Maurizio Serra

Qualche critico, se mai avesse la sventura di leggere questa intervista, potrebbe storcere il naso se scrivo che Maurizio Serra è uno dei pochi intellettuali italiani di caratura e respiro internazionali.
Addentro alle cose e ai “giochi” del mondo come pochi, quest’italiano pigro e cosmopolita, guardingo e scaltro, cresciuto a pane e diplomazia, ha, da sempre però, una doppia vita, proprio come il suo amato Italo Svevo.
Leggendo i suoi libri, a partire dall’Esteta Armato – quello più bello e riuscito, secondo il mio parere e, probabilmente, di molti – ho cercato di insinuarmi nel suo cervello e capire perché un uomo così misurato e, per certi versi, conformista, pavido, anche nelle parole utilizzate, alla fine scegliesse, nelle sue fatiche letterarie, personaggi strambi, per nulla banali, eterodossi, ambigui, mascalzoni, vanitosi, sensuali, viziosi.
E, osservandolo da vicino, me lo sono immaginato così: di giorno a costruire compromessi, tessere relazioni, trame, e a sciogliere nodi inestricabili; di notte, snodata l’immancabile cravatta e deposto il doveroso quanto faticoso e, a volte, inutile aplomb, a scrivere, raccontare, curiosare, indagare nella vita altrui e, sicuramente, nella propria.
Sì, perché una volta spente le luci della Società, che ti impone regole, codici, parole, comandamenti, modi di vestire, maschere da utilizzare, Maurizio Serra diventa altro: un uomo in fuga, soprattutto da sé stesso. Una fuga dettata dalla voglia di vivere altre vite. Una doppiezza, ai miei occhi, affascinante, polverosa e tutta da raccontare.
Sì, perché una volta spente le luci della Società, che ti impone regole, codici, parole, comandamenti, modi di vestire, maschere da utilizzare, Maurizio Serra diventa altro: un uomo in fuga, soprattutto da sé stesso. Una fuga dettata dalla voglia di vivere altre vite. Una doppiezza, ai miei occhi, affascinante, polverosa e tutta da raccontare.
L’ho incontrato, dopo un lungo inseguimento e un’ambasciata di Giampiero Mughini, nello storico Caffè Greco, a pochi passi da Piazza di Spagna, in un pomeriggio affollato di turisti e perdigiorno. Di donne sempre alla ricerca dell’abito firmato e di galoppini adusi a sbrigare pratiche per potenti nascosti dietro finestre dorate.
Come sempre, amo arrivare puntuale ai rendez-vous; e il Nostro, in realtà, è già assiso su una comoda poltrona, beato a sorseggiare un aperitivo. E’ proprio come me l’aspettavo: elegante, ma non in maniera esagerata, e impettito. Sornione e affabulatore. Nell’ora e mezza di chiacchierata, ciò che mi ha colpito maggiormente, è stata la (falsa?) modestia. La semplicità. Niente pose, pochi ghirigori.
Nonostante gli allori, il titolo pomposo e inutile di “Immortale” conferitogli dall’Accademia di Francia, e i premi, la reverenza, gli applausi e la fama – molto più all’estero che nel nostro povero recinto – Maurizio Serra non ha perso la curiosità verso l’altro, soprattutto se privo – e meno male! – di galloni ed etichette.
Usciti dal bar, quando il sole è sparito da un pezzo, ci incamminiamo verso via Dei Condotti; i negozi, ormai, sono in chiusura, i commessi, trafelati e con addosso vestiti quasi da caserma, si apprestano a chiudere e a correre chissà dove.
Tra un ricordo di Enzo Bettiza e qualche consiglio su quali libri comprare del grande Francois Fejto, mi congeda con un affettuoso abbraccio. Mi fermo e osservo il suo lento e buffo incedere. Perdendosi nella massa indistinta e anonima di via del Corso, Maurizio Serra, con la testa persa in chissà quale pensiero, mi ricorda molto il titolo di un libro kunderiano: La Vita è altrove…

*   *   *

Ambasciatore Serra, lei nasce a Londra; come mai? Che ci facevano, i suoi genitori, nella capitale inglese?

I miei genitori appartenevano alla generazione intrappolata dall’autarchia fascista, poi dalla guerra. Erano giovani, entusiasti, parlavano le lingue, volevano fare delle esperienze all’estero piuttosto che una classica carriera universitaria tutta italiana. Finché si presentò l’occasione per mio padre, già libero docente, di aprire la sede dell’agenzia ANSA a Londra nel 1950 e, sei anni dopo, a Parigi. Nel frattempo, continuava i suoi studi storici perché non è mai stato uomo di una sola vocazione. In questo almeno, l’ho seguito.

Che bambino era? Felice, taciturno, scontroso, accondiscendente?

Mite, rispettoso, introverso, timoroso, fin troppo ordinato e disciplinato. Non sono cambiato molto crescendo.

Cosa ha imparato da un’infanzia girovaga, seppur dorata?

Girovaga fino a un certo punto. In realtà, dopo la nascita a Londra, nell’ultimo anno di soggiorno dei miei, abbiamo vissuto a Parigi fino al 1961, prima di approdare a Roma. Nulla di particolarmente esotico per l’odierna generazione Erasmus, anche se allora lo era un po’ di più.

Sì, però, non ha risposto alla mia domanda. Cosa ha imparato stando fuori?

Direi il gusto e l’anticipazione di quel che sarebbe venuto dopo.  Insomma, una grande curiosità per il mondo. Non avrei potuto mai vivere in un solo paese, anche se amo molto il mio. L’unico rimpianto, in 42 anni di vita diplomatica, è di averne trascorsi circa la metà a Roma. Troppi. Il nostro è un mestiere che si esercita soprattutto all’estero.

Ricorda qualcosa di quella Parigi, totalmente diversa, immagino, da quella odierna?

Fu una prima infanzia dorata, come lei ha detto, felice. Eppure, non erano anni facili, con la guerra d’Algeria che incombeva. Una scena la ricordo con una certa precisione. Un giorno, uscendo dalla scuoletta Montessori all’angolo di casa, vidi due netturbini che pulivano tranquillamente la strada. D’improvviso, arrivò una camionetta, ne scesero dei poliziotti che a manganellate li caricarono sul cellulare. Erano evidentemente degli algerini. La violenza mi fece subito orrore, come me l’ha sempre fatta in seguito. Ma a colpirmi ancor più furono gli applausi della piccola folla che si era radunata.

C’era qualcosa che non sopportava di suo padre?

Avevo – e ho tuttora – una tale ammirazione per lui che avrei preferito che fosse mio amico e non mio padre.

Perché?

Perché un rapporto padre-figlio non è mai di vera amicizia, c’è sempre un sottofondo di autorità nell’uno che genera, o può generare, competizione o ribellione nell’altro. Oggi va di moda il padre amico, sarà. Badi che l’età non c’entra: ho avuto amici cari che erano molto più vecchi dei quarantun anni che mi separavano da mio padre.

E di sua madre cosa non sopportava?

Che volesse controllarmi più ancora di mio padre. Ci siamo amati molto ma non l’ho mai sentita complice.

Le donne hanno esercitato un ascendente nei suoi confronti?

Ascendente non saprei, ma un ruolo importante, sì. Non ho mai potuto concepire la compagnia, la presenza, l’amicizia di una donna, di cui non ammirassi le qualità spirituali. Oggi più che mai, forse perché la curva dell’istinto si attenua con l’età e rende più esigenti: almeno nel mio caso.

Pensa di avere tratti femminili? Quali?

È una domanda politicamente scorretta, quindi mi fa piacere. Forse, una parte di sensibilità. E l’amore per gli animali, che sono i più deboli.

I suoi studi, poi, sono stati il frutto di costrizioni? O aveva ben chiaro, nonostante la giovane età, la sua vita?

Costrizioni, no. In casa si accorsero rapidamente dei miei interessi diciamo intellettuali e mi diedero il miglior consiglio possibile: trovati un lavoro che ti consenta di coltivarli in piena indipendenza. Non è stato difficile scegliere la carriera diplomatica, a ventitré anni. Mi ha dato molto e non mi sono mai pentito di averla intrapresa. Col senno di poi, era l’unica professione borghese che potessi concepire.

Le è mai pesato essere considerato “figlio di…?”

Onestamente, no. Mio padre è stato uno studioso autorevole, che ha coltivato altri interessi, dal giornalismo allo sport. In certi momenti, questo mi ha pesato, come mi ha pesato che fosse un uomo bello, elegante e molto virile, un po’ da attore italiano degli anni Trenta, mentre io ero un adolescente gracile e goffo. Ma sono cose che si superano. E poi, andiamo, mica ero figlio di Picasso o di Charlie Chaplin… Insomma, lo spazio per realizzarmi c’era.

Quali sono state le sue peregrinazioni più importanti, una volta iniziata la carriera diplomatica?

Tutte. Ho avuto il privilegio di aver contribuito alla… distruzione di due stati, la Germania dell’Est e l’Unione Sovietica. Ma non vorrei attirarmi la “patente” pirandelliana di menagramo. Prova ne sia che la regina Elisabetta è ancora in gran forma, dopo i miei sette anni a Londra negli anni Novanta. La Gran Bretagna di Brexit, un po’ meno.

Cosa vuol dire che ha contribuito alla distruzione dei due Stati? Cosa ha combinato, ambasciatore?

Nulla. Era un sistema che finiva, quello del comunismo d’oltrecortina, e sono stato un testimone privilegiato di quel tramonto.

Qual è stata la città che, ancor oggi, ripensandoci, le ha lasciato qualcosa di cui non può fare a meno? Perché?

Tutte hanno lasciato il segno, ivi comprese quelle conosciute solo in brevi missioni, come Tokio o Lima. Bisognerebbe essere ottusi per non trovare nei soggiorni all’estero qualcosa che ci arricchisca.

Nella sua carriera, non vedo sedi rischiose, pericolose. Come mai? Per pavidità?

Mah, qualche tentativo l’ho fatto. Chiesi, ad esempio, di andare a Tripoli nell’ultima fase di Gheddafi, o ad Ankara. MI sarebbe piaciuto aprire l’ambasciata in Cambogia. Nella sua saggezza, il Ministero ha ritenuto di mandarmi altrove. Ammiro i giovani colleghi e colleghe che oggi puntano a quelle sedi. Del resto, la mappa geostrategica è cambiata e molte sedi tradizionali hanno perso importanza.

La pavidità, quindi, l’ha frenata…

Scorgo della malizia in questa sua affermazione… Probabilmente non lo volevo abbastanza.

Qual è stata la figura centrale della sua vita, e perché?

Come rispondere? Le figure centrali evolvono nel tempo per tutti noi. Ci sono quelle importanti in giovane età, quelle negli anni della maturità, quelle che poi si rimpiange di non aver frequentato di più…

Va bene. Tagliamo corto: ci faccia, allora, qualche nome…

Tra gli intellettuali, Francois Fejtö e Renzo De Felice, per me hanno significato molto. Ma ci sono anche i diplomatici, poi altri, meno noti. La notorietà, detto per inciso, per me non è mai stata un metro di misura.

Cosa le hanno insegnato?

La risposta è banale ma inevitabile: a conoscermi meglio, quindi a vivere meglio.

Ha conosciuto agi, comodità e riverenza altrui: è sempre stato un edonista? O ha scoperto il piacere negli anni della maturità?

Edonismo, no, ho gusti troppo borghesi. Agi e comodità, sì, ma nulla di eccezionale, di tirannico, dannunziano, anche se nella mia biografia del Vate traspare un po’ di nostalgia per il mondo (non dico il modo) in cui mi sarebbe piaciuto vivere. Ma siamo figli del nostro tempo, per fortuna.

Quanta ipocrisia c’è nella diplomazia?

Questo è un luogo comune. Non c’è più ipocrisia nella diplomazia di quanta non ve ne sia in altre professioni, pubbliche o private, per non parlare della politica, e certo non solo in Italia. La diplomazia, di questo sono abbastanza convinto, deve puntare al compromesso. È uno strumento di pacificazione che ogni tanto deve usare anche l’ipocrisia. Ma in dosi ben calcolate.

Lei quante volte si è compromesso?

Regolarmente. Ma noi italiani abbiamo dei vantaggi: per via del retaggio umanistico e della capacità di dialogo, il compromesso pesa meno per noi perché ci è più naturale.

Le è mai capitato, per convenienza, di essere ipocrita?

Spero di no.

Cosa non sopporta di sé stesso?

Ogni tanto mi irrita una tendenza eccessiva al dubbio, a spaccare i capelli in quattro. Ma invecchiando, la convivenza con me stesso migliora.

E degli altri?

C’è sempre solo una parte dell’altro che può andar d’accordo con noi; quindi, cerco di coltivarla il più possibile, rispettando l’altra parte, quella che ci tiene distanti. Non sono una natura rancorosa, gelosa, portata a vedere i difetti altrui. Mi sembra una perdita di tempo e di energie.

Ambasciatore, sembra un parroco, pronto al sermone.

Mi ritengo uno spirito laico ma evidentemente non riesco a convincerla. Pazienza.

A proposito, è religioso?

Credo nella vita eterna ma non individuale. Ci ritroveremo come fiori, formiche o piante, e spero che lei non avrà il registratore.

Ha paura di spegnersi?

È nell’ordine delle cose, e quindi?

Non ha grandi idiosincrasie?

No, a parte la violenza, la sopraffazione, la coercizione che mi ripugnano in tutte le loro forme e manifestazioni: fisica, mentale, economica.  Può dispiacermi che persone che stimo, in certi momenti, in certi interventi, non siano al livello di quello che potrebbero dare. Ma è una scelta loro.

Lei sembra così pacato e misurato: ha mai avuto moti di ribellione e doverli nascondere dinanzi alla Società che conta?

Non mi sembra di aver nascosto granché ma forse non ho combattuto abbastanza. Sono cresciuto negli anni della contestazione, poi negli anni di piombo. Gli altri si sprangavano, io preferivo studiare. È probabilmente, un difetto, una componente di conformismo. Ma cosa hanno combinato i grandi templari della rivolta? Come profetizzava Ionesco, oggi sono quasi tutti dei notai o dei notabili.

Franza e Spagna purché se magna, si diceva nel Seicento…

No, non è così. Ma, una volta che il contenzioso supera livelli che definirei razionali, preferisco ritirarmi e occuparmi d’altro. La vita è troppo breve per il litigio sterile. E convertire i fanatici è un’impresa al di sopra delle mie forze.

Come nasce il suo amore per i libri? Dalla solitudine, dalla curiosità, dalla timidezza o dalla voglia di dimostrare qualcosa a qualcuno?

Tutte queste cose insieme. I libri c’erano in casa, mi piacevano e, quindi, non ho fatto altro che seguire questa china. Ogni libro ne portava altri dieci e morirò col dispiacere di aver letto o riletto al massimo un terzo della mia biblioteca. E poi, l’ho già detto, a differenza di mio padre, non ero portato allo sport, uno sfogo che mi mancava.

Si sente complessato, quindi?

No, e neanche troppo complesso. Ho solo trovato nei libri amicizia, appoggio e complicità. Potrei anche smettere di scrivere, lo farò forse un giorno. Ma non immagino di poter rinunciare alla lettura, e poi alla musica, alla pittura e via dicendo, i paesaggi, le atmosfere, la bellezza in genere. Mi mancherebbe l’aria.

E le donne?

Mi mancherebbe l’aria due volte. Ma lo dico nel senso più innocente, puramente estetico.

È più fedele ai libri o alle persone?

Credo di essere fedele sia ai libri che alle persone. Lo sono, probabilmente, per definizione. Ma non è una virtù perché non mi costa fatica.

E alle donne è stato fedele?

Sempre.

Sul serio?

Lo chieda a loro, che non si sbagliano (quasi) mai. Si può riuscire a ingannare gli uomini, specie lusingandoli. Con le donne è molto più difficile, la natura le ha fornite di antenne adeguate.

Smessi i panni dell’uomo delle istituzioni, Maurizio Serra prende la penna e diventa altro. Ecco: chi è lei quando scrive?

Ma io ho sempre scritto! Non ho mai smesso, sin da ragazzo. Sono grato alla carriera diplomatica per avermi offerto molti stimoli, molti incontri che ho riversato nella scrittura. Ripensandoci, mi chiedo spesso: Santo Cielo, come ho fatto a scrivere tanti libri, di cui una buona metà ancora nei cassetti, incompiuti e inediti! Il problema, semmai, viene ora che sono in pensione: gestire una giornata che è completamente libera da altri impegni.

E come la gestisce?

A Roma è molto regolare, a Parigi o in viaggio, ovviamente meno. Mi alzo con comodo, attraverso la città perché abito a nord e il mio studio è a sud. Lavoro un paio d’ore, anche a cose minute: non ho più una segretaria e devo fare tutto da solo. Mi fermo per fare colazione al circolo al ristorante, da solo o con amici. Riprendo per il resto del pomeriggio, talvolta interrompendo per un appuntamento come con lei oggi. La sera torno a nord, leggo o guardo per mezz’ora, molto di rado, la televisione, meglio un dvd.

Per chi scrive i libri? Per il suo ego e vanità? O per sentirsi veramente sé stesso?

Sicuramente per quello che lei ha detto. Potrei aggiungere, con un pizzico di retorica che, non avendo figli, i libri sono il tramite per avere un contatto, un rapporto con i giovani. Poter trasmettere qualcosa a chi si sta formando o verrà dopo, sicuramente è una molla importante. Per fortuna, ogni tanto mi capita di riuscirci. Con lei non ne sono sicuro.

Ci vuole far credere che vorrebbe essere ricordato come un maestro?

No, assolutamente! Ci sono troppi cattivi maestri a piede libero. Ma contribuire alla formazione di chi è più giovane, mi coinvolge molto. Ho anche insegnato relazioni internazionali per una dozzina d’anni. Adesso, è passato anche questo.

La scrittura, sovente, nasconde inquietudini, tristezze. È così anche per lei?

Da ragazzo ho vissuto inquietudini e tristezze, anche troppe, spesso superflue. Ora, sempre meno. Da artigiano delle lettere, penso di essere una persona risolta e allegra, perfino gioiosa. Diciamo che la scrittura mi appaga senza più crearmi problemi interiori. Mi considero un trasmettitore del sapere, e, soprattutto, del sentire. In questo contesto ci si sente pacificati, costruttivi. Il creatore di un’opera d’arte, invece, essendo totalitario, assolutista, distruttivo, permanentemente in lite con un mondo imperfetto, difficilmente può essere felice. Per fortuna, non sono nato per diventare Dostoevskij o Strindberg. Mi basta ammirarli, un po’ da lontano. Quando sento parlare di creatori “democratici”, mi viene da sorridere. Sa come chiamavano Thomas Mann?

Il Mago, credo.

Sì, ma anche der Menschenfresser, il divoratore di esseri o di vite, a cominciare dai suoi figli. Io sono tendenzialmente vegetariano.

Tanti editori si sono spesi per lei: Laterza, Il Mulino, Sellerio, Neri Pozza, Settecolori, Marsilio, Aragno, La Finestra. Come mai questa infedeltà editoriale? Nessuna sigla la convince veramente?

Semplici circostanze. Come succede nella vita, è fisiologico cambiare. Magari diversità d’opinione sulla linea editoriale da seguire.

Una risposta, eccola, diplomatica, la sua…

Gli editori hanno le loro esigenze, anche commerciali, e si può capire. Lo scrittore ne ha altre. Se s’incontrano, tanto meglio.

Quando scrive un libro, si chiede: ma a chi interessa veramente quello che scrivo?

Non mi pongo assolutamente il problema del fruitore. L’unica esigenza è quella di fare qualcosa che mi convinca, che io consideri intellettualmente onesto. Se poi, dei lettori “s’incontrano” per strada, tanto meglio.

Quindi è vero che lei scrive per sé stesso…

Beh, sì, certo.

Ha sempre detto che L’Esteta armato è il suo libro migliore. Qual è, allora, il libro meno interessante che ha scritto?

Non rinnego alcuno dei miei libri, se è quello che mi chiede, credo che siano tutti dignitosi. Ma L’Esteta armato, per me, ha qualcosa in più. Svevo affermava che ogni scrittore gira sempre intorno allo stesso libro.

Cosa intende per dignitosi?

Appunto, sono lieto di averli scritti. Anche se non li rileggo mai, o soltanto per dovere, quando li traducono.

Che rapporti ha con la critica letteraria? Sono tutti plaudenti e servili nei suoi confronti?

In Italia, per niente. Sono un autore, come si suol dire, di nicchia. Capita che qualcuno s’interessi ai miei libri, altri, no. Ciascuno a suo modo.

Come reagisce alle critiche?

Se ci sono aspetti puntuali e costruttivi, cerco di capire e intervenire. Se, invece, le critiche sono dettate da pregiudizio, come a volte accade, lascio correre.

C’è qualcuno che disistima?

Disistima è una parola forte. Nel caso di Fratelli Separati, un noto critico letterario, a cena, dinanzi all’elogio forse eccessivo della padrona di casa, reagì con stizza: “Drieu La Rochelle, Aragon e Malraux: ma sono autori minori: lei perché se ne occupa?” Ricordo che gli risposi: minore è, forse, il suo approccio… Poi lo riaccompagnai a casa e non l’ho più rivisto. Peccato. Magari, con più calma, ci saremmo capiti.

Ha detto, a Camilla Baresani, “ho un perverso affetto per i perdenti…” Si spieghi meglio.

I perdenti sono in genere più interessanti e corposi dei vincenti. Provo da sempre un’intima attrazione per tutti quelli che hanno una forma di frattura, di complessità interiore. Probabilmente, una parte di me si identifica con loro. I vincenti, per natura, sono monolitici, banali, noiosi, leggono e citano gli stessi libri, usano le stesse espressioni gergali, come al catechismo. Che le devo dire? Il mio sguardo ama soffermarsi su quelli che stanno all’angolo, nelle pieghe, ai margini della società, esistenziale o letteraria.

D’Annunzio, Svevo, Malaparte: studiando i tre mammasantissima appena menzionati, e scrivendone, ha scoperto qualcosa di sé?

In ciascuno dei tre, esiste una componente che li lega segretamente. Di D’Annunzio, mi appassionava la sensualità, così palmare, panica, dionisiaca; di Svevo mi attraeva soprattutto la scelta di diventare un grande scrittore italiano, lingua che possedeva male; di Malaparte la capacità di affabulazione. Sono stati tre ottimi compagni di viaggio, senza dimenticare Marinetti. Adesso basta. La vita è breve, dedichiamoci ad altro.

Pensando a Malaparte mi viene in mente la parola mascalzone. E lei, pensandoci, è stato un po’ mascalzone nella sua vita?

Lei ama scavare, scavare… Non credo, comunque, di esserlo stato. Per mancanza di vanità o di coraggio? Scelga lei.

Come mai non ha collaborato con i giornali?

Si sbaglia! Eccome, se ho collaborato! A testate studentesche, a quotidiani di provincia, a riviste specializzate, per cinque anni ho scritto per il Giornale, poi sul Tempo di Roma, su Sette del Corriere della Sera. Almeno un paio di centinaia d’articoli e recensioni. La misura delle due colonne mi ha insegnato molto.

E oggi?

Ogni tanto, sul “Figaro littéraire”. Ma il giornalismo, come l’insegnamento, appartiene al passato. I blog non mi interessano. Quando il tempo si riduce, i libri contano sempre di più. Sono quelli che, forse, rimarranno.

Come mai le sue mire letterarie finiscono, sovente, verso la cultura poco ortodossa? È un modo per vivere un’altra vita, magari così lontana da quella ufficiale e monolitica?

Come le dicevo, amo occuparmi di autori poco schierati o, soprattutto, poco conosciuti. Che me ne faccio di autori che oggi vanno per la maggiore? Li leggerò, semmai, quando li avranno dimenticati, tanto capita in fretta. Coltivo una mia biblioteca ideale, al riparo delle mode.

E nella vita, invece, le piacciono le mode, le mondanità?

Un tempo un po’ sì, anche per dovere d’ufficio. Oggi uscirò in società (ammesso che l’espressione abbia ancora un senso) una o due volte al mese. Non vado mai ospite in vacanza, nemmeno nel fine settimana, e giustamente, non m’invitano più.

Giampiero Mughini, sul “Foglio”, l’ha definita intellettuale aideologico. Si ritrova? Come Erasmo, anche lei vuole appartenere solo a sé stesso?

Lasciamo perdere Erasmo e restiamo con i piedi per terra. Sono grato all’amico Mughini, che tra l’altro ci ha fatto incontrare, non del paragone ma dell’intenzione. Il fatto di aver lavorato al servizio della diplomazia, mi ha sicuramente aiutato a vedere le cose senza le lenti delle ideologie. Ci sono degli intellettuali, che pure hanno i loro meriti, che sono ancora debitori degli steccati ideologici. Prova ne sia che quando ho scritto il libro su Mussolini, qualcuno ha storto il naso perché non ho ripetuto per l’ennesima volta che il Duce era un mostro che mangiava i bambini…

Recentemente, lei è stato eletto uno dei quaranta Immortali dall’Académie française. Lo considera un vanto o una pomposità tipica dei francesi, sempre alla ricerca di cose altisonanti e – diciamolo pure! – inutili?

È una bella tradizione transalpina e bisogna rispettarla. Essere “Immortale”, alla prova dei fatti, non significa granché ma è un’iniezione di ottimismo.

In Francia è molto amato, in Italia meno. Come mai?

Per la verità, mi stanno traducendo anche altrove. Entro fine anno, il “Malaparte” uscirà negli Stati Uniti, “L’Esteta armato” in Spagna, dopo altri tre libri, il “D’Annunzio” in serbo-croato, il “Mussolini” in romeno… Si va avanti e per il resto… non ti curar di loro.

La Francia, se ho capito bene, è la sua seconda patria. Quali salotti frequenta a Parigi?

I salotti parigini non esistono più, soprattutto in relazione al peso enorme che ebbero in passato. La Francia rimane, tuttavia, il paese in cui la cultura, nel bene e talvolta nel meno bene, conta, socialmente e politicamente, più che in qualsiasi altro paese a me noto. Non si può non ammirarla per questo.

Mi vuol far credere, quindi, che non ha trafficato, come fanno in tanti, per entrare nelle grazie del gotha culturale parigino?

No. Oltretutto, sarebbe stato controproducente.

Chi l’ha introdotta nella società letteraria francese? Il grande Marc Fumaroli?

Diversi amici si sono prodigati per me. Ma il caso di Fumaroli merita di essere menzionato. Non l’ho mai incontrato, ogni tanto gli inviavo un libro a cui rispondeva con una lettera garbata, tutto qui. Finché, in occasione del premio Chateaubriand, che si era battuto per farmi avere, già molto malato, disse una frase che sorprese tutti, me per primo: “Il vostro posto è tra noi.” Nella sala ci fu un fremito, perché è la frase che si pronuncia per l’ingresso all’Académie. Quando lo chiamai per ringraziarlo, era troppo stanco per ricevermi. Morì poco dopo. Eppure, ho letto da qualche parte: Serra, allievo prediletto del grande Fumaroli…

Ha mai brigato per avere premi?

No, assolutamente. Se poi vengono, mi fa ovviamente piacere.

Ha passato più tempo a coltivare relazioni diplomatiche o amorose?

Le relazioni diplomatiche sono state centrali nella mia vita, come quelle intellettuali. Quelle amorose, anche, ma fuori dagli orari di lavoro…

La sua irrequietudine letteraria viene fuori anche in quella sessuale?

Apprezzo le difficoltà in cui lei cerca di mettermi ma non le darò questa soddisfazione. Ho già detto di aver avuto un modello di virilità molto risolta e forte incarnata nella figura di mio padre: non è stato solo un intellettuale da tavolino ma un ufficiale pluridecorato e ferito in guerra e un esponente della Resistenza, di quella vera, come del resto mia madre. Io sono il suo opposto, forse per le circostanze meno eroiche in cui mi è capitato di vivere. Quindi, una certa dissimulazione e irrisolutezza è intervenuta anche nella mia vita intima, non dirò sessuale, che mi sembra un termine un po’ dozzinale. Con il passare degli anni…

È esplosa?

Lei insiste, eh… Diciamo che oggi mi sento più libero di quanto mi sentissi negli anni della giovinezza. A giudicare dalle confidenze che raccolgo, capita anche ad altri coetanei, quindi posso considerarmi nella media.

Tornando ad una sua riflessione, le chiedo: lei si considera un perdente? Ha fatto, nella vita, quello che veramente voleva?

Perdente certamente no; la mia carriera, modesta e onesta, mi ha dato forse più di quel che meritassi. Sul piano esistenziale, invece, difficile definirsi appagato. Bisognerebbe avere un carattere diverso dal mio.

Ambasciatore, siamo quasi agli sgoccioli. Ma qualche altra domanda gliela vorrei ancora porre. Rimpiange di non aver fatto politica? Dalle ambasciate ad altre cariche pubbliche, al Senato, quindi…

Non avevo la vocazione.

L’avrebbero sbranata, Ambasciatore…

Temo di sì. Comunque, quando mi considerano all’estero “un certo tipo d’italiano”, come ha scritto un giornale francese adattando una nota frase di de Gaulle, posso credere di servire a qualcosa.

Altri rimpianti?

Di non essere ancora riuscito a smaltire i quattro o cinque chili accumulati nell’era del covid. Vita troppo sedentaria.

Non scherziamo. A livello umano?

No, nessun vero rimpianto. Anche perché, chi rimpiange, alla fine, non combina più niente. E io ho ancora qualcosa da fare.

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