In un pomeriggio freddo e uggioso di fine novembre, sul finire del “secolo breve”, raggiunsi, nel cuore dei Parioli a Roma, Giuseppe Tamburrano, storico socialista, nonché presidente della Fondazione Nenni. Ero un suo compaesano. Talvolta i vecchini del paese, lo nominavano nei loro strusci quotidiani e fitti dialoghi in dialetto, considerandolo il vanto della comunità; qualcuno che conoscevo, sapendo che prima o poi avrei raggiunto la Capitale, mi diceva sempre: “Se vai a Roma, vallo a trovare!”.
Quando lasciai la Puglia per stanziarmi a Roma, la prima cosa che volli fare, ovviamente, fu proprio quella di conoscerlo.
Ricordo che, parlando, con una certa nostalgia, dei suoi trascorsi con Bettino Craxi, prima di salutarci, Tamburrano mi mise tra le mani un libro intervista con Antonio Padellaro *. Il libro, scritto dai duellanti, almeno così lo ricordo, provava a spiegarci l’ascesa e il declino del leader socialista, quando Tangentopoli era ancora alla sua acme.
Quando poi Padellaro, lasciando il fu celebre Espresso, raggiunse Furio Colombo all’ Unità, cominciai a leggerlo con una certa curiosità. Per fortuna, dopo decenni di inutile e ottusa ortodossia, anche il gramsciano quotidiano si apriva al mondo che cambiava, alle idee più liberali, fottendosene un pò del primitivo richiamo della base rossa.
Ma, a mio modesto parere, il vero capolavoro di Padellaro è stato la nascita del Fatto Quotidiano. Arrivato in edicola, non poche furono le perplessità degli addetti ai livori (per dirla con Dagospia): “ma come… –domanda ricorrente – i giornali perdono copie, i giornalisti li prepensionano, gli stipendi sono da fame… e loro addirittura fondano un giornale?”
A distanza di sedici anni – dio, come volano gli anni! – alzi la mano chi non ha mai spulciato un suo editoriale o uno di quelli di Travaglio. Il giornale, nonostante le tante cassandre, è ancora in edicola e rompe, giustamente, le scatole a tutti.
Quando, nel 2024, Padellaro licenziò l’autobiografico “Solo la verità lo giuro”, pensai che fosse giunto il momento di incontrarlo dal vivo, considerato che la mia curiosità, dopo averlo letto, non era per nulla satolla.
Decisi, così, che anche Padellaro, nella mia galleria, doveva assolutamente entrare. Prendendo a prestito il titolo del suo lungo racconto personale, magari offuscato da affetti e inevitabili errori di una lunghissima vita giunta quasi agli ottanta inverni, spero, in questa confessione, di avergli fatto raccontare tutta la verità, nient’altro che la verità…!
*(Padellaro A. e Tamburrano G. (1993), Processo a Craxi. Ascesa e declino di un leader, Sperling & Kupfer, Milano 1993)
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Antonio Padellaro, da studente, in tempi ormai immemori, ha studiato al liceo Massimo di Roma. Cosa ha imparato dai gesuiti: la diplomazia, l’abilità dialettica, la furbizia, il saper stare al mondo?
Ho imparato una cosa il cui significato però, ho capito tempo dopo, e si collega ad una frase pronunciata da Sant’Ignazio di Loyola, il fondatore: datemi la giovinezza di un uomo, e tenetevi il resto…
Grazie ad una raccomandazione, mentre il suo tempo giovanile lo sperperava tra donne e cocenti delusioni giallorosse, si è trovato a fare il giornalista. Alla fine dei giochi, era la strada che voleva percorrere?
All’inizio, no, mi sentivo una specie di forzato. Un giorno, ricordo, eravamo nel pieno di un’estate torrida. Mi trovavo nella sala stampa della Camera, annoiandomi a morte. Avevo solo voglia di scappare… In uno di questi pomeriggi infiniti squilla un telefono. Risponde un giornalista che rivolto ai pochi presenti, tra cui il sottoscritto dice: vogliono qualcuno dell’Ansa. E io, che ero appunto all’Ansa, rispondo subito: eccomi! Lui, di rimando, mi fa: ho detto qualcuno, non nessuno. A quel punto, o me ne andavo o rimanevo. Alla fine, sono rimasto, ed eccomi qua…
Rilke, ne suoi Quaderni, scrisse: ho ventotto anni e non è accaduto quasi nulla. È stata così, anche per lei, la sua giovinezza?
In quegli anni, mi sono divertivo molto, altroché, e a 28 anni erano già successe tante cose. Intanto, avevo cominciato a fare questo mestiere con una certa costanza, e a guadagnare qualcosa. Poi, nel frattempo, mi ero anche sposato…
Si divertiva con altre donne?
No, mi divertivo nel mio mestiere… Mi piaceva guadagnare e assaporare una certa indipendenza. Poi, nel frattempo, è arrivata anche l’assunzione al Corriere della Sera, ed è cominciata un’altra storia…
È ancora con la stessa moglie?
Sì, da 54 anni. Poi, per raccontare quello che è successo in questo mezzo secolo ormai, ci vorrebbero due, tre romanzi…
Sposato, ma non fedele…
Dovremmo affrontare il tema della fedeltà. Sono definizioni complesse. Sotto certi aspetti, sono stato molto fedele, fedele a valori in cui credevo e ho continuato a credere. Poi, se essere infedeli significa guardare un’altra donna, desiderarla, beh, penso che, in questo caso entri in ballo più la natura umana che la fedeltà…
Da ragazzo, considerava le redazioni un luogo infernale, come diceva Bettiza?
No, per nulla. Io, come le ho detto, mi sono divertito molto. Era un mondo piacevole, appassionante. Ma, conoscendo bene i miei limiti, non mi faccio sconti: mi considero un privilegiato e credo di avere ricevuto da questo mestiere più di quanto meritassi.
Quali sono i suoi limiti professionali, visto che ne ha parlato?
Non conosco l’inglese, purtroppo: vengo da una generazione nella quale le conoscenze delle lingue non era prioritaria; vorrei essere più colto di quanto sia e, per finire, ho una certa tendenza alla pigrizia. Per fare delle cose, ma anche per scrivere, mi devo sempre forzare…

Seguendo la politica nostrana per decenni, una volta ha detto, a Sabelli Fioretti, che Bossi è stato un grande rivoluzionario? Crede ancora in questa sua colossale sciocchezza? Non pensa che la storia le ha dato palesemente torto?
Beh, a mio giudizio non è una sciocchezza. Quando Umberto Bossi e la Lega misero il naso fuori, dall’alto della mia prosopopea, dissi che sarebbero durati pochissimo, perché pensavo fossero un fenomeno marginale e temporaneo. Quando hanno cominciato a lasciare il segno, mi sono dovuto ricredere, e ho cominciato a considerare l’ascesa bossiana come un fatto rivoluzionario nella politica italiana.
Ha seguito la politica italiana per decenni, e, per alcuni anni, è stato anche direttore dell’Unità, giornale che non c’entrava nulla con la sua storia. Non si sentiva in imbarazzo a dirigere il quotidiano rosso?
Sotto certi aspetti, sì, mi sentivo un corpo estraneo. A Sabelli Fioretti, che me lo chiese, dissi che non avevo la tessera del partito comunista, anche perché non avevo mai votato per il Pci. Le mie scelte elettorali erano piuttosto orientate verso i partiti laici, financo per il partito socialista craxiano. Quando uscì quell’intervista, fece un po’ di rumore, perché la redazione, giustamente, disse: ma che è venuto a fare…?! Però a me piacciono le sfide, tant’è vero che quando Furio Colombo mi chiamò per dirmi: rimettiamo in piedi il giornale, accettai senza esitazione.
Per anni, ci avete raccontato, fino alla noia, del dualismo Veltroni- D’Alema; chi, dei due, ha maggiori colpe, secondo lei, della rovina della sinistra?
Bella domanda! La sinistra ha cominciato a evaporare con Achille Occhetto, che trasforma il Pci in Pds, creando così una frattura con una parte importante della base che confluisce in Rifondazione. Veltroni è stato l’artefice di un’operazione molto importante, coraggiosa e anche ben strutturata che è stata la creazione del Pd. Quando fece il famoso discorso al Lingotto di Torino, trovai le sue linee programmatiche al passo con i tempi anche se non abbastanza in sintonia con i valori della vecchia sinistra. La sua sfortuna è che si trovò a competere con Silvio Berlusconi, che era al massimo della sua potenza. Restano un mistero le ragioni che lo convinsero ad abbandonare definitivamente la politica. Una volta, incontrandolo, gli ho detto: anziché scrivere romanzi, racconta la storia del perché un giovane leader di un partito importante, il giorno dopo la sconfitta, non proprio storica, alle regionali sarde, decide di mollare tutto e fare altro. Sono sicuro che venderesti tanto…

Boccia D’Alema, allora…
D’Alema appartiene ad un’altra stagione, alla stagione di potere della sinistra. Non dimentichiamo che D’Alema è stato anche il primo presidente del Consiglio ex comunista. E’ a causa di questo, diciamo, peccato originale, ha voluto, e forse dovuto, allacciare rapporti stretti con la finanza e i potentati economici… Quando D’Alema fu eletto segretario dei Giovani Comunisti, a Genova, per il Corriere, scrissi: è un giovanotto che farà strada. D’Alema è stato, sì, comunista, ma, al contempo, disposto a parlare con tutti i detentori del potere, da Mediaset agli azionisti di Telecom. Icarus, la barca su cui amava veleggiare, è stato l’emblema del dalemismo, così come le scarpe da un milione di vecchie lire… Qualcuno lo ha definito la testa pensante della sinistra. E della destra…
Spesso vi lamentate di politici che alzano la cornetta per lamentarsi di come li raccontate; ma non sarà che la colpa è anche dei giornalisti, rei di essere troppo vicini e ambigui con il potere?
Nella mia lunga storia professionale, il tu l’ho dato solo ad alcuni personaggi della politica, e continuo a darlo. A volte, si creano delle sintonie, delle simpatie… La politica non è satana e non tutti i politici sono dei ladri corrotti. Al contempo, ho sempre cercato di seguire l’insegnamento che mi diede Piero Ottone a proposito dei politici: evita di andarci a cena e se proprio devi il conto pagalo tu…
Lei è un tipo rancoroso?
Rancoroso no, ma sono un cattivo incassatore…
Qual è stato il momento in cui al Fatto Quotidiano, da direttore, ha prodotto un giornale moscio, poco incisivo?
Verso la fine, direi. I primi anni sono andati alla grandissima, vendevamo botti di copie… L’ultimo anno ero stanco, stanco di pensare, ogni giorno, a che giornale fare, vivace, vispo… Questa stanchezza mi ha portato a dire a Travaglio: Marco, ora tocca a te…
Quando ha capito che ne aveva le palle piene di dirigere il giornale?
È stato un lento logoramento: ad un certo punto mi scocciava pure dover stare appresso ai problemi e alle beghe dei giornalisti. Ed è stato un bene, che mi togliessi di torno…
Qual è stato, tra i tanti che magari ha preso, l’abbaglio giornalistico di cui va meno fiero negli anni trascorsi con la ditta Travaglio-Colombo?
Quando cominciarono ad arrivare i verbali delle cene eleganti, del bunga bunga, delle olgettine, quella roba là mi sentivo un po’ a disagio. Pubblicare cose che riguardavano la vita privata delle persone, beh, non mi piaceva… Ho cercato di parare i colpi, ma, spesso, eravamo costretti a pubblicare perché anche gli altri pubblicavano.

Come mai avete scelto Travaglio come direttore visto e considerato la sua allergia al comando e alla capacità di guidare la barca da mane a sera?
Senza Travaglio, non ci sarebbe Il Fatto Quotidiano, per un semplice motivo: lui ha una vasta popolarità; ci sono stati dei periodi in cui la gente si abbonava a scatola chiusa, e solo per il fatto che c’era Travaglio. Quando andavamo in giro a promuovere il giornale, i palazzetti si riempivano. Per fare una battuta: io facevo la persona seria, e lui il Giamburrasca… Quando, poi, sono andato via, le opzioni erano due: o Travaglio, o Gomez. Peter, però, aveva creato da zero il sito del giornale, Marco sembrava più portato per la scrittura. Alla fine, pur essendo un po’ recalcitrante, ha accettato, e credo che col tempo gli sia anche piaciuto…
Non pensa anche lei, che scrivere tutti i santi giorni, come fa Travaglio, possa rivelarsi sbagliata e indurre il lettore alla noia…? Non è meglio sparire, a volta…
Il Fatto ha bisogno, ogni giorno, dell’articolo di Travaglio anche perché viviamo tempi molto particolari, difficili nello scacchiere della politica internazionale, e bisogna dire che diverse cose le ha azzeccate…
Tipo?
Beh, ciò che scrive tutti i giorni, che la guerra tra Russia e Ucraina si sarebbe messa male per gli ucraini perché i russi sono troppo più forti; oppure che armare Kiev a scatola chiusa non era giusto; o, ancora, gli errori diplomatici di Biden e dell’Ue commessi durante il conflitto russo-ucraino.

È mai stato invidioso di Travaglio e del suo successo e popolarità? Sincero…
No, per niente! L’invidia è tipica di chi vorrebbe emulare. Il vorrei ma non posso. Siamo diversi, per storia professionale, età, ambiente. Questa divisione dei ruoli che ci siamo dati, come le dicevo prima, ha fatto sì che non ci fossero competizioni. Quando ho scritto “Antifascisti Immaginari” ho voluto fortemente la sua prefazione…
Certo: è stata una scelta commerciale, aiutava a vendere…
Ma no… Molto meno maliziosa di quanto lei possa credere: semplicemente, l’idea nacque dalle nostre chiacchierate quotidiane, tant’è vero che lui, nella prefazione, lo racconta anche. No, mi creda, nessuna furbizia commerciale…
Quando intervistai Giulio Anselmi, gli chiesi chi fosse il Bel Ami del nostro giornalismo. Lui rispose in questo modo: “Forse Marco Travaglio perché ha grandi capacità di adeguamento, però non so se Bel Ami avesse la grande, vera dote di Travaglio, che è la memoria. Nella mia scelta del Bel Ami italiano c’è anche un elemento di considerazione: vale a dire tener conto anche di alcune qualità”. È d’accordo o ne ha individuato un altro? E chi, poi?
In passato il giornalismo ha sfornato dei Bel Ami straordinari come Curzio Malaparte, Indro Montanelli o Eugenio Scalfari. Oggi di quella stessa pasta non vedo nessuno. Un narcisista di talento, ambizioso e simpatico manipolatore è stato Andrea Purgatori. Ma se n’è andato troppo presto.
Lei è cattivo?
Beh, mi piace rompere le scatole ai sepolcri imbiancati, agli ipocriti, ai monumenti equestri…

Cioè?
Beh, tanto per non fare nomi…Con Travaglio sorridiamo spesso di Repubblica: grande giornale, grandi firme, ma una tendenza, ormai consolidata, di alcuni editorialisti a trasformarsi in monumenti equestri, in un magistero superiore che separa i buoni dai cattivi.
Ci faccia un nome…
Beh, Eugenio Scalfari, aveva questo atteggiamento un po’ altezzoso. Ricordo che quando nacque Il Fatto Quotidiano non è che lui la prese tanto bene. Pensava di essere l’unico al mondo ad aver fondato un giornale e averlo portato al successo.
Sempre a Sabelli Fioretti ha detto che lasciare il Corriere della Sera, dopo 19 anni, è stata la sua più grande cazzata della sua vita. Lo conferma?
Stavo nella squadra più importante del panorama giornalistico, avevo un ruolo importante – quando lasciai ero capo dell’ufficio romano. Diciamo che è stato un colpo di testa, un po’ sbagliato e un po’ giusto. Alla fine, devo dire che è stata una cazzata fruttuosa, perché prima sono andato all’Espresso dove ho avuto grandi direttori come Giovanni Valentini e Claudio Rinaldi; poi sono finito a dirigere l’Unità e il Fatto. Certe “cazzate” penso comunque che vadano fatte quando rischi di pietrificarti in un ruolo, in una abitudine.
Cosa amava di quel giornale? I soldi e gli agi? Il prestigio che oggi non ha più?
Mi piaceva semplicemente la mia firma sul Corriere della Sera. Senza la vanità e un po’ di narcisismo questo mestiere non ha senso.
Ha mai detto tra sé e sé: un ventennio nel giornale più istituzionale e misurato, paludato, dello Stivale, per poi dirigere, invecchiando, il quotidiano più antisistema del panorama italico?
Bellissima domanda, la sua, davvero! È una sintesi perfetta di quello che io sono. Detesto annoiarmi e annoiare.

Le fanfare della stampa di sinistra gridano sempre alla mordacchia quando al governo c’è il centro-destra. Lei che ne ha viste e scritte di tutti i colori, com’erano i governanti e i politici dell’Ulivo?
Il Prodi che ho conosciuto era piuttosto permaloso, ma non interveniva mai per protestare; uno che si incavolava parecchio era Piero Fassino, soprattutto quando stavamo all’Unità. Era la telefonata mattutina che io temevo. Nel tempo, con lui, ho usato un escamotage: entrambi soffrivamo di pressione bassa, quindi, con una scusa, posticipavo il nostro colloquio al pomeriggio, quando la pressione tornava in equilibrio. E, infatti a una certa ora diventava perfino gentile…
Cosa lo faceva infuriare?
Gli articoli di Travaglio, in modo particolare… Indirettamente, Fassino fece una grande profezia: se volete scrivere quello che volete, fatevi un vostro giornale…! L’abbiamo preso in parola, come vede…
E D’Alema?
No, D’Alema aveva sempre questa aria leggermente schifata quando parlava di giornalisti. Probabilmente, si sentiva troppo superiore…
Trova più irritanti e inconcludenti gli antifascisti di professione o i fascisti ora al governo?
Ma magari fossero fascisti veri, questi che, ora, sono a Palazzo Chigi! Il fascismo, quello del Ventennio, aveva ministri come Giovanni Gentile, Bruno Bottai. Quella fu una stagione tragica ma seria. Questi, non solo a mio avviso, non sono né tragici né seri, ma, più semplicemente, dei tardo- berlusconiani, sbiaditi e, spesso, imbarazzanti. Di fascismo ne vedo poco. Penso sia più una scusa della sinistra per parlare d’altro.

Ha passato una vita a criticare la classe politica della Prima Repubblica. Non pensa che i vari Andreotti, Craxi e compagnia cantante, al netto degli errori madornali commessi, fossero invece dei giganti?
E’ come paragonare l’epoca dei Totti e dei Del Piero con gli Azzurri di oggi che rischiano di restare fuori dai Mondiali per la terza volta di seguito. Dipende dalle epoche, dalla fioritura di talenti. Una volta in politica approdavano i migliori. Oggi le seconde e le terze linee.
Un po’ tutti, giustamente, hanno accusato il gruppo dirigente del Fatto Quotidiano di essersi innamorato di uno dei partiti più imbarazzanti e mediocri della nostra storia, ovverosia i Cinquestelle. Come mai, anche lei, sempre così scaltro e cinico, si è infatuato di ragazzi al massimo volenterosi e niente più?
Grazie per lo scaltro e cinico: domine non sum dignus. Noi siamo nati nel momento in cui il movimento Cinque Stelle cominciava a diventare una forza politica importante. C’era un mondo che si stava appassionando ai Cinque Stelle, visti soprattutto come la leva del cambiamento, e quello stesso mondo vide nel Fatto Quotidiano il riflesso di quella politica. Erano imbarazzanti? Non sono così sicuro. Qualcosa di buono l’hanno fatto: tagliare le unghie ai privilegi della casta; l’idea, seppur improvvisata, del reddito di cittadinanza, non era male. Forse qualcuno, era inadeguato… Ma lo erano anche alcuni di altri partiti… La politica è fatta, come in tutte le professioni, di vip e mezze calzette… Contro i Cinque Stelle è stata scatenata una campagna che non si era mai vista prima…
Beh, non sono d’accordo… Lei ricorderà sicuramente quello che successe ai socialisti durante Tangentopoli, un partito praticamente raso al suolo…
Certo, però come lei hai detto, c’era Mani Pulite. Non è che i Cinque Stelle si siano macchiati di corruzione, tangenti… Anzi, forse sono detestati per questo…

Non pensa che il suo giornaleabbia una visione, per certi versi, un po’ manichea della vita pubblica italiana. I buoni di qua e i cattivi di là…
Io le sfumature le vedo, Travaglio forse meno, questione di carattere Ma su questo giornale si sentono voci diverse. Penso ad Antonello Caporale, che viene da Repubblica; come dimenticare, poi, Massimo Fini, Alessandro Orsini, Barbara Spinelli e, fino a poco tempo fa, Gad Lerner… Le dirò di più: sulle pagine del giornale mi piacerebbe ascoltare ancora più voci contrastanti, purché bene argomentate. E so che anche Marco la pensa così.
Quanto le ha dato fastidio, negli anni della sua direzione al Fatto, essere tacciati come giornale delle Procure? C’era un fondo di verità?
Vero o falso che fosse incuteva rabbia e timore il pensiero che con un titolo potessimo fare arrestare questo o quello. Una vera goduria.
Che opinione dà su Conte? Un ottimo presidente o una volpe in grado di stare e abbracciare chiunque gli torni utile, come tanti gli contestano, viste le sue alleanze gialloverdi e giallorosse?
Al di là delle opinioni diverse sul personaggio tutti dovrebbero essere grati a Giuseppe Conte per aver guidato con mano ferma il timone del Paese sotto la tempesta della pandemia, in uno dei momenti più drammatici della storia contemporanea.

Ha avuto ragione, Francesco Merlo su Repubblica, a definire i pentastellati i fondatori della Cretinocrazia?
Quando il giovanissimo Francesco Merlo arrivò al Corriere, non fui il solo a pensare: ecco un vero talento! Detto ciò, gli capita di prendere delle posizioni, a volte, troppo di pancia… Si ha come l’impressione che attacchi certi personaggi, a cominciare dai grillini, semplicemente perché gli stanno sulle palle.
Nel suo libro “Solo la verità lo giuro” ha scritto: Sì, mi sono divertito ma la festa è finita da tempo…” Quando è finita la sua festa?
La mia continua, io sono un eterno festaiolo, e vorrei divertimi ancora, ma forse non è più tempo Mi riferivo alla carta stampata, oramai sempre più in declino. Ho avuto la fortuna di vivere un’epoca purtroppo scomparsa: al mattino, quando sfogliavi i quotidiani, potevi leggere Scalfari, Montanelli, Bocca, Biagi, Pansa. Ma tutto il livello della scrittura era eccellente.
Le fa paura essere vecchio?
Abbastanza. L’ anno prossimo compio ottant’anni, e temo, inutile girarci intorno, il peso dell’anagrafe. Provo a tenermi su, a cercare di non apparire decrepito. Mi fanno paure le rughe, il camminare un po’ ingobbito, qualche vuoto di memoria. Una volta al giornale si diffuse la voce che ero defunto. Appesi in redazione un cartello in cui citavo Mark Twain: “Spiacente di deludervi, ma la notizia della mia morte e fortemente esagerata”.

Condivise quella assurda lista di proscrizione che Gad Lerner fece, parlando dei vari Feltri, Sallusti e Belpietro?
No, per carità. Io sono contrario a qualsiasi lista di proscrizione. Non penso sia elegante, anche perché la leggiamo solo nel nostro circoletto. L’ho già detto: da dove proviene l’autorità per amministrare il bene e il male? Il fondatore de le Monde disse una cosa perfetta: il giornalismo consiste nell’osservare, riflettere e scrivere, possibilmente bene.
Dei tre, chi porterebbe, immantinente, al Fatto, se aveste i soldi per pagare…?
Vittorio Feltri. È divertente, cattivo nella maniera giusta, ha un’esperienza straordinaria, è perfido, volutamente bastardo. Ha tutte le caratteristiche che un giornalista deve possedere per non annoiare i lettori. Se scrivesse sul Fatto, probabilmente perderemmo molti nostri lettori. Sallusti e Belpietro sono efficaci ma meno divertenti
“Il modo in cui Travaglio ha dato credito e spazio a Trump e Putin è stata, per me, una cantonata…”, così mi ha detto Lerner. Lei ci sta capendo qualcosa su qual è la vera linea del giornale?
Il nostro giornalismo non è fatto per elogiare o sostenere questo o quello. Al contrario ci diverte, soprattutto, criticare, attaccare. Godiamo nel prendere a calci sugli stinchi l’avversario. Non esiste nessuna nostra vicinanza a Trump o a Putin. Noi non siamo trumpiani men che meno putiniani. Abbiamo semplicemente criticato gli errori commessi dall’amministrazione Biden e l’assenza totale della diplomazia nei conflitti che, ahinoi!, stiamo vivendo. Speriamo solo che Trump, nonostante i suoi atteggiamenti da Joker riesca, in qualche modo, a facilitare un compromesso, una soluzione…

Ha ancora voce in capitolo? O non conta più nulla?
Le attestazioni di stima quando vado in giro per l’Italia comprovano la mia esistenza in vita…
Al giornale la coinvolgono ancora?
Chiariamo: nessuno mi deve coinvolgere… Vorrei ricordarle che oltre ad essere il fondatore di questo giornale, sono anche uno degli azionisti di riferimento del gruppo editoriale.
Quando Furio Colombo sbatté la porta e se ne andò perché mal sopportava alcuni commentatori assoldati da Travaglio, le è capitato di pensare: forse Furio ha ragione?
No, Furio aveva totalmente torto. Non poteva dire: o io o Orsini. Più volte ho provato a fargli cambiare idea, ma, essendo troppo orgoglioso, è stato impossibile farlo tornare su posizioni più concilianti.
Dopo un decennio di direzione, chi vedrebbe bene al posto di Travaglio?
Sempre Travaglio! Dio ce lo conservi…
Travaglio non è eterno e infallibile…
È ancora giovane, finché ha energie sta bene dove sta. Al momento, non penso a sostituti…
Cosa manca al Fatto per diventare un grande giornale, o giornalone, parola che tanto usate nei vostri articoli?
L’epoca dei giornaloni è finita, basta confrontare le copie vendute oggi con quello che si vendeva 15 anni fa… Probabilmente, oggi hanno più spazio i giornali identitari: sai cosa sfogli, cosa leggi…

Questo è un limite, però: sapere che minestra mangerai la mattina… Che noia, Antonio, così…!
È un limite, certo. Oggi, però, bisogna difendere quello che si ha, il difendibile. Un tempo vendevamo quasi 100mila copie…
E adesso? Miseria…
Con la carta stiamo sulle 25mila copie… Arriviamo a 100mila, ma con gli abbonamenti digitali, che, però, rendono molto meno.
Ha mai temuto di fallire con il giornale?
All’inizio, sicuramente. Prima che uscisse il primo numero, dissi chiaramente alla ciurma: ragazzi, se questo giornale non raggiunge l’obiettivo che ci siamo prefissati nell’arco di un mese, chiudiamo subito i battenti. Ricordo gli sguardi perplessi di alcuni che avevano lasciato giornali importanti, come Telese, Lillo, Gomez. Se avessimo fallito, le mogli mi avrebbero inseguito con il forcone…
Vi teneste a galla perché gli stipendi erano da miseria, da fame… Malcom Pagani mi ha raccontato che, agli inizi, guadagnava 1100 euro…
Sì, è così, io, addirittura rinunciai allo stipendio poiché percepivo già la pensione…
Ha contato più l’amore o il lavoro, per lei?
Per il tempo speso e investito, il lavoro ha assorbito gran parte della mia esistenza.
Quante ore passava al giornale?
Consideri che arrivavo alle 9 del mattino, e tornavo a casa alle 11 di sera. Ma la giornata, in realtà, non finiva mai: la notte non dormivo quasi, rimuginavo sui titoli, sulle cazzate fatte, gli sbagli…

Come lo giudica il declino di Michele Santoro, per anni vostro compagno di lotta?
Ha avuto una stagione televisiva straordinaria e, poi, come succede a tutti, ci sono delle epoche che si chiudono…
Cosa successe tra voi?
Tutto nacque dal referendum costituzionale, quando Renzi era a Palazzo Chigi. All’inizio lui si pronunciò per il No convinto, come tutti noi, del resto. Nelle riunioni di redazione arrivò a proporre una sorta di catena umana che da Bolzano a Trapani unisse tutta l’Italia per coinvolgere i cittadini a votare no. Poi, dopo qualche mese, venne alla festa del Fatto, in Versilia, e sembrò abbastanza perplesso sul da farsi. Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata quando rilasciò un’intervista al Foglio in cui attaccava ferocemente Travaglio, e il nostro giornale. Naturalmente la prendemmo malissimo e i nostri rapporti si chiusero definitivamente.
Chi volesse, liberamente, sostenere questa piattaforma, e renderla ancora più libera
anche di girovagare per l’Italia, da oggi può…!
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Qual è stato il momento di maggiore sconforto nella sua carriera giornalistica?
Quando il Corriere della Sera fu coinvolto nella P2. Scoprire che l’editore, il direttore, Franco Di Bella, e alcuni giornalisti, erano affiliati alla Loggia, fu un durissimo colpo. La notizia che Di Bella era nella lista gliela portai io durante la riunione del mattino. Roberto Martinelli che, all’epoca era il capo della redazione romana annunciò: Franco c’è Antonio che ha portato l’elenco… Benissimo, Antonio – fu la risposta del direttore: chi c’è in questo elenco? Volevo sprofondare, ma riuscii a mormorare: veramente direttore c’è anche il tuo nome…
E lui?
Disse solo: scrivete tutto. Poi, il pomeriggio si dimise…
Quali giornalisti l’hanno tradita o delusa?
Bah, noi i giornalisti siamo un po’ tutti traditori….
… Puttane anche…
No, ma figli di puttana, sì… Nessuno è un santo.
E personale?
Quando ho smesso di fare il direttore e mi sono reso conto del vuoto che improvvisamente avevano le mie giornate. Ero in questa macchina infernale che è un giornale, e, all’improvviso, sembrava era finito. Quindi mi sono dovuto ricreare una mia identità, attraverso i libri e la televisione.
Ha temuto di essere travolto dalla depressione?
Ho sofferto di depressione quando ero capo della redazione romana del Corriere. Avevamo la concorrenza feroce di Repubblica: ogni mattina, quando aprivo il giornale e lo confrontavo con il quotidiano di Scalfari, i buchi che prendevamo, soprattutto sulla politica, facevano male. A Milano, ricordo, c’era Giulio Anselmi, il quale non me ne faceva passare una, e aveva ragione. Mi dicevo: cavolo, ho una redazione di giornalisti con i fiocchi – Ferrara, Merlo, Paolo Franchi, Palombelli, per fare qualche esempio – e non sono in grado di farli giocare bene, per usare una metafora calcistica… Quindi mi caricavo di questa enorme responsabilità perché prendere un buco, mi logorava e mi sentivo un fallito…

