VITTORIO FELTRI, IL GIORNALISTA QUALUNQUE

Il mio primo incontro con Feltri risale a circa un anno e mezzo fa. Lo raggiunsi nel quartiere generale di Libero, dalle parti di Corso Buenos Aires. A Milano, ricordo, si respirava già aria estiva, il centro era desolante e vuoto. Era un sabato afoso, pigro, e tanti bauscia, con i loro Suv, stavano già scappando verso le località balneari della Liguria.

Quando finimmo l’intervista, mi accorsi, in realtà, che tante cose avrei voluto ancora chiedergli; non ero sazio di quello che mi aveva raccontato. Mi dissi, scappando verso la stazione Centrale, che il puzzle del ritratto andava completato con un altro incontro.

E così, dopo il suo trasferimento, l’ennesimo, al Giornale, finito ormai nelle mani degli Angelucci, decido di chiamarlo per sondare la sua disponibilità. “Va bene – mi risponde – quando vuoi, raggiungimi: ti aspetto a casa”.

Circondato da meravigliosi gatti, sfuggenti e imprevedibili, proprio come la sua penna, Vittorio Feltri, nonostante nuoti nei bordelli del pensiero, per dirla con Balzac, da più di quarant’anni, con palmare spavalderia, spregiudicatezza, cinismo, ma senza mai prendersi troppo sul serio, ha conservato, ancora, quella curiosità verso gli altri.

A ottant’anni compiuti da poco, la voglia di scompaginare le carte, provocare, graffiare, proprio come i suoi amati felini, è intatta. Seduto su una calda poltrona, sbuffando fumo senza sosta, l’Irriverente, titolo, tra l’altro, di un suo sugoso saggio di qualche anno fa, non fa una piega: ascolta e risponde senza mai scomporsi; non si tira mai indietro, neanche quando deve fare i conti con qualche cappellata professionale, o, ancora, quando si smaschera nella vita privata…

Nell’asfittico e noioso universo dell’informazione, sempre piegato verso il conformismo il più ottuso, arido di sfumature, di colori i più vari, le scudisciate feltriane, anche quelle più provocatorie e divisive, sono un bello schiaffo alle parrocchie ortodosse e alla fiera delle banalità.

* * *

vittorio feltri intervistato da francesco melchionda

Vittorio, a giugno hai compiuto la bellezza di 80 inverni. Ci speravi o, come capita a tanti, pensavi e temevi di morire prima?

Il rischio di morire prima esiste sempre, quindi un retropensiero ce l’hai anche a vent’anni… Compiuti gli ottant’anni, ho avuto un contraccolpo psicologico che, sinceramente, mi ha preso un po’ alla sprovvista. Nel frattempo, ho avuto anche dei problemi di salute, che mi hanno indebolito molto. Però, ho continuato a lavorare e scrivere tutti i giorni, compresi i giorni di festa…

Nonostante i tuoi ottant’anni, ti senti vecchio?

In questo periodo, sì… Ma non mollo di certo: mi riprenderò per tornare ad essere come quando ne avevo settantanove…

Hai trovato un modo di ribellarti alla tua vecchiaia e al decadimento?

Da un punto di vista mentale, mi sento benissimo, e questo conta moltissimo. Devo trovare il modo di rimettermi in forma fisicamente: ultimamente faccio fatica a mangiare e questo mi rode, perché mi ha indebolito molto…

Sei sempre stato sprezzante, arrembante, impavido, nella scrittura e nella dialettica: forza, donne, soldi, potere, non ti sono mai mancati. Ti pesa, adesso, essere più vulnerabile e fragile e, magari, invisibile agli occhi delle donne?

Diciamo che le donne mi piacciono ancora molto ma non mi ricordo perché… Per quanto riguarda il sesso, devo dirti che la fatica è tanta, il piacere dura poco, e la posizione è ridicola…

Mi hai detto, una volta, che amare, per te, è una parola impegnativa. Perché? Non hai mai conosciuto questo sentimento?

Ho provato dei sentimenti, certo, però la parola amore mi pare stia meglio nelle canzonette…

vittorio feltri intervistato da francesco melchionda

Hai mai fatto follie per amore o per una donna in particolare?

No, non penso di averne fatte

Per paura?

No, anzi. Non sono l’uomo che fa follie o dei corteggiamenti ossessivi. Capivo subito, quando mi piaceva una donna, se potevo arrivarci o meno e, devo dirti, che questo atteggiamento mi ha risparmiato un sacco di fatica e di tempo.

Spesso dici che il sesso è sopravvalutato. Perché, allora, lo hai praticato, negli anni della tua forza e virilità, senza freni?

Senza freni non direi… Però, ad un caffè, ho sempre preferito una bella donna…

Fiutando gli umori delle persone come pochi, le tue diversificazioni sessuali, tante, hanno fatto soffrire più Enoe o i tuoi figli?

Ai ragazzi non ci ho mai pensato, perché sarebbe ridicolo. Con mia moglie, certo, abbiamo avuto qualche discussione, ma, alla fine, mi ha compreso.

Ti hanno insegnato qualcosa le tante donne che hai avuto?

Qualsiasi persona incontri, se abbastanza interessante, può lasciarti qualcosa… Non erano solo scopate, per me…

Sì, ho capito, ma qualcuna ti avrà regalato qualcosa di più profondo, suvvia…!

La compagnia, mentale e intellettuale. È sempre bello scoprire qualcosa di nuovo grazie agli altri.

vittorio feltri intervistato da francesco melchionda

A parte tua moglie Enoe, c’è qualche donna che vorresti ricordare in questa occasione?

Si, ce ne sono, ma sarebbe volgare ricordare delle donne con le quali, ora, non ho più rapporti. Ma non pensare che ce ne siano tante: due, tre, al massimo…

Beh, allora citale, non aver paura…

Lasciamo perdere…

Nel corso della tua lunghissima carriera, hai lanciato e sponsorizzato tantissimi giornalisti: chi sono stati gli ingrati? Fammi qualche nome…

Bah, non mi pento di aver dato la possibilità a tanti di fare carriera. Se faccio qualcosa, non è di certo per essere ringraziato…

Vittorio, insisto: qual è stato l’ingrato per antonomasia… Ti faccio un nome che, sicuramente, ti ricorda qualcosa: Mario Sechi… Una volta, in un lungo articolo su Libero, ricordo, lo hai anche raccontato. Mi sbaglio?

Quando Belpietro fu nominato direttore di Libero, se lo prese come vice. La prima dichiarazione pubblica che fece fu questa: finalmente riusciremo a mandare Feltri in pensione. Ho subito pensato: secondo me, ci vai prima di me…!

Giornalisticamente parlando, cosa invidi a tuo figlio Mattia?

Assolutamente nulla!

vittorio feltri intervistato da francesco melchionda

Pensi che la sua scrittura sia più valida e ficcante della tua?

Ad esserti sincero non ci ho mai pensato e, poi, l’invidia è un sentimento che mi è totalmente estraneo…

Ogni volta che c’è il valzer delle poltrone, Mattia Feltri sembra sempre pronto per essere nominato a capo di qualche giornale importante. Poi, chissà perché, scelgono altri. Hai mai pensato che il tuo nome potesse nuocergli, soprattutto negli ambienti della sinistra?

Questo può darsi… Penso che ci siano delle situazioni nelle case editrici che non consentono agli editori di fare le scelte più giuste. Nella maggior parte dei casi, i proprietari dei giornali non sono “puri”, hanno interessi soprattutto in ambito economico e finanziario. Le faccio un esempio: gli Angelucci hanno delle cliniche private, e quando devono nominare un direttore, si fidano delle loro orecchie, ma non basta, e spesso sbagliano perché non hanno le competenze.

Con Stefano Lorenzetto, avete scritto questo libro: “Il Vittorioso. Confessioni del direttore che ha inventato il gioco delle copie”. Come mai sei così ossessionato dal numero di copie di vendute. Non pensi che, alla fine, questa insistenza porti magari a fare delle porcate? Hai fatto tuo il motto di Afeltra, vale a dire buttare un po’ di merda…

Ossessione è una parola grossa, però, da direttore, perseguo dei risultati. Oggi i giornali, non vendendo più, sono sul lastrico, e i giornalisti guadagnano come i poliziotti. Io penso che i soldi non siano tutto, ma senza soldi non sei un cazzo…!

Tra le tante che hai combinato, qual è la peggiore che hai fatto pur di adulare il pubblico o di portare a casa qualche copia in più?

Qualche incidente c’è stato, inutile negarlo. Quello che mi ha dato più fastidio è stato il caso Boffo…

Ti ha marchiato quella cosa lì…

Non me ne fotte un cazzo! Ma ti voglio raccontare com’è andata realmente. Il mio vice mi porta un documento…

vittorio feltri intervistato da francesco melchionda

… Innanzitutto: chi era il tuo vice?

Sallusti… Il contenuto che mi consegna era autentico, il problema è che non era l’originale, ma una fotocopia…

Come mai non ti arrivò l’originale?

Questo non lo so… Era un documento che fecero girare i vescovi. Ti segnalo una cosa: dopo la pubblicazione di questo articolo, che mi ha rovinato un po’ la reputazione, Boffo è scomparso dalla circolazione. Vuol dire che avevo centrato il problema…

Perché, secondo te, i vescovi italiani avevano interesse a farlo fuori?

È una domanda che non mi sono mai posta.

Ti arrabbiasti con Sallusti?

Sì, ma non solo con lui, anche con la redazione, rea di non aver fatto i controlli che doveva. Non è che poteva fare tutto il direttore!

Ricordi altre scivolate?

No.

Di quale scoop vai più fiero?

Il caso Tortora. Ero a Napoli a seguire il processo; la sera, mentre gli altri giornalisti passavano il tempo a giocare a carte, io mi ritiravo in albergo.  Avevo le carte processuali sul tavolo: un po’ annoiato, ho cominciato a sfogliarle. Scorsi subito diverse contraddizioni; la prima era questa: Melluso, uno dei pentiti, sosteneva di aver venduto, in una scatola di scarpe, della cocaina a Tortora, in piazzale Loreto… Cinque pagine dopo Piazzale Loreto era diventato Piazzale Lotto; poi ricordava di aver consegnato la scatola il 5 maggio.

Preso dallo scrupolo, telefono ad un mio amico archivista del Corriere e gli chiesi dove si trovasse il 5 maggio questo Melluso. Dopo un paio di ore mi telefona e mi fa: Vittorio, Melluso il 5 maggio si trovava nel carcere di massima sicurezza di Campobasso. Lì mi si è aperto un orizzonte nuovo: cazzo, mi son detto, come si fa a non fare controlli così elementari?! La seconda, invece, era questa: negli atti, era riprodotta l’agendina di un altro pentito, tale Pandico, che accusava sempre Tortora. In questa agendina, in effetti, c’era il nome di Tortora ed un numero di telefono… Allora, cosa faccio io? Prendo questo numero e chiamo: dall’altra parte del telefono mi risponde un signore e mi fa: “Ma chi sei? Ma che cazz vuoi?” Cavolo: non era Tortora! E anche qui non avevano controllato! Fu una battaglia incredibile, anche perché il caso si risolse dopo anni… Tutti gli inviati consideravano Tortora colpevole, io ero l’unico innocentista, non per bravura, ma per istinto…

vittorio feltri intervistato da francesco melchionda
Guardaroba feltriano

Qual è stato il momento più basso, o difficile, della tua carriera?

L’inizio, quando ero collaboratore esterno dell’Eco di Bergamo. Scrivevo di cronaca e un po’ di cinema… Ad un certo punto, si tratta di assumere dei giornalisti: scartano me perché l’entourage della direzione ne sceglie altri due. Ci rimango male. Ti segnalo che questi due passano poi l’esame per diventare giornalisti grazie alla raccomandazione di Donat Cattin… Dopo poche settimane, però, mi agganciarono quella della Notte. Comincio a seguire, per il quotidiano diretto da Nino Nutrizio, la cronaca di Bergamo, che era la mia città.

Dopo un po’ mi trovo al cospetto di Nutrizio. Quando ci vediamo faccia a faccia, mi dice: sa, Feltri, non so se posso assumerla. Se dopo quattro anni di collaborazione con l’Eco di Bergamo, che è il giornale più brutto del mondo, lei non è riuscito a farsi assumere, devo presumere che lei sia un cretino. Però, io non mi fido del giudizio altrui, e la metto alla prova per tre mesi. Dopo un mese e mezzo di lavoro, arriva Natale. C’è un caso di cronaca pazzesco. Una signora viene ammazzata in casa a coltellate, alla presenza di una bambina di tre anni. Mi fiondo subito lì e, dopo aver preso tutte le informazioni del caso, scrivo il pezzo. Il giorno dopo, speranzoso di trovare l’articolo, vado in edicola e non trovo la notizia. Ero davvero disperato… Ma decido comunque di sfogliare la Notte partendo dall’ultima pagina. L’occhio cade subito sulla mia firma, e sobbalzo dalla sedia per la felicità,  perché non era neanche un brutto pezzo, anzi. Dopo pochi minuti, mi chiama la segretaria del direttore, che mi fa: Feltri, ti passo il direttore, vuole parlarti. Dall’altra parte del telefono Nutrizio mi dice subito: caro Feltri, come avrà capito, il pezzo di stamattina, è stato di nostro gradimento. Siete assunti in pianta stabile, ma non montatevi la testa. Siete e sarete sempre solo un cronista.

Recentemente, ho chiesto a Travaglio: quale giornalista vorresti al Fatto? Lui mi ha detto: Feltri, ma è troppo attaccato ai soldi. Come mai hai questa bramosia del denaro? Che te ne fai, poi, Vittorio, di tutti questi soldi? A parte i vestiti, non hai particolari vizi, non fai nemmeno le vacanze…

Ho anche i cazzi miei, e uno i soldi li usa come vuole…! Non penso di essere bramoso, cerco, come tutti, di guadagnare solo di più. Sono sicuro solo di una cosa: che i soldi ti danno la libertà. E con quello che ho guadagnato ho comprato casa a tutti i miei figli e ben otto bilocali a mia moglie…

vittorio feltri intervistato da francesco melchionda

Perché non fai vacanze da più di quarant’anni?

Perché mi annoierei a morte! Pensa se dovessi andare a Cortina: che due coglioni…! Un tempo lo facevo, magari per presentare i miei libri, ora me ne fotto!

Sempre Travaglio, in una intervista fatta con Sabelli Fioretti, ti ha incluso tra i voltagabbana. Vittorio Feltri – così dice Travaglio – un caso clamoroso. Nel ’92 e ’93 scriveva cose fortissime. Quando si suicidò Moroni scrisse che al posto suo si sarebbe suicidato due volte. Oggi ripete a pappagallo qualsiasi attacco ai magistrati”. Vittorio, insomma, sono lontani i tempi forcaioli dell’Indipendente… O no?

Travaglio non tiene conto di una cosa: ero amico di Di Pietro, e, quando lo vedevo, gli dicevo: scusa, Tonino, ma tu stai mettendo in galera tutti, tranne i comunisti. Lui mi diceva sempre: tempo al tempo. Dopo un po’ mi sono incazzato: se tu fai un’inchiesta solo su una parte politica, lasciando i comunisti, che si sono comportati allo stesso modo, c’è qualcosa che non funziona. Non c’entra nulla con l’essere voltagabbana, e l’ho anche detto a Travaglio.

Diventando direttore del Giornale, non potevi più essere un sostenitore dei giudici in maniera fanatica. Berlusconi ti avrebbe tolto subito la poltrona…

Puoi anche non crederci, ma Berlusconi non mi ha mai telefonato per dirmi cosa dovessi fare o dire, o per lamentarsi di qualcosa. È stato il migliore editore che io abbia avuto. L’unico impegno che io ho preso con lui è stato quello di rafforzare le vendite e fare un buon giornale.

Se Berlusconi ti avesse telefonato per dirti: Vittorio, basta elogiare i giudici, tu da direttore del Giornale, cosa avresti fatto? Te lo sei mai chiesto? stato quello che ti ha fatto godere di più? Perché?

Ad essere sincero, non me la sono mai posta questa domanda.

Sei più tollerante dinanzi ai peccati della carne o dinanzi alla disonestà?

La disonestà, senza dubbio, perché mi fa schifo.

Tra tutti i giornali che hai diretto, qual è stato quello che ti ha fatto godere di più? Perché?

È stato proprio il Giornale, perché subentrare a Montanelli, non era roba per tutti. Pensa che dopo un anno e mezzo, ho raddoppiato le copie. E, in quel frangente, ho goduto moltissimo. Berlusconi, pensa, mi ha regalato il 7% delle azioni del Giornale, più il 7% del palazzo di via Negri che, all’epoca, era la sede del quotidiano. Raggiunti i risultati, in quel preciso istante, ho dato le dimissioni perché volevo riscuotere la liquidazione. Quando sono andato a incassare, mi son portato appresso la carriola: i quattrini erano davvero tanti…

Quanto ti offrì Berlusconi per assumere la direzione del fu giornale montanelliano?

Se non ricordo male, settecento milioni di lire annui…

vittorio feltri intervistato da francesco melchionda

Chi ti ha insegnato a fare contratti milionari?

Enzo Biagi, il quale mi diceva sempre di non farsi ingolosire dinanzi alla prima offerta, e di restare freddi… Far capire, insomma, all’interlocutore che tu stai comunque bene e che se ti vuole veramente di certo non può accontentarti con delle carezze…

Quelle, al massimo, te le fai fare dalle donne!

Esatto.

Sei mai stato disonesto intellettualmente?

Intellettualmente, non penso di aver fatto del male a qualcuno…

Ti sei mai sentito inferiore a Montanelli, soprattutto agli inizi della tua direzione al Giornale? Vendere copie non significa automaticamente essere bravi…

Io sono inferiore a Montanelli, soprattutto nella scrittura, che era meravigliosa.

Indro non era un grande direttore, però…

No, e lui lo diceva anche… Sia detto senza arroganza: come direttore valevo molto più io…

Quali sono i giornalisti che hanno reso il Giornale prestigioso e autorevole?

Stefano Lorenzetto, ma anche Belpietro è stato un ottimo collaboratore… Ma ne ho avuti anche altri…

Ficcavi il naso anche nella famosa Terza pagina? Ti interessava?

Moltissimo, tant’è vero che misi Stenio Solinas a capo delle pagine culturali. Stenio era un vero fuoriclasse.

Che rapporti hai con Belpietro?

Buoni…

vittorio feltri intervistato da francesco melchionda

Avete mai litigato?

Litigato no… Ma una volta, quando mi scadde il contratto di collaborazione con il Giornale, decise di non rinnovarmelo…

Perché?

E che cazzo ne so…!

Intervistato da Panorama, a Montanelli, chiesero di te: “Quando sfoglia il Giornale di Feltri che in edicola sbaraglia, cosa pensa?”. Risposta: “Mi sembra di avere un figlio drogato, che vellica i peggiori istinti del pubblico”. Che dici: aveva ragione l’uomo di Fucecchio?

Facevamo lo stesso tipo di giornale: io non ho fatto altro che applicare il suo metodo… Una volta chiesero a Indro: Feltri è un tuo allievo? No, però, quando lo leggo, è un mio parente…

Preferivi Montanelli o Bocca?

Montanelli, senza dubbio… Aveva un’altra classe…

Racconta Mazzucca, vice di Montanelli, che tu e Belpietro, quando hai preso il posto di Indro al Giornale, passeggiavate in via Dante, sotto la direzione della Voce. Era un gesto di sfida e scaramanzia. E quando Montanelli ti vedeva, ti faceva le corna…

Perché avevi questo rito, direi di arroganza?

Era una cosa scaramantica; c’era una sfida tra noi e loro, tant’è vero che, poi, la Voce chiuse dopo un anno perché vendeva pochissimo. Non volevo essere arrogante, anche perché sapevo che il giornale non lo faceva Montanelli,  ma quattro imbecilli incapaci anche di indovinare una copertina…

Facci mi ha raccontato che, per un bel torno di tempo, quand’eravate a Libero, hai chiesto la sua testa. Cos’era successo tra voi?

Mai chiesto la sua testa. Facci dice una stupidaggine… L’ho sempre tenuto in grande considerazione. Tant’è vero che lo facevo scrivere in prima pagina.

vittorio feltri intervistato da francesco melchionda

Che sentimenti hai provato quando hai scoperto che Renato Farina, tuo vicedirettore a Libero, lavorava per conto dei Servizi Segreti, fornendo informazioni e pubblicando notizie false? Disprezzo, delusione, rabbia?

Mi ha stupito la stupidità di un giornalista bravo come lui.

E perché lo ha fatto?

Penso sia stata vanità… Io avevo la scorta, e, probabilmente, la voleva anche lui…

Lo cacciasti?

No, anzi, lo tenni, cambiandogli il contratto, perché ho sempre voluto aiutarlo, ma dandogli comunque dello stupido.

Non hai avuto sentore che stava facendo anche altro?

Onestamente, no, anche perché era sempre molto presente al giornale…

Perché hai fondato Libero? Volevi metterti alla prova?

Perché volevo far capire ai lettori che ero in grado di fare un giornale di centro-destra senza essere sospettato di prendere ordini da Berlusconi. Ad un certo punto, Libero vendeva più del Giornale…

Perché, poi, lo hai mollato?

Perché i giornali sono un po’ come le donne: dopo un po’ ti rompono i coglioni…

vittorio feltri intervistato da francesco melchionda

Da anni il tuo andirivieni è il seguente: Giornale – Libero – Giornale. Nessuno che ti vuole altrove, Vittorio? Come mai?

Ho diretto anche Il Giorno, il Carlino, ma lì ho fatto davvero fatica, perché l’ambiente era malato…

In che senso?

Era un ambiente pigro, avevano le loro abitudini, non si riusciva a stimolare i giornalisti. Era come lavorare alla Posta. Ma anche con Riffeser non mi trovai benissimo…

E perché?

Non riuscivo a decifrarlo… Un giorno stava sul melo, quello successivo sul pero. A quel punto, me ne andai e fondai Libero…

Con quali soldi hai fondato Libero?

In parte con i miei, e poi con i quattrini di un altro socio (di maggioranza) che, dopo un po’, si suicidò, a Rimini, buttandosi con la macchina da un ponte. Dopo pochissimo tempo, però, si fanno avanti gli Angelucci. Controllano i conti, i costi, e prima di darmi una risposta definitiva, mi fanno una proposta irrinunciabile: volevano anche le mie quote, e io gliele cedetti, anche perché gli Angelucci volevano essere i padroni assoluti del giornale. E così, durante la trattativa che si tenne a Roma, vendetti loro anche le mie quote. Dopo aver espletato tutte le pratiche burocratiche, andammo a festeggiare in un ristorante. Angelucci senior mi diede una busta, che non volli, per educazione, aprire dinanzi a lui. Dopo un po’, preso dalla curiosità, andai in bagno. Tolsi la busta dalla giacca e l’aprii: dentro c’era un assegno di due miliardi. Tornai a Milano felicissimo.

Ti dava fastidio da direttore di Libero, non poter parlare di sanità e non infastidire i tuoi nuovi padroni?

No, perché della sanità non me ne fregava un cazzo…!

Come direttore, è soporifero più Molinari di Repubblica o Fontana del Corriere? Perché?

Molinari, senza dubbio; Fontana è più furbo: sa cavalcare l’onda…

Ti sarebbe piaciuto dirigere un giornale di sinistra?

No, per carità!

vittorio feltri intervistato da francesco melchionda

Qual è stato l’editore peggiore con cui hai dovuto fare i conti?

La Curia di Bergamo, perché decise di non assumermi come giornalista agli inizi della mia carriera…

Non ti sarebbe piaciuto chiudere la carriera, e morire, in via Solferino? Cairo, mi sa, non sborsa i soldi che pretendi…

No, anzi, mi ha offerto di venire al Corriere, però so bene che i soldi li tiene per sé, e gli ho detto di no. Che andavo a fare al Corriere…? Con quale ruolo?

Tutti i giorni, da decenni, con fare assolutamente abitudinario, la tua vita è soprattutto tra i giornali, come fosse una vera schiavitù. Hai mai pensato: cazzo, forse sono depresso, non può esistere solo il lavoro?

No, perché dato che il giornalismo è la mia passione, lavorare è un piacere. Quando non ci vado (raramente), mi infastidisco.

Avido, stronzo, cinico, freddo, spietato. Quale, di questi, ti appartiene di più?

Mi appartengono tutti, Francesco…!

Chi volesse, liberamente, sostenere questa piattaforma, e renderla ancora più libera
anche di girovagare per l’Italia, da oggi può…!

Anni fa, alla morte di tua madre, dopo i funerali, tornando a casa, ad un tratto, accosti la macchina e scoppi a piangere. È stato, per te, il momento di più grande solitudine…?

Mamma era molto vecchia… In quel momento mi sono sentito solo, perché era come se si fosse sradicata una radice: mi sono fermato con la macchina perché ho avuto una crisi di pianto, che è durata cinque minuti buoni…

La pensi ancora?

Spesso…

Pensi di aver lasciato una traccia, o la gente si dimenticherà di te subito una volta chiusi gli occhi per sempre?

Secondo me, si dimenticheranno di me dopo cinque minuti dalla fine dei miei funerali… Non ho scoperto la penicillina, ma ho fatto semplicemente il giornalista…

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INTESTATO A: MELCHIONDA FRANCESCO

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