EMANUELE TREVI, L’ “ACRITICO”

Un’amica libraia, anni fa, poco prima che la parola Covid entrasse in maniera dirompente nelle nostre vite, mi consigliò di leggere “Sogni e favole” di Emanuele Trevi. Seguii il suo consiglio anche perché mi incuriosiva conoscere dettagli, curiosità e aneddoti sul sommo Cesare Garboli.

Anni dopo, leggendo una lunga, amichevole, e a tratti noiosa chiacchierata tra Sandra Petrignani – collaboratrice del Foglio – e Trevi, mi sono chiesto: non sarà il caso d’intervistarlo? Magari riesco a farmi raccontare qualcosa che non si sappia già!?

Così, in un pomeriggio estivo e sonnecchioso, mentre la città è pronta per tuffarsi nella pigrizia e nei piaceri notturni, avido di curiosità sulla sua vita – molto ritirata e per nulla eccentrica – lo raggiungo nel cuore dei Parioli, nella casa che, un tempo, fu abitata da suo padre Mario, psicanalista, e affollata da pazienti desiderosi di cura e, soprattutto, d’ascolto.

Durante il nostro faccia a faccia, nello studio-salotto, domanda dopo domanda, abbiamo srotolato la sua vita e le sue imprese, fino a che il tramonto non ha fatto capolino sopra le nostre teste.

Emanuele Trevi, ormai da diversi lustri, è una delle firme dell’inserto domenicale del Corriere della Sera “Lettura” e, leggendo i suoi articoli con una certa costanza, ho imparato a conoscere la sua cifra stilistica e ad intuire le sue amicizie e i suoi amori letterari. Allo stesso tempo, però, ho intravisto, le zone d’ombra del suo scrivere e del suo carattere, le sue allergie e le sue pavidità. Tanto per fare un esempio, a differenza dei suoi maestri – Citati, Garboli su tutti – Trevi, quando scrive e parla di libri, non è feroce, non graffia, non scortica… Mai una stroncatura, una malizia, un’inimicizia. Che peccato, mi sono detto! Che senso ha essere un critico letterario e non pungere mai?!

Eppure, mi dico, quanto sarebbe utile ed elettrizzante, per noi lettori, invasi da panegirici, elogi a gogò, et embrassons-nous, avere una guida critica, spietata, irriverente, nello scegliere i libri che, in quantità industriale, arrivano, da mane a sera, nelle librerie… Quanto sarebbe​ interessante assistere, mentre sfogliamo giornali e inserti sempre più sbiaditi e morenti, a qualche duello tra letterati da una parte della barricata, e scrittori dall’altra, in grado di suscitare dibattito, vita, magari anche qualche animosità e farci correre in libreria…​

* * *

Emanuele Trevi, a gennaio ha compiuto 60 anni; ha un ricordo, invece, di quando era bambino?

L’infanzia non è per me una miniera di immagini o di ricordi, a differenza, magari, di altri scrittori, che hanno una visione ricchissima di particolari… Sicuramente, quando ci penso, mi viene in mente il Parco dei Daini di Villa Borghese, che è il primo posto che ricordo…

Ha avuto un padre psicanalista… Lei, da quanti anni è in analisi?

Adesso, in realtà, non sono in analisi, però ho avuta un’esperienza straordinariamente positiva, perché l’analista mi ha profondamente colpito, prima di tutto come essere umano. Dalla mia esperienza, ho tratto questo insegnamento: che la terapia funziona solo se ci si “innamora” un po’ della persona che ci segue.

Quanti anni è durata?

Beh, da prima del Covid fino a non molto tempo fa. Ovviamente, facendo il lavoro che faccio, si finisce sempre per parlare del processo creativo. L’analista non stimola la creatività, semmai aiuta a conviverci.

In che senso?

Perché la creatività è una vera e propria spina nella carne, come diceva San Paolo… È una potenza esigente, non è facile da accontentare.

Nei suoi libri si scorge, sovente, qualcosa di pesante, di malinconico: si sente un uomo profondamente depresso?

Grazie, è molto “gentile”… In realtà, non sono molto d’accordo con lei: cerco di mantenere verso me stesso sempre un atteggiamento molto ironico, anche quando soffro… Perché tutti noi soffriamo quando viviamo, anche se non ci è successo nulla di particolarmente grave.

Sandra Petrignani, in una conversazione pubblicata sul Foglio, ha scritto che questa è la casa del disordine: da dove nasce questo caos? È mentale, il problema?

Le dico una cosa: mio padre, come sanno tutte le persone che lo conoscevano, era una persona ordinatissima. Se lui, ora, entrasse in questa stanza, che un tempo era il suo studio, direbbe: ho sbagliato, non è casa mia… Di solito le persone ordinate hanno un difetto: ritengono che i disordinati siano malati di mente, persone che hanno un problema. Mio padre no: gli piaceva come vivevo, diceva che ero un vero artista del disordine.

Dei diciotto libri, quali sono stati i libri più brutti che ha scritto?

Non parlerei di brutti perché, in qualche maniera, i libri sono come figli: uno li ama tutti, anche quello più impacciato. Sicuramente ci sono stati dei libri in cui non ho sviluppato appieno artisticamente le conseguenze dell’esperimento che volevo fare…

Cioè?

Ho scritto una decina d’anni fa un libro, Il popolo di legno, in cui per la prima volta ho sperimentato la terza persona. Per chi scrive sempre in prima, è come passare da un monopattino elettrico a una Ducati. Ma poi è uscita fuori una voce narrante da vero principiante: efficace, ma senza personalità. Come quando uno prova a fare una cosa ma non è ancora sicuro.

E perché ha deciso comunque di farlo pubblicare?

Perché mi piaceva, ero soddisfattissimo! Poi, leggendo la traduzione francese, me ne sono reso conto. La storia credo che sia bella, ma chi è che la racconta ?

Si considera uno scrittore o un bravo mestierante?

La parola mestierante non mi offende per niente, però considero di più il dualismo artista/artigiano. Per formazione, penso di essere un artigiano della parola. Non ho di certo la presunzione o la megalomania dell’artista, anche se, quando poi devo descrivere, chessò, una scena, un’azione, sono sullo stesso piano dell’artista, nel senso che anche il grande artista risolve problemi artigianali.

Ho notato che i suoi libri sono stati pubblicati da più case editrici; da dove nasce questa sua insoddisfazione editoriale? Dal fatto che guadagna pochissimo?

Molto semplice: non faccio mai due libri di seguito con lo stesso editore. Io penso che, in tutte le forme di relazioni, l’abitudine sia uno svantaggio e un vantaggio. Nel caso degli editori, mi piacciono le relazioni intermittenti. Ma sono più fedele a Ponte alle Grazie che agli altri.

Quali sono, secondo lei, i libri di Michela Murgia che considera mediocri?

Ad essere sincero, i libri di Michela Murgia non li ho mai letti.

Come mai? Non la incuriosiva?

Diciamo che leggo pochi libri contemporanei, ma non me ne faccio un vanto, come quelli che una volta si vantavano di non avere la televisione, oppure oggi di non frequentare i social. Leggere o non leggere qualcuno è del tutto casuale. L’interesse per il contemporaneo è un talento particolare, che ho limitato a degli amici che stimo e a certe curiosità del tutto irrazionali.

Non pensa che più che una scrittrice di livello, sia stata una paladina di diritti, spesso piuttosto fanatica con chi non la pensava come lei?

Premesso che non ho letto i suoi libri, non mi convince la nozione di “patriarcato”, come non amavo quella di “impero” ai tempi del movimento no-global. Hanno il merito di essere efficaci, certamente, e in questo senso se ne può approvare l’uso. Ma cos’è questo benedetto patriarcato, storicamente ? Una civiltà, un’ideologia, un sistema giuridico, un’epoca storica ? Patriarcato e matriarcato si definiscono reciprocamente, ma mi sembra che l’asse fondamentale dell’opposizione sia l’autorità sui figli, non sulle donne. Così per esempio sembra intenderlo Jakob Bachofen, il grande studioso del matriarcato, amico di Nietzsche. Bachofen spiega che per le culture matriarcali del mondo antico (lui pensava soprattutto ai Lici dell’Asia Minore) la domanda “di chi sei figlio ?” era ridicola, o incomprensibile. I padri non contano, siamo tutti come foglie che derivano dallo stesso ramo, che è la Natura, la Vita. Ma siamo sicuri che il matriarcato sia stato una specie di paradiso in terra ? Non ne sono sicuro, bisognerebbe chiedere ai feroci guerrieri lici ! Sarebbe bello discutere di queste cose, a partire dalle parole degli slogan, ma mi sento moto a disagio.

In che senso?

Apprezzo molto Giampiero Mughini, che è un vero intellettuale libertario. Lui, negli anni Ottanta, scrisse un libro che si intitolava Compagni, addio…È un vecchio libro, ma nella vita ci ho pensato molto, perché mi aveva colpito la sincerità, l’intelligenza. Se mi devo confrontare con l’ortodossia dell’attuale sinistra, ebbene anch’io potrei dire basta, addio, non sono più dei vostri. Ma a differenza di Mughini, o di altre persone che stimo come Giuliano Ferrara, io non ce la faccio, nella sinistra affondano le mie radici anche familiari.

Le manca più suo padre o Dudù la Capria?

Bella domanda: mio padre l’ho conosciuto e frequentato poco; Dudù, per me, era una presenza quotidiana, mi manca ogni secondo della mia vita. Ero convinto che non sarebbe mai morto. Avevamo questa abitudine, soprattutto a partire dai suoi 85 anni: portami a mangiare, mi diceva, l’ultima volta la pasta alla genovese, o portami alla Buca di Bacco di Positano, o a Capri… Quando, però, morì davvero, e portammo le ceneri a Capri, neanche ci credevamo, tanto fu lungo il suo congedo dalla vita.

In cosa bisticciavate?

La cosa che più lo irritava negli amici era la mancanza di necessità, il fare le cose tanto per farle o per abitudine. Era molto sincero, ai limiti della crudeltà a volte.

L’unico libro degno di nota di La Capria è “Ferito a morte”, eppure è stato sempre sulla cresta dell’onda: come mai?

Ma sei matto ??? Ha scritto libri bellissimi fino a dopo i novant’anni ! L’amorosa inchiesta è un capolavoro. Sulla cresta dell’onda, come dici tu, si rimane per tanto tempo solo se si è bravi.

Cesare Garboli è stato, per lei, una figura centrale; cosa ha imparato da lui?

Mi ha insegnato che si può fare un ritratto scritto di una persona così come si fa un ritratto pittorico o fotografico, e soprattutto mi ha insegnato che il valore delle persone risiede nella loro unicità.

Anche con lei avevi moti d’ira, urla, come ha detto una volta Rosetta Loy?

Rosetta e Cesare facevano delle litigate epiche ! Sì lui era un po’ iracondo, ma faceva tenerezza perché la mattina dopo si pentiva. Sai, era capace di chiedere scusa, lo sanno fare in pochi.

Facendo il critico letterario, ha mai avuto complessi d’inferiorità, chessò, nei confronti proprio di Garboli, Citati o di altri?

Tantissimo! Come si fa a non averne, di complessi, se mi fai questi nomi?! Avevano un livello di conoscenze pazzesco…

Nel 1989 Roberto Calasso, parlando del premio Strega e della sua mancata vittoria, denunciò imbrogli: “… Lì si vide – scrisse Calasso – tutto il potere della Mondadori: usò le schede della Newton Compton per imporre la vittoria di Giuseppe Pontiggia. Con un libro molto brutto, tra l’altro”. Il premio Strega, negli ultimi anni, è diventato una vera e propria barzelletta. Libri mediocri, dimenticabili, solite storie ombelicali, come direbbe Stenio Solinas. Si è vergognato di averlo vinto?

No, perché vergognarsi di un dono che si riceve? Epoi, considero Calasso un gigante, ma La grande sera di Pontiggia, è un libro bellissimo. Ed è proprio qui il bello della storia, perché sicuramente ci sarà stata qualche trama, a quei tempi c’erano dei pacchetti di voti come quelli che denuncia Calasso, ma c’era anche un libro come La grande sera. E questo è tipicamente romano, un misto di verità e menzogna che Calasso, da buon milanese, non comprendeva.

Però, Trevi, lo Strega è sempre stato carico d’intrighi…

Penso che Stefano Petrocchi abbia migliorato molto il regolamento e la giuria, introducendo dei pesanti correttivi. Quello che ha fatto è impressionante, se si pensa che quando è arrivato lui la partita si giocava tra Mondadori e Rizzoli in pratica !

Cosa chiedevano?

Semplice: i voti

Hanno provato a comprarla?

A me, mi creda, non è mai successo! L’umanità, però, è fatta anche di: fammi un favore… E poi, diciamoci la verità, su un premio così importante ci saranno sempre delle polemiche.

Sul libro che l’ha portato proprio a vincere lo Strega, “Due vite”, Luigi Mascheroni, sul Giornale, pur riconoscendo la qualità del suo scritto, si è posto questo dilemma, sacrosanto, per me: “La domanda – si chiede Mascheroni – resta: è giusto che concorra al premio, come favorito, un libro (altri direbbero un «riciccio») che quasi per metà è già stato edito, letto e discusso anni fa?A noi sembra perlomeno una mancanza di stile. Ma forse è proprio il motivo per cui vincerà…”. Come mai ha fatto questa sorta di copia e incolla?

No, questa è una cosa inaccettabile, proprio dal punto di vista culturale. Di ogni libro che ho scritto ho “sperimentato” l’efficacia di alcuni pezzi su giornali e riviste, sempre. Per affermare una cosa così sgradevole e stupida su di me uno dovrebbe essere serio, prendere Due vite e quantificare parola per parola questi supposti copia e incolla, poi ne parliamo.

Quindi non vede una mancanza di stile?

Ma siamo pazzi ???

Si è mai sentito, in qualche modo, uno scrittore sopravvalutato?

Sì, perché penso che tutto quello che riceviamo dal mondo, non sia completamente meritato. Sicuramente non mi sono mai sentito sottovalutato.

Mi dica una cattiveria: chi è lo scrittore contemporaneo italiano sopravvalutato?

Non ti dirò mai una cattiveria !Ma leggo solo quello che mi piace. Paradossalmente, per stroncare un libro, ci vuole una conoscenza più intensa e profonda, rispetto magari a quello che amiamo di più.

Che cos’è, per lei, la mafia letteraria italiana?

Odio questo modo di dire, mafia letteraria. Però nel mondo culturale esiste un’incapacità di provare curiosità per il diverso, di valorizzarlo. Sicuramente c’è nella cultura, ma non solo italiana, una facilità nell’assimilare il simile, anche una giovane promessa, e a respingere, invece, il diverso.

In qualche modo lei, frequentando, da anni, i circoli letterari che contano, si sente un po’ responsabile del disastro letterario italiano?

Intanto non lo considero un disastro solo italiano. Penso, piuttosto, che la letteratura abbia perso il suo carattere di punta di diamante dei saperi umani. Se leggi Henry James, o Joyce, o Virginia Woolf, ecco, capisci cos’era la grande letteratura: un luogo di scoperte inaudite.

Lei che colpe si attribuisce?

Esiste una colpa collettiva: rassegnarsi all’impossibilità di grandezza. E come se quelli della mia generazione avessero sostituito l’idea della grandezza con quella dell’efficacia narrativa. Per quanto mi riguarda, se ci penso, forse la vera colpa che mi posso attribuire è quella di essermi fatto trascinare dalle mode.

Qual è, oggi, la migliore casa editrice in Italia?

Quella con cui mi identifico di più è l’Adelphi, pur non avendo mai scritto nemmeno una riga d’introduzione ai loro libri. Il loro catalogo oltre ad essere pazzesco, mi ha letteralmente forgiato. E poi adoro il grande progetto di Calasso, quella che definiva la sua «opera senza nome».

E cosa pensa di questa casa editrice – la Settecolori – che tanti, stupidamente, dicono essere di destra…?

Mi piace Manuel Grillo. Anche umanamente, per la passione che ci mette. Se è di destra non me ne importa nulla. Credo che la migliore cosa che abbia fatto fino a ora sono le memorie di Nadezda Mandel’stam. Ma anche il libro di Jean Giono sulla battaglia di Pavia è stupendo, dovrebbero farlo leggere nelle scuole.

Le sarebbe piaciuto vedere, come ministro della Cultura, uno come Giordano Bruno Guerri?

Certo ! È una persona libera, ironica, curiosa. Ho molto apprezzato la sua biografia di Marinetti. C’è un fondo di sublime idiozia che accomuna d’Annunzio a Marinetti, ma su questo non credo che Giordano sarebbe d’accordo ! Ti dico di più: la cosa migliore sarebbe un governo di sinistra e lui come ministro.

Come mai ha deciso di fare il critico letterario o il recensore? Un modo per raggranellare qualche denaro in più, visti i guadagni modesti che, mediamente, hanno gli scrittori italiani?

La critica è il mio lavoro, da quando sono giovanissimo. Non è che sia guadagnino molti soldi a farla.

… Non trova, invece, che l’inserto Lettura sia tra i più noiosi in Italia?

Guarda, quello che io amo della “Lettura” è la ricchezza delle informazioni, unita all’accuratezza. Ho partecipato a questo grande progetto fin dal primo numero, ci ho investito molto. Rispetto il tuo giudizio ma, alla fine, che significa “noioso” ?

Quali sono gli editori che la chiamano per dirle: parla bene di questo libro, abbine cura…

Gli uffici stampa bravi sono quelli che sanno sempre quello che ti può veramente interessare perché hanno un’idea di quello che uno scrive…

… Non ha risposto alla mia domanda, però: chi è che la chiama con una certa insistenza per segnalarle dei libri in uscita? È un po’ paraculo, lei!

Mafia letteraria, premi truccati, risposte paracule…se mi permetti un consiglio, dovresti toglierti dalla testa tutto questo modo di pensare, esiste meno di quello che credi. Le cose a cui alludi possono accadere, certo, ma solo nel più infimo sottobosco. Io non ragiono così. Se invece vuoi parlare di un problema serio, esiste il vincolo umano dell’amicizia, e quello da che mondo è mondo è una pressione, deforma il giudizio. Ma se il giudizio non fosse deformabile, non sarebbe un buon giudizio, quindi come vedi le cose vere contengono il bene e il male insieme. Non è che nego le meschinità a cui alludi, ma per me non esistono, e non guardo mai quello che fanno gli altri.

Cosa avrebbe fatto Emanuele Trevi nella vita, se la scrittura non le avesse garantito una esistenza decente?

Mi sarebbe piaciuto molto seguire le orme di mia madre, cioè fare il medico.

Scrivendo tanto, ha conosciuto qualcosa di sé, a livello umano?

Ho capito che le persone di cui scrivo erano più interessanti di me, più libere forse, più geniali.

Ha mai usato la scrittura per risolvere, alla maniera di Hermann Hesse, i suoi problemi personali?

Non c’è un essere umano che abbia un rapporto così felice e funzionale con la propria creatività.

Quali sono le sue nevrosi ricorrenti?

Ultimamente, visto che hai evocato gli anni che ho compiuto, sono molto ossessionato dal pensiero della mortalità; il fatto di aver perso una figura di riferimento come La Capria mi ha fatto sentire molto solo.

Nel suo corpo c’è più virilità o femminilità?

Io penso che tutti gli esseri umani procedano verso il loro contrario. E la femmina, adesso, deve prevalere.

Alla vecchiaia, quindi, si sente più femminile?

Mi sento più disposto a far incontrare le due parti.

Il cazzo non le è mai piaciuto?

Mi piace l’idea, tantissimo.

Cioè?

Ci sono degli uomini bellissimi, però se se lo tirano fuori, non so che farci, non saprei maneggiarlo…

Una volta, ad Annalena Benini, sempre sul Foglio, ha detto: meglio non avere una famiglia…” Egoismo, incapacità affettiva?

Se non l’ho fatta, è perché sono un disastro nella vita sentimentale.

Se gli amici sono tutto per lei, l’amore e il sesso cosa rappresentano o hanno rappresentato?

Io tenderei a privilegiare il sentimento dell’amicizia perché disinteressato, a differenza dell’amore, che suscita desiderio, gelosia, preoccupazione.

Le non è geloso?

Ma per niente! Se io entro a casa e trovo la mia donna con un altro uomo, o mi unisco o tolgo il disturbo. Noi non possiamo possedere nessuno e non possiamo essere la proprietà di qualcuno.

Con le donne è stato più imbranato o incasinato? A vederla, non ha il fascino e la bellezza dello scrittore indemoniato, maledetto, magnetico…

Con le donne, sono stato soprattutto fortunato. Però io fondamentalmente non sono una persona romantica.

La separazione da Chiara Gamberale la considera un punto di svolta della sua vita o un grande fallimento?

Non penso che il rapporto tra me e Chiara sia da considerarsi un fallimento, anzi. Nel tempo si è evoluto in qualcosa di ancora più bello.

Perché finì?

Penso che la vitalità di Chiara e la differenza d’età abbiano avuto un ruolo determinante. Lei ha un coraggio esistenziale che io mi sogno…!

I suoi libri erano modesti?

Per nulla: sono molto fiero di quello che ha scritto!

E con sua madre, che rapporti aveva? Cosa le ha lasciato?

Direi il carattere. Mi piaceva molto.

Sua madre, prima di morire, le disse che voleva un bel funerale… L’ha accontentata…?

Purtroppo, no, perché è morta durante il covid…!

Se suo padre è stato un guaritore di anime, lei cos’è?

Un ammiratore di anime.

Di solito si narra che le grandi opere si scrivono in età giovanile e quando la pancia è affamata, vuota. Le manca non aver scritto un capolavoro, o un libro che sarà ricordato ai posteri?

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No, per niente! Le cose o te le godi quando sei vivo, o non ha senso…

Ma le manca comunque non aver scritto un bellissimo libro?

Sono davvero molto soddisfatto di quello che ho scritto. Ho incontrato tanta di quella difficoltà nel creare che poteva andarmi peggio…

Quando vuole dare addio alla scrittura?

Adesso vorrei scendere da questo treno in corsa, sono un po’ stanco di lavorare, ma tanti amici mi hanno fatto notare che, ormai, è troppo tardi per mollare…

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INTESTATO A: MELCHIONDA FRANCESCO

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