BEPPE SALA, UN UOMO SOLO A PALAZZO MARINO…

Sempre più frequentemente mi capita di leggere sulle nostre povere gazzette, spesso illeggibili e noiose, che Milano è il motore d’Italia, che tutto parte da Milano, che la meritocrazia esiste solo a Milano, che tutto dipende da Milano, o quasi, e che se si vuole crescere, nelle tasche e nella mente, Milano è la tappa inevitabile per i destini di noi poveri sentimentali, per di più terroni e sfaccendati, e assolutamente allergici alle statistiche sul pil e reddito pro capite, e la finanza, e le stock options.

Stanco, allora, di tutta questa tiritera, francamente irritante e stucchevole, mi decido a contattare Beppe Sala, uno dei veri dominus della città meneghina. Scavando scavando, cerco di capire se Milano, poi, è tutto questo modello da seguire.

Ma, ancor prima del ruolo di sindaco che ricopre, mi incuriosiva raccontare e sondare l’uomo che, da Palazzo Marino, indirizza, influisce e comanda come e più di un ministro.

Fissiamo il nostro incontro di sabato: Milano, come spesso accade, è grigia, nessun barlume di luce, nessun colore, torme di gente affollano la Galleria, sempre “luccicosa” e finta. Lasciate per qualche ora le beghe dei “piangina” milanesi, Sala, puntuale, ci accoglie nel suo studio, a pochissimi metri dalla Scala, spesso al centro di continue e feroci dispute, di potere, di visibilità e, immancabile, di vanità.

Una volta accesi i microfoni, la nostra tenzone dura più di un’ora. A differenza dei politici di professione, opportunisti o privi di spina dorsale, Sala, non si è risparmiato, non si è tirato di certo indietro; ha affrontato di petto i drammi milanesi, tanti, che ho provato a snocciolargli, senza contorsionismi o elucubrazioni democristiane, anche su cosa è stato e su cosa vorrebbe essere una volta smessi i panni del primo cittadino.

Tornandomene nella disastrata e meravigliosamente decadente Roma, ho pensato e ripensato a quanto il potere dà e toglie; nella gigantesca e fredda stanza dove Beppe Sala ci ha accolti e dove, ogni giorno, prova a governare una città che corre veloce verso un futuro ignoto, e all’apparenza dorato, ho avvertito, nei suoi occhi, un senso di solitudine: quando si decide, si è sempre soli…

* * *

Sindaco Sala, cosa ricorda di Milano quand’era ragazzino?

In realtà, da ragazzino non vivevo a Milano, ma in Brianza; però, quando mi capitava di venire con i miei genitori, due ricordi molto nitidi sono rimasti impressi nella mia memoria: piazza Duomo, il simbolo per i milanesi; e poi il Salone del Mobile: mio padre era un imprenditore nel settore dell’arredo. Mi piaceva molto accompagnarlo perché, mentre lui parlava con i clienti, io guardavo, curiosavo, cercando di capire qualcosa della vita… Poi, crescendo e frequentando la Bocconi, ho conosciuto bene tutta Milano…

In una intervista ha detto di essere del Gemelli: anche lei crede in queste sciocchezze…? Mi stupisco di lei…!

No, l’oroscopo non lo ascolto per niente. Credo, però, alle caratteristiche dei segni zodiacali. E, devo dirle, mi ci ritrovo. In me convivono due aspetti: da un lato il rigore, l’ordine, dall’altro la follia…

Quasi bipolare, per certi versi…

Fondamentalmente ci sono due anime forti, mettiamola così! E l’una tiene e giustifica l’altra

Conosce la cosa pubblica grazie a Letizia Moratti. Le chiedo: ma lei cosa c’entra con la sinistra? La sua storia personale e professionale non ha nulla di sinistrorso…

La storia personale, quella relativa a quando ho fatto il manager, è chiaro che ha qualcosa di apolitico. Ma quando ho deciso di entrare in politica, in realtà ho attinto più alle mie istanze, alle mie passioni giovanili, e al mio cuore. Quando ero ragazzo, e si parla degli anni Settanta, non c’erano le vie di mezzo: o stavi da una parte o dall’altra, ed era davvero difficile trovare qualcuno che non fosse interessato alla politica. Pur facendo, poi, il manager, non è che perdi il sentimento, gli ideali…

Beh, quando si guadagnano milioni di euro, come le è capitato nella sua carriera da manager, è facile dimenticare le origini, da dove si è partiti… La storia è piena… È d’accordo?

Sono d’accordo sul fatto che la storia sia piena di casi del genere, ma non è proprio il mio caso. Ho guadagnato tanto ma alla fine faccio una vita più che normale. Con i soldi mi sono costruito una bella casa in Liguria, ma nel quotidiano non sono cambiato. A Milano abito a casa della mia compagna, il mio tempo libero lo dedico alla bicicletta, non ho bisogno di status symbol. 

Anche lei, come tanti della sua generazione, ha creduto alle scemenze della rivoluzione che tanti danni ha fatto in questo Paese?

Ci ho creduto. Per questo non mi scandalizzo quando i giovani di oggi sono un po’ utopici. Ma non facciamo finta di non capire che negli anni 70 eravamo usciti da nemmeno molto dalla dittatura fascista, era doveroso cercare altre vie.

Si è ravveduto delle sue idee politiche giovanili quando ha cominciato ad imborghesirsi?

Sono solo diventato più pragmatico, ma il cuore ha continuato a battere per le stesse istanze  

Lei non ha mai avuto la tessera, chessò, del partito comunista e, poi, quella dei Ds, e via discorrendo… Come mai?

Non ho mai avuto la tessera di un partito e, nella mia vita, alla fine, ho votato solo per tre partiti. Per i repubblicani, seppur brevemente, per i radicali e, da molti anni, per il Partito democratico e i suoi predecessori

Cosa non le piaceva della Moratti quand’era sindaco? L’antipatia palese, la freddezza, il suo distacco dalla gente comune, la sua ricchezza esagerata…

Non ero incosciente rispetto a quello che fosse la persona, però ho accettato di buon grado la proposta che mi fece, tra l’altro nata in maniera piuttosto casuale. La cosa nacque così: io avevo un rapporto molto intenso con un grande milanese, che era Bruno Ermolli, l’uomo di fiducia di Berlusconi. Una mattina Bruno mi chiama e mi fa: c’è bisogno di dare una mano alla Moratti e alla città. So che il tuo cuore batte dall’altra parte, però ti si chiede di fare un lavoro tecnico, vacci a parlare e vedi un po’. È chiaro che io, rispetto a Letizia Moratti, sono molto diverso. Della Moratti apprezzo la determinazione e il fatto che non molli mai. Ma ha idee conservatrici, ai miei occhi rappresenta un mondo non adatto alla contemporaneità. 

Lei, come ha detto all’inizio, è brianzolo: cosa detesta dei milanesi?

Penso che i milanesi, innanzitutto, cambino spesso. Vivendo a Milano da tanti anni, ho riscontrato, in loro, due caratteristiche importanti: nonostante i tempi in cui viviamo, continuano ad essere generosi; ma, al contempo, sono molto esigenti. Io, ad esempio, non so se riuscirei a fare il sindaco di Roma: penso sia un’operazione molto complessa. I romani, e lo dico con amore, alla fine sono in un’accettazione quasi supina, rassegnata, come se le cose non potessero mai cambiare realmente. I milanesi, invece, sono molto esigenti, incalzanti, ogni giorno ti chiedono un’idea, una prospettiva… Per chi, come me, guida questa città, tutto questo richiede un grandissimo impegno. Oggi come oggi, non voglio fare la vittima ma devo dire che lo stress è davvero notevole. Detto ciò, non mi sono mai pentito della scelta, e come uomo sono molto felice.

Sindaco, io le ho chiesto cosa detesta dei milanesi, e lei mi dice che i milanesi sono generosi ed esigenti. Sono qualità, queste… Mi dica, piuttosto, cosa non le piace…

Non mi piace il fatto che, nel loro pragmatismo, i milanesi dovrebbero capire che non tutto si può fare. Ogni sistema, una famiglia o un Comune, hanno limiti di “spesa”. Ecco, vorrei che i milanesi si rendessero di più conto che i soldi per il Comune non vengono giù da una pianta. 

Quante volte, svegliandosi al mattino, le capita di dire: ma chi me lo ha fatto fare?! Insomma, governare centinaia di migliaia di teste di cazzo, ogni santo giorno, non deve essere facile…

No, questo non mi capita di pensarlo. Ma me lo chiedono spesso i miei amici, quando mi vedono in difficoltà o in sofferenza. Quando ho iniziato il mio primo mandato, la gente mi salutava dicendomi, quasi sempre: buon lavoro, sindaco, che è una cosa molto milanese. Ora, a distanza di anni, mi salutano così: tenga duro, sindaco, oppure resisti. Oggi, ad esempio, faccio molta più fatica ad addormentarmi

Nel 1993, Peter Gomez e Goffredo Buccini scrissero: O mia bedda Madunnina… Libro inchiesta su Cosa Nostra a Milano. Dopo la mafia, nella città che governa sono arrivate anche la camorra e la ‘ndrangheta. Altro che capitale morale, come arrogantemente i milanesi descrivono la propria città. Lei che ne pensa…?

Bisogna tenere molto gli occhi aperti perché, lo vediamo, Milano è una città che attira moltissimo. In questi anni abbiamo messo su degli anticorpi importanti attraverso protocolli, controlli e un lavoro costante e proficuo con la Prefettura e la Procura. Detto ciò, non dobbiamo mai abbassare la guardia e sottovalutare il problema che lei ha segnalato con questa domanda. Toccando ferro, in questi otto anni di amministrazione non c’è mai stato uno dei miei accusato di aver tirato su un euro dal tavolo…

Eppure, sindaco, a Milano e dintorni le infiltrazioni non sono per niente diminuite, anzi… Vuol dire che state facendo poco…!

Bah, non penso. Alcuni comuni dell’hinterland sono stati sciolti proprio perché le mafie si stavano infiltrando…

 Lei, visti gli interessi, non ha paura?

No, assolutamente! Certamente faccio molta attenzione.

Amministra la città più drogata d’Italia; che rapporti ha avuto con le droghe, soprattutto da ragazzo?

Come tanti della mia generazione, spinelli ce ne siam fatti. Il tema che lei ha tirato fuori è molto delicato. In generale, tendo ad avere un approccio abbastanza di libertà e di scelta, rispetto anche alle droghe. Oggi, però, sto pensando a cosa è giusto, perché vedo una gioventù molto più influenzabile. Se fino a poco tempo ero su posizioni di assoluta scelta e di liberalizzazione, di questi tempi, al contrario, qualche dubbio ce l’ho. 

Quando si parla di Milano, declamate sempre la solita e ridicola solfa: business, sviluppo, crescita, soldi, fatturati, produttività, velocità. Vale la pena avere tutto questo se, poi, avete il primato di tossicodipendenti, frotte di barboni per strada, infelicità dilagante, case impossibili da acquistare, aria mefitica, e potrei continuare. È questo il modello Milano, sindaco?

Sulla crescita economica siamo un po’ obbligati perché è nel nostro Dna. Il punto è: vogliamo far scomparire gli homeless dal mondo? Certo, ma da qualche parte devono pur stare, e dove, se non nelle metropoli? Detto questo, la potenza del welfare milanese non ha paragoni. Che, poi, Milano sia la città ideale, questo sicuramente no; che le tossicodipendenze siano un problema significativo, non le posso dire di certo che va tutto bene. Sulla qualità dell’aria, certi dati lasciano un po’ il tempo che trovano, e, con questo, non voglio di certo sminuire il problema, anzi. Nella pianura padana vivono diciotto milioni di italiani, quasi un terzo della nostra popolazione. Nel dibattito pubblico, lei ha mai sentito parlare di questo problema? Il quindici per cento del nostro inquinamento deriva dagli allevamenti intensivi: lei ha mai sentito qualcuno affrontare di petto questi dati? Immaginare che il tema o il problema sia tutto del sindaco di Milano, penso sia profondamente sbagliato…

È molto facile, secondo me, avere il primato della ricchezza quando il confronto, impietoso, è con Roma, Napoli, Torino, Palermo, le altri grandi città italiane. Ma, alla fine, ad essere onesti, cosa vi manca per essere all’altezza di Londra, Parigi, Berlino, New York…?

La dimensione. E un sistema di trasporto pubblico che permetta di collegare Milano al suo hinterland. 

Albertini, Moratti e Pisapia, sono stati i sindaci che l’hanno preceduta; quale, dei tre, secondo lei, ha lasciato Milano in condizioni pessime?

Non per essere democristiano, ma il grande vantaggio di Milano è che il sindaco conta fino ad un certo punto perché c’è una società che si muove, che fa la sua parte, che il ruolo dell’amministrazione comunale, per certi versi ne esce un po’ ridimensionato. Penso, inoltre, che tra destra e sinistra ci siano ancora delle grandi differenze, e quando si diventa sindaci di una città come Milano, pur non facendosi prendere dalla megalomania e dall’arroganza, mi sembra giusto e doveroso dare un segno di discontinuità e rottura. Tanto per farle un esempio: quando ho fatto la mia prima campagna elettorale, la prima cosa che dissi fu questa: non mi sto candidando per fare la prosecuzione di Pisapia, e qualcuno pensò subito che fossi un po’ arrogantello…

Qual è stato, allora, il periodo più buio, recente ovviamente, di Milano?

Nell’ultima fase del mandato Moratti la città era bloccata da veti incrociati soprattutto fra Lega e Fratelli d’Italia e da una visione miope espressa dalla politica. Forse la Moratti era la meno colpevole. Ma ha giustamente perso, perché alla fine certe cose la gente le sente.

Quali sono gli errori che ha commesso, finora, da sindaco? Ce ne elenchi alcuni, i più gravi…

Mi hanno imputato molto di non aver compreso subito la gravità della questione pandemica; con il sennò del poi, sì, è stato un errore, ma chi, in quel momento, era consapevole di quello che ci stava accadendo?! Sulla questione traffico, mobilità, durante il Covid abbiamo fatto in fretta alcune cose, tipo le piste ciclabili. Sulla sicurezza, pur non sottovalutando affatto la questione, anzi, mi posso prendere delle colpe ma mi sto facendo carico di responsabilità di altri, è evidente. Proprio in questo periodo stiamo assumendo tantissimi vigili, e voglio ricordare che solo il venti per cento delle forze dell’ordine in campo dipendono dal sindaco, il resto dal ministro dell’Interno.

Se questi sono i suoi errori più gravi, mi viene da dirle che è molto clemente con sé stesso… O no?

E perché? Se non va bene Milano, chi va bene in Italia? E quello che Milano ha costruito è piovuto dal cielo? Tra il ruolo da direttore generale del Comune, Expo e i due mandati da Sindaco sto lavorando per Milano dal 2010. Avrò ben fatto qualcosa o no? 

Secondo lei, è più influente essere sindaco di Milano o ministro?

Beh, dipende innanzitutto dal ministero che ti danno; per molti milanesi, il compito del sindaco è più importante…

Il suo amico Piero Maranghi ha scritto, tempo fa, sul Foglio: “Oggi la Scala si è trasformato in un supermarket che fa cucina internazionale, si vedono e si ascoltano spettacoli identici a quelli di Amsterdam, Bordeaux, Dresda e non è più il teatro dei milanesi, come lo chiamava Stendhal”. È d’accordo?

No, non tanto. Mi sembra una critica un po’ ingenerosa. Certamente, Maranghi ne sa di più me, e quindi non posso che rispettare la sua opinione. Quello che posso dire è che oggi non è sicuramente facile gestire un teatro d’opera sia in termini di costi, che sono estremamente significativi, sia perché è evidente che ci dovrà essere una certa trasformazione di pubblico. 

È stato giusto far suonare un mostro sacro come Paolo Conte, nonostante Maranghi fosse contrario?

Assolutamente sì, ma scherza?! Stiamo parlando di un concerto all’anno. Questa inviolabilità della Scala mi sembra anacronistica… L’operazione Conte la difendo, eccome!

Non trova sia indegno assistere a tutti gli intrighi ogni volta si deve nominare il nuovo Sovrintendente della Scala…? Lei quali responsabilità si addebita?

Da quando sono sindaco mi è capitato solo una volta di nominare un Sovrintendente, che è Meyer. Ora siamo alla vigilia di una nuova scelta o anche di prorogare l’attuale. È chiaro che, per il ruolo che ricopro, devo tenere buoni i rapporti anche con il governo, che finanzia il teatro mettendoci circa 30 milioni di euro. Allo stesso tempo, però, non posso permettere che il governo entri a gamba tesa su una scelta del genere, tra l’altro profondamente milanese. Devo stare molto attento a queste istanze. Il cda della Scala è composto da persone con capacità, di una certa età ed esperienza, vedremo quello che succederà… 

Sì, ma non ha risposto alla mia domanda: perché, sovente, dietro ad ogni nomina, si scatenano baruffe invereconde?

Ma ha visto cosa è successo a Napoli o a Firenze? Solo che quello che succede a Milano fa più rumore …

Sindaco, lei si sente più vicino a Prodi o a Renzi?

Mi sento più vicino a Prodi per una serie di motivi: per la sua saggezza, coerenza. Pur non avendo con Romano un rapporto filiale, è, per me, un solido punto di riferimento. Per quanto riguarda Renzi, io, come credo tantissimi altri, avevo riposto tantissime speranze in lui, purtroppo ha fatto degli errori… Continuo ad avere con lui un rapporto sano: non voglio far parte di quelli che l’hanno rinnegato…

Ecco, visto che l’ha detto: che errori ha commesso Renzi?

Penso soprattutto due. Il primo: essere passato dalla Provincia, a Firenze, a Palazzo Chigi sempre con la stessa squadra, non aver compreso che maggiore complessità richiede maggiore aiuto dagli altri. Il secondo lo sanno tutti, avere interrotto un percorso di Governo in un momento storico delicato per l’avventura del referendum.

È normale, secondo lei, che un partito con percentuali irrisorie, come quelle che gli elettori danno al partito renziano, abbia così tanta attenzione da parte vostra e dei giornali? Un tempo, i partiti con il tre per cento al massimo erano confinati nei boxini dei quotidiani…

Non è normale ma succede. Però penso che in ogni coalizione i partiti debbano contare in funzione dei voti che portano. 

Chi sono stati i responsabili dello sfascio del partito democratico?

Fare singoli nomi è spiacevole. Mettiamola così: il partito democratico non è mai riuscito a fare una sintesi tra un pensiero cattolico, e anche democristiano, e una istanza più di sinistra. È come se fosse stata fatta una fusione fredda senza mai trovare una vera sintesi… Il Pd dovrebbe parlare a tutti, non solo ai suoi elettori… Accontentarsi del venti cento sarebbe un errore… 

Le piacerebbe entrare nel viperaio romano del Pd?

Per mia fortuna, non essendo più giovane, non ho aspettative fuori luogo per il futuro, e, poi, dalla vita, ho avuto molto di più di quello che mi sarei aspettato… Mettiamola così: oggi il mio vero partito è Milano, che ti garantisce tanto. E io do il meglio di me se posso contare, fare e decidere… Non farei il Senatore, per fare un esempio, tanto per avere un ruolo pubblico, se non ci fosse un vero senso nel farlo.

La sua vita è stata costellata di malattie e, come se non bastasse, indagini giudiziarie sul suo operato. Ha più paura di finire in ospedale o nelle patrie galere?

Non ho mai pensato di finire nelle patrie galere. Penso di aver fatto un miracolo con l’Expo e nessuno può dubitare sulla mia onestà. Non ho mai fatto qualcosa per un interesse personale. La cosa l’ho sofferta tantissimo. Per quanto riguarda la malattia, beh, la paura l’ho avuta. Mi sono ammalato che avevo trentanove anni, ero nel pieno delle forze. Ho dovuto fare un trapianto di cellule staminali; poi, dopo sette anni, la malattia è tornata, e più avanti è tornata ancora, è una malattia cronicizzante. Cosa sarà del mio futuro? Non lo so; certamente sto cercando di fare le cose giuste per continuare a stare bene, come sto ora.

Tre mogli e, da qualche anno, una nuova compagna. Cos’è, la sua? Irrequietudine, frustrazione, dongiovannismo, immaturità sentimentale? Nonostante lei non sia un adone, ne ha avute tante, di donne…

Certamente c’è una componente di immaturità sentimentale, come giustamente dice lei… Che io sia una persona irrequieta, da tutti i punti di vista, non v’ha dubbio. Ho fatto pace su tante cose con me stesso ma, sicuramente, non di essermi sposato tre volte e di aver divorziato. Ma sono arrivato anche a delle consapevolezze: la prima è che mi accetto per quello che sono; la seconda è questa: ma chi sono gli altri per giudicarmi? Ma sono così partecipi del tuo problema? Non ne sono certamente fiero, ma così è stato…E poi finalmente nella mia vita è arrivata Chiara.

Si ferma qui, quindi, la sua vita sentimentale? Siamo proprio sicuri?

Direi proprio di sì… 

Le manca avere dei figli?

Certo; mi mancavano soprattutto quando ero nell’età giusta. E con i figli di Chiara, pur non facendo il papà, perché un padre ce l’hanno e pure molto presente, mi piace passare del tempo e svolgere una funzione educativa.

Vista l’età, il cancro, e le successive recidive che ha avuto, a quasi settant’anni, prova ancora desiderio sessuale?

Assolutamente sì; quando ero piccolo, mi immaginavo un sessantacinquenne dinanzi al camino, e il cane che gli portava le pantofole. Oggi, per fortuna, la vita è molto più lunga, e allora me la dico così: finché potrò, proverò a godermela…

Tra i tanti, quali sono i più fastidiosi e peggiori difetti che si riconosce?

Sono testardo, a volte troppo. A volte mi vorrei un po’ più morbido, mi vorrei capace di non prendere tutto di petto. 

In una intervista piena di dolcezze ingiustificate, rilasciata a Vanity Fair nel 2018, ha detto che aveva tante insicurezze… Quali? Ce ne sveli alcune…

Fondamentalmente sono legati alla prima parte della mia vita; sono nato in provincia, in una cultura e recinto un po’ stretti, e avevo, inoltre, sempre la sensazione di essere meno degli altri. Crescendo, però, la voglia di recuperare il divario è stato il motore per crescere, dandomi, al contempo, anche una grande determinazione, forse fin troppa…

In che senso?

Per tanti anni, proprio con l’idea di crescere e diventare qualcuno, la mia ambizione è stata molto forte. Tutto questo non ha portato solo benefici, ma anche grandi conflitti interiori. Con la malattia, poi, tutto è cambiato: a trentanove anni ero amministratore delegato di Pirelli Italia, ero nel massimo della potenza, mi sentivo onnipotente, guadagnavo un sacco di soldi, avevo ammirazione e rispetto. Poi, da un giorno all’altro, la prospettiva era se riuscivo a sopravvivere… Dall’onnipotenza sono passato all’impotenza. Il supporto psicologico è stato, alla fine, molto importante….

Oggi è ancora in analisi?

Non proprio. Diciamo che me la cavo con delle chiacchiere…

Negli anni della sua onnipotenza, è stato più egocentrico, feroce o vendicativo?

Vendicativo, credo mai. Secondo la mia compagna, io sono molto egoriferito, e lo accetto. Sì, sono egoriferito, anche ora, ma non di certo egoista. Quando io ho lasciato Telecom (ma non saprò mai se mi hanno mandato via o se sono stato io ad andar via), ho rinunciato ad un sacco di soldi e privilegi perché non ero più disponibile a pagare un certo prezzo. E dopo la scadenza del mandato da sindaco, mi dico sempre: di certo non tornerò in azienda, o nel mondo della finanza…

Qual è il prezzo che ha pagato per far parte di un certo sistema che, alla fine, vi fa vivere male e frustrati e ansiosi?

Se si riferisce alla vita da manager, direi l’illusione di poter cambiare le cose, di dare lo stesso peso al conto economico e al ruolo dell’azienda nella comunità.

Sempre Vanity, in uno slancio d’affetto davvero imprudente e assurdo, secondo il mio punto di vista, la considera il sindaco della rinascita. Non ha provato imbarazzo a leggere cotanti complimenti? Eppure, Milano non è mai stata una città indietro rispetto a tante altre…

No, imbarazzo, no… Milano, ora, è una città più stimolante e lo sanno anche i milanesi. Per lunghi tratti, Milano è stata una città noiosetta, tristanzuola. Sotto la mia amministrazione, e con il contributo di tanti, sicuramente è diventata più interessante, attrattiva e attraente, più moderna. Ha ragione lei: non è proprio una rinascita, ma sicuramente Milano si era fermata.

La stampa di destra, sovente, e a ragione, la sbertuccia. Chi le sta più antipatico: Sallusti, Belpietro, o Feltri? Serve la stampa di destra, soprattutto quando al governo c’è la sinistra. Aiuta, sindaco…

Con Sallusti, per un certo periodo di tempo, abbiamo abitato anche nello stesso palazzo, per cui abbiamo avuto anche un rapporto personale; oggi non più. Feltri è Feltri: nel bene e nel male. È super critico nei confronti di tutti. Una volta, in occasione di una presentazione di un libro, in collegamento, mi disse: sindaco, ti faccio il mazzo, ma poi ti voglio bene. Con Belpietro, sarà anche che è più ostico, non ho rapporti, praticamente.

Quale, dei giornali di destra – il Giornale, Libero, e La Verità –, legge con maggiore fastidio, sempre che li legga…? Sempre meglio loro, che il paludato e noioso e amichevole Corriere della Sera…

Non li leggo. Magari il Corriere sarà paludato, ma i giornali che lei cita sono troppo prevedibili. Fanno campagna elettorale continua. Ma è possibile che a sinistra sbagliamo tutto, ma proprio tutto? 

Si considera un uomo borghese?

Sì, senz’altro. Mi considero parte di un sistema, mettendoci, però, sempre la faccia. Chi pensa che l’élite non servano più, sbaglia di grosso…

È più pazzo come l’Inter o vanitoso come Giorgio Armani?

Un po’ vanitoso indubbiamente lo posso essere, anche se questo non mi condiziona mai nelle scelte che faccio; sicuramente sono pazzo come l’Inter…

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Da interista qual è, quali errori imputa a Moratti, che sono stati comunque tanti…?

Probabilmente non aver ammodernato la società per renderla sostenibile… Poco tempo fa ho letto che negli anni della sua presidenza, Moratti ha messo di tasca sua nell’Inter più di un miliardo di euro. Un altro errore che gli si può addebitare è che dopo aver vinto la Champions, avrebbe dovuto vendere i pezzi pregiati e fare un cambiamento totale e dire ai tifosi: abbiamo ottenuto tutto, ora ricominciamo dai giovani. È stato uno sbaglio, ma Moratti è un sentimentale…E comunque il Triplete ce lo ha portato lui, non altri!

Come vorrebbe essere ricordato dai meneghini?

Come una brava persona che ha lavorato al massimo delle sue capacità. Spero che i milanesi si ricordino che non mi sono mai risparmiato per il bene della città…

Cosa farà quando i milanesi si saranno liberati finalmente di lei…?

Vorrei continuare a rimanere nel campo della politica o nel sociale. Non mi vedo con le pantofole, né, tantomeno, ai giardini con il mio amatissimo cane. Probabilmente, viaggerei molto e leggerei: tutte cose che non riesco a fare più. Non credo di andare in crisi se dovessi affrontare un periodo di vuoto…

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INTESTATO A: MELCHIONDA FRANCESCO

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