più. Ciò che stiamo facendo a Sky lo stiamo facendo insieme: il mio stile di leadership non è quello del capo alla vecchia che impone, ma quello che ascolta e prende decisioni, immaginando che siano quelle giuste.

Non pensa che Roberto D’Agostino sia il più grande giornalista d’Italia?

No, non sono d’accordo con lei, perché la spregiudicatezza non è l’unico tratto che deve possedere un giornalista. E diciamo che fuggo sempre dai giudizi assoluti, questo vale per me tanto quanto per gli altri colleghi…

Dire che Dago è solo spregiudicato significa volerlo sminuire, secondo me… Ad averne di giornalisti del genere anche nella sua redazione…

Roberto è un grande giornalista, un uomo colto, geniale, che ha inventato una cosa che non c’era. Ma lei mi ha chiesto se lo considero il più grande, ovvero il migliore di tutti. E questo secondo me non lo pensa neanche lui, perché non si prende troppo sul serio e relativizza sempre tutto. Come fanno i fuoriclasse.

Lei viene dalla carta stampata: quando è stato scelto come direttore di un giornale televisivo, si è chiesto, per esempio: non ci capisco una minchia di tivù, che guai combinerò…?

Certo. Avevo fatto l’autore televisivo, avevo cominciato tanti anni prima in tv. Ma Sky era un’altra cosa. Era, ed è, il massimo della qualità, della professionalità. All’inizio pensavo: spero di non fare danni. Poi ho studiato, mi sono impegnato, ho capito. E tra le cose che ho capito, quella più vera è che per fare il direttore la conoscenza tecnica del mezzo non è la cosa più importante. Anzi, a volte è un alibi, perché ti fa rifugiare nella comfort zone della competenza specifica: fare il direttore significa guidare gli altri, capire che cosa accade e leggerlo, interpretarlo. Poi, certo, sapere come funziona una regia aiuta, eccome. E adesso io lo so…

Pur non facendo un telegiornale barricadiero, anzi, si è mai trovato a dover rabbonire un politico, un potente?

Capita che chiamino per lamentarsi, sia la maggioranza, sia opposizione. Per chi, come me, dirige un giornale, la vedo come una nota di merito, perché vuol dire che abbiamo fatto un prodotto indipendente…

E lei risponde alle loro lagne?

Sì, a tutti…

Chi sono, secondo lei, i politici più permalosi e irritanti con cui ha dovuto interloquire?

Nessuno è davvero permaloso, mi creda… Sono talmente bravi e scaltri ad usare giri di parole che non ho mai sentito da parte loro un vero fastidio. Le dirò di più: sa chi sono i veri permalosi?

Chi?

I direttori dei giornali, quando facciamo la rassegna stampa del mattino… Mi chiamano per dirmi: oggi non mi hai citato, e quindi ce l’hai con me; oppure: non mi hai voluto valorizzare…

Allora mi faccia qualche nome di direttore…

Una persona che mi chiama spesso è Roberto Napoletano, attuale direttore del Mattino di Napoli. È appassionato e orgoglioso del suo lavoro, vuole che venga valorizzato. Ma le telefonate sono sempre molto rispettose e cordiali. Una volta mi è capitato uno scazzo anche con Marco Travaglio…

Perché, cos’era successo?

Lui era convinto che volessimo boicottare il Fatto Quotidiano in rassegna. Una collega non aveva letto un titolo di prima pagina con una semi-parolaccia, se non ricordo male era “incazzati”… Travaglio visse questa cosa come ostile nei suoi confronti… E, poi, una volta feci un editoriale critico nei confronti di Conte, allora presidente del Consiglio, perché́, su Facebook, aveva attaccato Meloni e Salvini, capi dell’opposizione, in maniera irrituale e particolarmente aggressiva. Non fui l’unico, le critiche furono tante. Il giorno dopo, sul suo giornale, mi punzecchiò dandomi dell’ex dipendente di Mediaset… Cosa che non son sono mai stato.

Lei è profondamente italiano e terrone: cosa non le piace di Sky, una realtà così diversa dal nostro modo di essere latini?

I primi sei mesi sono stati un incubo: volevo scappare…

… Addirittura?!

Sì, vero… Era una realtà molto complessa, troppo burocratica per me. In ogni riunione mi dovevo rapportare con 10/15 persone; Non ero abituato. Nel tempo ho capito perché invece ha tutto un senso. Un giorno ne parlai all’allora amministratore delegato. Guarda, gli dissi, non so se ho fatto la scelta giusta. Piccola digressione: mi sentivo libero di dire quello che pensavo perché avevo una proposta molto allettante da parte del gruppo Condé Nast, da dove venivo e dove avevo passato l’anno prima: volevano che diventassi direttore di Vanity Fair… Tornando alla sua domanda: temevo che l’Ad reagisse male. Invece, ascoltò molto attentamente e dentro di me scattò una sorta di clic, perché mi sentivo molto più leggero e mi dissi: devo vincere questa sfida con Sky, e fare anche io la mia parte. Come vede, sono ancora qua…

Sallusti, Feltri, Belpietro, Giordano: qual è stato il direttore peggiore al Giornale?

Lei mi vuole male, è proprio cattivo…! Il peggiore è stato Sallusti perché, in realtà, è stato il migliore. E le spiego il motivo: il peggiore perché è stato il direttore con cui ho discusso e litigato di più. Il migliore perché con lui sono cresciuto tanto e ho capito come si fa il direttore… Visto che ci siamo, le racconto anche un episodio, che spiega perfettamente il nostro rapporto. Una volta, in occasione degli Europei di calcio durante un Italia-Germania 2-0, Sallusti fa un titolo: Ciao ciao culona (riferito alla Merkel). Ricordo che ero a Lampedusa, in vacanza. Alessandro, da Milano, mi chiama chiedendomi un editoriale tra calcio e politica; tra Italia e Germania. La sera scopro che voleva far partire il mio pezzo sotto quel titolo. Quando mi mandano la prima pagina, io resto basito. Di più: furioso. Comincia, a questo punto, una chiacchierata tra me e lui, nel cuore della sera, a giornale quasi chiuso, molto accesa… Gli lancio una provocazione: Sandro – gli dico – la prossima volta, tu mi dai carta bianca, ti faccio un titolo e, contestualmente, ti do la lettera di dimissioni, però il cinquanta per cento dei ricavi delle vendite è la mia buonuscita. Perché́ se io ti faccio un titolo: “vaffanculo”… vendiamo un sacco di copie, ma poi chiudiamo il giornale…

Sì, ma alla fine, che compromesso avete raggiunto quella notte su quel titolo e sul suo pezzo?

Il titolo della prima pagina è rimasto il suo, ma sul mio articolo è stato fatto un altro titolo, che rispecchiava ciò che avevo scritto. Una soluzione l’abbiamo sempre trovata. Abbiamo lavorato molti anni insieme; cinque anni e mezzo suo vicedirettore, poi addirittura mi nominò condirettore. Oggi siamo amici, ci vogliamo bene.

E Feltri?

Con Feltri direttore ho lavorato stato troppo poco per poter esprimere un giudizio. Però anche su di lui ho un episodio da raccontare… Io ero stato nominato caporedattore del Giornale da Giordano. Il giorno in cui ci fu il cambio della guardia, Feltri, giustamente, arrivò per la riunione. La stanza era affollatissima. Lui alza lo sguardo e, prima di ogni altra cosa, chiede: chi è De Bellis? Io divento viola, e, dentro di me, penso: sono fottuto, questo mi caccia… Il ragionamento che facevo era il seguente: Feltri pensa che sono il cocco di Giordano, e, quindi, o mi manda via o mi ridimensiona… Durante la riunione, ogni caporedattore fa il suo intervento; quando arriva il mio turno mi massacra, bocciando tutte le proposte che gli faccio. Parlando di un incidente di una moto sulla A4, anziché́ usare il termine manubrio dico volante. De Bellis – mi fa Vittorio – questo è un errore da matita blu: le moto hanno il manubrio. Risate generali dei colleghi e io morto dalla vergogna. Al termine della riunione, mi chiama a rapporto: io entro nella sua stanza ancora più convinto che sia finita. Lui tira una boccata alla sigaretta e dice: caro Giuseppe, accomodati. Io agitato. E lui: ti ho sempre letto, mi piaci. E punterò̀ su di te. Oggi tu correggi il mio editoriale di inizio direzione…

Sono stati loro, i suoi punti di riferimento?

Ne ho avuti tanti: i giornalisti di varie ere che ho letto per decenni e di cui conservavo gli articoli in un archivio portatile che ho portato con me in ogni casa in cui ho vissuto: Egisto Corradi, Dino Buzzati, Mario Cervi, Indro Montanelli, Giampaolo Pansa, Mimmo Candito, Ettore Mo, Giuliano Ferrara, Oriana Fallaci, Emanuela Audisio, Gabriele Romagnoli, Simon Kuper, Antonio Russo, Roberto Beccantini. Poi le influenze di tanti che sono diventati miei amici, come Vittorio Macioce, Michele Brambilla, Ferruccio De Bortoli, Maurizio Molinari. Alla scuola di Giornalismo di Perugia una lezione di Paolo Mieli mi ha insegnato una cosa che non ho mai, mai, mai dimenticato e che uso ogni giorno oggi: esercitare il dubbio, farsi sempre una domanda in più. E infine i direttori che ho avuto, sì. Di Sallusti e Feltri ho già parlato. Belpietro mi ha assunto e gli sarò eternamente grato. E poi Mario Giordano che mi ha spinto a dare sempre di più di quello che pensavo di avere, mi ha fatto capire l’importanza di dare fiducia agli altri e dal quale ho appreso la cultura del lavoro. Grazie lui, da giovane caporedattore, ho capito che avevo le caratteristiche per fare il direttore.

Al Giornale è stato, come detto, anche condirettore: che sentimenti provava sapendo che eravate tutti alle dipendenze e agli ordini di Berlusconi? Anche lei, negli anni della famosa macchina del fango, si prestava alle porcate? Il Cavaliere, si sa, non comprò il quotidiano per amore della carta stampata…

Noi eravamo perfettamente consapevoli di come venivamo percepiti all’esterno, diciamo anche peggio rispetto agli sforzi che facevamo per fare comunque un buon giornale. Quello che molti non vedevano era che c’era una grande differenza tra la prima pagina, magari gridata, provocatoria e le altre… Le posso fare una domanda?

Certo, so qua…

Lei ha parlato con Feltri, e immagino che le abbia detto che non ha mai ricevuto una telefonata di diktat o lamentele da parte di Berlusconi…

Esatto…

In sedici anni di vita al Giornale, posso confermarle che quello che ha detto Feltri è la verità̀…

Non avevate bisogno delle telefonate di Berlusconi per capire che tipo di giornale dovevate fare, suvvia…!

Guardi, i direttori con cui ho lavorato al Giornale tutto quello che hanno fatto e scritto nasceva solo dal loro stile e dalle loro convinzioni, glielo posso assicurare… Poi, certo, Berlusconi li ha scelti anche per il tipo di giornale che lui si immaginava. Il caso Boffo, tanto per fare un esempio, non nasce da una telefonata di Berlusconi, ma da un’idea di Feltri. Anche la vicenda della Casa di Montecarlo che ha coinvolto Fini è stata così e la giustizia ha confermato la bontà̀ di quella inchiesta…

Vuole farmi credere che eravate degli agnellini?

No. Ma neanche lupi mannari. Tantomeno macchina del fango.

Ha mai pensato: ma che ci sto a fare qui?

Me la sono posta diverse volte questa domanda, soprattutto nei momenti di difficoltà e tensione… Poi, guardandomi dentro, e sapendo di essere rispettato come professionista, il pentimento passava in fretta…

Pensa di essere stato scelto a Sky proprio perché proviene da una testata di destra?

No, anche perché Sky non mi ha preso dal Giornale. Per un anno sono stato in Condé Nast, dove se non avessi avuto la proposta di Sky sarei rimasto ancora. Sky mi ha scelto perché avevo maturato competenze che per i direttori erano ancora poco sviluppate anche solo pochi anni fa: unire l’aspetto giornalistico a quello manageriale, conoscere le dinamiche industriali dell’informazione, aver fatto la digitalizzazione, avere un’idea di come un giornale o un telegiornale non sia più una sola cosa, ma sistema di contenuti giornalistici che si muovono su tutte le piattaforme disponibili. E io ho scelto Sky la prima volta e la seconda quando ho resistito. È stata la decisione giusta. Anzi perfetta.

Quali sono i suoi più grandi fallimenti professionali?

Fallisco tutti i giorni, poi ci sono quelli che vengono percepiti dal pubblico come tali, ma che, magari, per me, non sono fallimenti. Sicuramente non essere riuscito ad intervistare il Papa lo considero un fallimento.

Qual è la difficoltà? Eppure, sembra così socievole e aperto alle chiacchierate…
Probabilmente non abbiamo il canale giusto, finora…

E umani?

Sicuramente vorrei essere un padre migliore rispetto a come sono adesso… Ho l’ambizione, folle, di essere, con i miei figli, un padre perfetto. Ma anche con i miei genitori accade lo stesso: quando mi rimproverano sul fatto che ci vediamo e sentiamo poco, mi sento morire dentro

È molto preso da sé stesso, quindi… Un egoriferito, direbbero le donne…

Di base sono molto generoso e attento agli altri, ma la vita lavorativa che faccio mi porta, spesso, lontano dagli affetti.

Chi volesse, liberamente, sostenere questa piattaforma, e renderla ancora più libera
anche di girovagare per l’Italia, da oggi può…!

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Dal 2019 dirige il telegiornale di Sky. Dopo cinque anni, non sarebbe ora di cambiare aria…?

Penso di potere e dovere dare ancora tanto a Sky…

Accetterebbe di diventare più direttore del Tg1 a trazione meloniana o piddina…?

Tra Skytg 24 e il Tg1, resto a Sky, e non è una risposta di maniera. Il Tg1 è un posto di grande prestigio e potere, ma prestigio e potere non sono le prime leve che mi hanno spinto a fare il giornalista, né il direttore. Innovare, invece, è una leva fondamentale. Evolvere anche. Non sono un rivoluzionario, sono un evoluzionista: se guardo a tutto quello che abbiamo fatto in cinque anni e mezzo, vedo tante cose che erano delle idee e che oggi sono realtà. SkyTg24 è molto diverso, ma non ha perso la sua identità. Questo mi piace, mi fa sentire a mio agio. Sono un uomo che ha bisogno di tempo per incidere veramente e alla Rai questo tempo non l’avrei… E poi Sky è davvero un’azienda fantastica. Le ho detto che dopo sei mesi volevo scappare, no? Ecco adesso è il contrario. La sento casa mia, quella casa in cui entra la luce giusta e che vorrei continuare ad arredare di cose belle, di chicche, di mobili unici, di opere d’arte. Che altro non sono che tutte le cose che restano da fare.

Pensa veramente, come dicono le trombette di sinistra, che esista Telemeloni?

No, per niente, anche perché non penso che la tivù possa condizionare il giudizio degli italiani stravolgendolo. Aiuta a capire, aiuta a farsi un’opinione. Ma non a fartela cambiare. I Cinque Stelle e Fratelli d’Italia sono la prova provata che sono cresciuti senza avere, in par condicio, più spazio degli altri. Hanno raggiungere ugualmente Palazzo Chigi. E poi ogni volta che si insedia un nuovo governo si pone il problema dell’occupazione del servizio pubblico. È politica, non necessariamente è realtà.

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