L’INCREDIBILE FRIDA

Manca poco al Natale. Affacciandomi alla finestra, le strade di Roma pagana (altro che sacra!) sono addobbate a festa, ed è tutto un corri corri isterico e affannoso per regali, sorprese e “ricchi cotillons”.

È ora di pranzo. Fuori, la pioggia cade incessantemente. Sto pensando a cosa mettere sotto i denti: la fame, minuto dopo minuto, sta diventando un pensiero ossessivo. Nell’attesa di venirne a capo con i fornelli, la mia mente disegna nomi e storie di personaggi da intervistare e inserire nella mia perfida galleria.

Coincidenza: accendo il computer e trovo una mail dallo studio di architetti capitanati da Fabio Mazzeo.

Mi chiedono se ho il desiderio di duellare. Certo, gli dico, ma ad una condizione: totale libertà nel faccia a faccia. Senza battere ciglio, acconsentono. Wow, penso, è proprio quello che desidero! Nella telefonata ci lasciamo con il proposito di vederci dopo l’abbuffata pantagruelica natalizia. Lo studio si trova a pochissimi metri da Palazzo Ricci, dove per anni, per dirla con Edmund Wilson, visse il “genio di Via Giulia”, il sublime Mario Praz.

Il progetto, che Fabio Mazzeo crea, è semplice ma ambizioso: si chiama Preposizioni e ricerca nuove connessioni e contaminazioni tra i diversi linguaggi dell’arte e della cultura.

Insieme, individuiamo subito il campo di battaglia: la moda. Guardandoci intorno e sfogliando la margherita dei nomi, decidiamo che Frida Giannini, libera, irriverente, e con un’importante storia alle spalle, può fare al nostro caso.

E così è: Giannini accoglie il nostro invito.

Nell’ora trascorsa insieme, con la durlindana stretta tra le mani, mettiamo al bando la diplomazia e parole inutili, com’è giusto che sia. Con la platea dinanzi ai nostri occhi, che affolla la sala dello studio Mazzeo, non possiamo permetterci sbadigli e noia…

A differenza dei tanti mammasantissima incollati alla sedia e sempre attenti a misurare le parole, come fossero farmacisti con il bilancino, la nostra Frida non ha problemi a dire ciò che sente e pensa.

L’incontro è stato l’occasione per parlare della sua vita e delle sue passioni, musica in primis, e di come è giunta alla tolda di comando del colosso internazionale Gucci, a poco più di trent’anni, dopo l’uscita del sempiterno Tom Ford.

Frida Giannini, per un decennio, ha attraversato e vissuto, momenti epocali e cambiamenti sempre più repentini nel folle ottovolante della moda.

E, spenti i microfoni, mi sono chiesto: il paludato e ipocrita circo della moda, per uscire dalle sabbie mobili, può trarre qualche spunto utile dalle riflessioni della Giannini?

***

Foto di Daniele Venturelli Getty Images

Frida Giannini, partiamo subito dal suo libro. Dove nasce la sua esigenza di dare alle stampe un libro sulla musica e moda?

Nella mia vita, la musica e moda sono sempre andate di pari passo. La musica interpreta cultura, società, sogno, ispirazione, futuro. Ho scritto questo libro perché ce l’avevo nell’anima, avendo avuto la fortuna di ereditare (e ascoltare) una collezione di oltre 8mila vinili. Ho passato momenti in cui ho deciso di privilegiare, e curare, i miei affetti più cari e non accettare proposte di lavoro; nella mia mente, da sempre avrei voluto scrivere del rapporto tra musica e moda…

… Ovvero?

Raccontare, per immagini e ritratti, i miei musicisti preferiti: David, Bowie, ad esempio, è stato un artista innovatore, visionario; ha sempre creato tendenze, ma, non appena qualcuno tentava di copiarlo, lui immediatamente cambiava pelle, e si reinventava completamente. È stato, per me, il più grande performer di tutti i tempi, e il primo musicista a collaborare con la moda e con designer come Yamamoto; cosa che, poi, è diventata consuetudine…

Nello scriverlo, scavando nei suoi ricordi, ha scoperto qualcosa di sé, magari anche di sgradevole?

Di sgradevole, no, sinceramente. Ovviamente, quando ho cominciato a scriverlo, forte è stata l’emozione, perché mi tornava alla mente mio zio Daniele, morto tragicamente, giovanissimo, in un incidente stradale. A lui devo, per esempio, la conoscenza e l’amore per David Bowie! E l’amore e passione per la musica continuo a coltivarli.

Tra i grandi che ha citato, mi ha lasciato molto perplesso il fatto che lei abbia inserito Lady Gaga, un’artista assolutamente mediocre, malvestita e che grande non è. Come mai?

Melchionda, non sono per niente d’accordo con lei. Trovo che Lady Gaga sia una grande compositrice di musica; è una grande performer, suona il pianoforte divinamente, la chitarra, e, come David Bowie, ha la forza di reinventarsi sempre. Nel pensare ad un alter ego al femminile di David Bowie, mi è venuta alla mente subito lei…

Foto di Daniele Venturelli Getty Images

Lei è nata e cresciuta a Roma, ma, per lavoro e piacere, ha girato il mondo; alla fine, però, torna sempre a casa. Cos’è, il suo? Provincialismo? Nostalgia cronica?

Che io abbia girato il mondo, è assolutamente vero, così come il fatto di aver vissuto in diverse città, penso, chessò, a Londra, Milano e Firenze. Vorrei, però, rompere questo stigma sul provincialismo di Roma. Se nelle altre città che ho conosciuto, ci si ferma per turismo, e per il business, a Roma abbiamo la fortuna di trovare artisti stranieri, pittori, musicisti, studiosi, attori, che, al contrario, scelgono di viverci. Sono attratti, evidentemente, dal fascino della decadenza ma, allo stesso tempo, dell’esuberanza romane e, per finire, dall’arte dell’improvvisazione dei romani, e della luce che solo a Roma si può vedere…

Addirittura?! Senta, perché, secondo lei, Roma, nella moda, tanto per restare al suo ambito, conta nulla, o quasi, rispetto a Milano?

Beh, non è stato proprio così: inizialmente, Roma è stata il fulcro, il centro dell’Alta Moda, che ha formato le migliori première dei più importanti atelier che, ancora oggi, sono fortemente radicate nella città. I cugini francesi, negli anni, sono stati più bravi a sottrarci il primato, la Couture, per dire. Noi, di contro, abbiamo avuto la fortuna di aver avuto giganti che oggi che non ci sono più, e penso a Valentino, Armani, Ferrè, Versace… Con loro nasce il made in Italy, il pret à porter, la crescita di tutta la filiera italiana e il peso, oggi importantissimo, di Milano…

Come ha detto anche lei, la gente ricorda, anche ora che non ci sono più i giganti, ma pochi altri marchi che, in questo ultimo decennio, sono stati fatti cadere come poveri birilli? Perché?

Purtroppo, negli ultimi trent’anni non si è investito nel sistema moda: questo, ovviamente, ha causato una crisi economica molto importante, acuitasi anche post Covid. Molte aziende coinvolte nell’ industria moda sono diventate più deboli e fragili. E, quindi, sono state costrette a vendere ai grandi gruppi finanziari. I birilli non combattevano contro una palla di bowling ma contro un enorme meteorite.

Non pensa che ripetere fino alla noia quanta è figa la decadenza romana, poi, alla fine, questa città sia diventata irrecuperabile?

Ma lei sa dove nasce la decadenza romana?

Me lo dica lei?

Nell’Ottocento, a Roma, un artista poco conosciuto, il Pannini, detto anche il Ruinista, dipingeva antichi monumenti dell’età augustea, lasciati in rovina tra verde incolto e pascoli. A lui si ispirò il francese Thomas Couture che, con il dipinto, “Romains de la décadence”, enfatizza baccanali e furore orgiastico, circondati da statue e colonne imperiali dell’antica Roma, sottolineandone così la decadenza. Mi chiedo: come pensare di fare una metropolitana a Roma senza tener conto di cosa possa emergere da uno scavo che riporta alla luce secoli di stratificazioni storiche e artistiche che rappresentano quasi il 20% del patrimonio artistico mondiale (es: dai sette Re di Roma all’impero augusteo, dal Rinascimento, al Barocco fino al Razionalismo, per dirne alcuni?), Eppure, c’è una decadenza che ancora oggi mi ipnotizza e mi commuove come i gatti che, misteriosamente, si aggirano tra i templi di età repubblicana di Largo Argentina…

Foto di Daniele Venturelli Getty Images

Negli anni in cui ha viaggiato molto, ha sempre scelto di fare una vita molto ritirata. Cosa detesta della mondanità, soprattutto quella romana? La volgarità, l’esserci a tutti i costi, il chiacchiericcio fatuo?

C’è un’età per tutto. Io sono stata super mondana, i locali più trendy, cool, li ho frequentati tutti, ma nel momento in cui mi andava e potevo perché ho cominciato a lavorare molto giovane e non potevo tirar tardi tutte le sere.

Ma questo quando aveva 20 anni…

No, si sbaglia… Io amo sempre ballare.

Oggi, in età matura, cosa non sopporta della mondanità romana…?

Innanzitutto, mi sento forever young. Io non la detesto, semplicemente non la conosco…

Non ama fare salotto?

Di certo non amo essere una presenzialista a ogni costo perché richiede tempo e curiosità e francamente non mi interessa. Preferisco selezionare, invitare e godere di momenti speciali.

Ha cercato, attraverso la moda, di vestire bene le donne e renderle più belle; non le fa orrore, girando per la città, vedere migliaia di volti femminili deturpati dalla chirurgia estetica? Più che volti, direi sono dei mostri…

Lei pensa che siano solo a Roma?

No, ma parlo di Roma, perché viviamo qui…

Le assicuro che nel resto del mondo vedo anche peggio. Non penso che le donne romane siano stereotipate e omologabili esteticamente.

Vabbè, ma non le fa orrore?

Guardi, non amo criticare nessuno. Spesso, dietro un ritocco, ci possono essere malattie molto gravi, insicurezze o depressioni… E se un intervento può aiutare a farti stare meglio, perché giudicare?

Tornare a casa, dopo essere stati a lungo fuori, non è un po’ morire?

Ma neanche un po’, è rinascere, per me… Sono sempre stata molto fiera non solo delle mie origini romane ma anche del mio quartiere, Monteverde Vecchio… Ho sempre detestato l’esterofilia e quelli che, spesso, nascondono le proprie origini; salire sulle pendici del Gianicolo, superando la quercia del tasso, all’ora del tramonto, e vedere questa luce rosata che si stratifica su tutta la città, penso sia impagabile e mi emoziona ancora…

Negli oltre nove anni di direzione in Gucci, si è mai sentita sola, nonostante il folto stuolo di collaboratori e cortigiani?

Dieci, per la precisione, 2005-2015… Sola, mai… Perché, pur girando il mondo, ho sempre saputo che a casa mi avrebbero aspettato quelle quattro, cinque amicizie a me carissime, e la mia famiglia.

Aveva più paura dei bilanci o dei giudizi della gente?

Entrambi, perché i giudizi possono farti crescere, i bilanci possono farti licenziare, ma non è stato il mio caso, basta vedere gli attuali bilanci…

Ricorda quali sono state le sue collezioni che, a ripensarci ora, reputa brutte e dimenticabili?

Sinceramente no. Penso di aver fatto delle collezioni che seguivano la mia crescita personale e professionale. Essendo sempre ipercritica con me stessa è ovvio che alcune le ho amate più di altre.

Curzio Maltese, parlando di Renzo Piano, ha scritto: “Più che edifici, crea vita, scambio, energia. In una sola parola: allegria”. Per lei, cos’è stato disegnare vestiti?

Sono totalmente d’accordo con Maltese: anche oggi, nel disegnare a mano provo le stesse sensazioni; e trovo che sia, per me, fondamentale, ancora prima di passare tutto su iPad. E, comunque,  puoi usare i nuovi dispositivi tecnologici, solo se hai una mano libera e una visione.

Foto di Daniele Venturelli Getty Images

Ha mai avuto deliri di onnipotenza negli anni di Gucci?

Assolutamente no! Le dico il perché: un giorno – eravamo a Londra – ci convoca Tom Ford (per lui mi ero trasferita nella City) per una riunione, dinanzi ad un tavolo infinito, e, commozione celata dietro i suoi occhiali Aviator, ci dice che avrebbe lasciato presto. Da quel momento, dopo aver assunto l’incarico di direttore creativo come suo successore, ogni mattina mi ripetevo: se hanno sostituito Tom, possono farmi fuori in qualsiasi momento. Questo per dirle che ho sempre tenuto a mente quello che poteva accadere e questo mi ha stimolato sempre a fare meglio.

Come ha affrontato lo shock della cacciata?

Lei dice che è stata una cacciata? Vabbè, diciamo che sono stata cacciata! Guardi, le cadute insegnano qualcosa, sempre. Quelle che fanno più male, sono sicuramente le cadute di stile

Come sono stati i suoi ultimi giorni in Gucci?

Come mai ha questa ossessione? Innanzitutto, non sapevo che sarebbero stati gli ultimi giorni… Comunque, la sensazione che sentii l’ultimo giorno fu felliniana: aprii il cassetto della mia scrivania e portai via lo spazzolino da denti e una foto di mia figlia. Ero talmente infastidita dalla caduta di stile di cui parlavo prima, che lasciai tutta la mia roba lì: abiti, libri, appunti e fotografie… Ero solo disgustata!

Perché, secondo lei, i giornalisti di moda, spesso, anziché scrivere articoli seri, critici e indipendenti, si limitano a vergare ridicole marchette?

Non sempre, secondo me. Io ho conosciuto tanti giornalisti seri, anche molto forti nelle loro critiche severe. E se sei una persona umile, accogli le critiche in maniera diversa, intelligente, direi, perché apprendi sempre qualcosa per la tua crescita… Quelle che non accetto sono le critiche personali… Che non portano a nulla e non sono mai costruttive. Ma solo umilianti.

Se le ricorda alcune?

Certo…

Tipo?

Che avevo i capelli biondi e facevo lavorare solo modelle bionde.

Chi la scrisse?

Una giornalista del New York Times, con baffi, barba e peli lunghissimi sulle gambe. Non è più entrata ad una mia sfilata.

Quanti, della stampa, hanno provato ad ammansirla pur di avere un favore, un invito, un regalo?

Nessuno!

Sicura?

Assolutamente sì.  E poi non sono una persona che concede facilmente un’intervista… O un favore…

Cosa manca a quelli della sua generazione per essere paragonati a quei giganti?

Semplice: non siamo i fondatori di un’azienda! Siamo designers consulenti o dipendenti che lavorano per aziende di altri.

Pensa sia solo davvero questo? O non v’è Il talento vero, il genio, l’intuizione, la tenacia?

Le faccio degli esempi: John Galliano, McQueen sono talenti veri, Yves Saint Laurent, prima di fondare il suo marchio, era già un grande talento da Dior… E potrei continuare… La grande differenza, secondo me, la fa l’autonomia, la capacità di saper gestire un budget, la libertà, e la visione globale di un progetto che parte dalla concezione di una sfilata in passerella alla campagna pubblicitaria che manda fuori il tuo reale messaggio…

Prova invidia o rancore, oggi, a vedere suoi coetanei, magari cresciuti con lei, ancora sulla cresta dell’onda e riveriti da orde di lacchè?

Come diceva Andy Warhol, ognuno sarà famoso per quindici minuti… E poi, cosa succede? Oggi vedo enormi talenti che si sono ribellati a questo sistema; poveri talenti che si fanno forti solo dei followers, con poca esperienza e conoscenza. Molti designers non sono neanche capaci di parlare con un sarto o con un modellista. Anche il management è molto cambiato. Oggi, per farle un esempio, a parte Cartier ed Hermes, che ti obbligano a prendere un appuntamento con largo anticipo prima di accoglierti nei loro negozi, in altri brand non vedo le stesse file, anzi enormi spazi vuoti, che “gridano” solamente eco, perché mancano di creatività, lungimiranza, visione, e strategia.  Anche il fatto di non aver dato a giovani designers la possibilità di poter immergersi completamente in un marchio, nella comunicazione, nella gestione delle vetrine, nella pubblicità, ha causato una girandola di nomi che, ogni sei mesi, presenta nuovi scenari. Paradossalmente, oggi sono le aziende di fast fashion a dettare la linea alle imprese del lusso.

Guardandosi intorno, c’è un marchio per il quale spererebbe in una telefonata atta a sancire la sua nomina?

Non le farò mai nessun nome, mi spiace. E poi mi piace “l’effetto “sorpresa” …

Ha senso far pagare una borsa agli allocchi, chessò, 7000 mila euro, quanto, poi, in produzione è costata magari 70 euro?

La sua è una domanda molto interessante! Per calibrare bene il prezzo di un prodotto, bisogna innanzitutto scegliere una buona qualità delle materie prime e poi capire qual è il vero price range del prodotto in vendita. Lavorando per Liberty, ho dimostrato che si può fare, ad esempio, un bellissimo cappotto in cachemire, con la migliore manifattura italiana, senza necessariamente fare dei prezzi folli. L’esagerazione di chi vuole fare profitti incredibili, folli, non l’ho mai capita. E mi sembra che non stia portando grandi guadagni nel settore del lusso. Avrebbe più senso avere coraggio e non massificare tutto.

Ha mai avuto un fastidio, un rigetto, dinanzi al superfluo che stava creando e disegnando? Una giacca da 5000 euro cos’è, se non superfluo?

Senta, se io decido di fare la designer, e voglio creare una borsa di pitone, non posso farmi impressionare su come viene ammazzato in Thailandia! Bisogna avere anche un po’ di coerenza, suvvia! Poi sono d’accordo con lei sull’importanza di non buttare, sprecare, e avere rispetto delle risorse che abbiamo a disposizione. Sono stata la prima ad occuparmi di sostenibilità (il packaging su carta riciclata, tanto per farle un esempio) e avere rispetto dei budget che avevo a disposizione per limitare gli sprechi. Sicuramente l’attenzione che ho nel sociale ha sviluppato ancor di più questa mia sensibilità.

Vale a dire?

Cercare di abbinare ogni evento di grande richiamo e visibilità a importanti organizzazioni ong internazionali, grandi o piccole che fossero. I grandi brands secondo me avrebbero il dovere e il potere di essere la vetrina sul mondo per creare e mobilitare le coscienze e fare la differenza.

Qualora tornasse in vetrina come direttore creativo, c’è un errore che non ripeterebbe?

Sinceramente, non intrattenere mai relazioni personali che possano mettere a repentaglio la tua professione così come la tua vita privata!

Si è sempre raccontato quanto fosse invadente e invasiva la lobby gay nella moda. È maldicenza o il loro potere effettivamente esiste ed è difficile da scalfire?

Ma lei lo sa che, oggi, ci sono solo tre designers donne che sono anche proprietarie d’azienda nel campo della moda, e nell’architettura, invece, abbondano le figure femminili che lavorano per progetti non di loro proprietà? Basti pensare a Gae Aulenti, Zaha Hadid, Odile Decq, Paola Viganò, Ray Eames, o la Charlotte Perriand e potrei continuare… È evidente, quindi, che c’è un dislivello sproporzionato rispetto ai due settori di creatività e studio, come la moda e l’architettura, da sempre complementari. Tutto ciò deve far riflettere… Chiedetevi, a questo punto, chi ha inventato la moda: mademoiselle Coco Chanel…

Quali sono le ossessioni contro cui combatte Frida Giannini?

Oddio… Sicuramente, forse, una memoria che mi fa ricordare tutto, e che, senza requie, mi dà continui impulsi.

Con la sua memoria elefantiaca, sa essere anche molto cattiva?

Rabbiosa sì, cattiva mai! Per finire di rispondere alla sua domanda, poi ho una pazzesca mania di controllo. Questo, mi creda, non mi fa campar bene… Ma io lo so dove lei vuole arrivare…

A cosa, mi scusi?

Alle mie perversioni sessuali? (ride)

Ma no, mi creda…

Guardi, le mie relazioni ormai non arrivano a due settimane di prova perché non ho più la pazienza e, sinceramente, in giro trovo un’umanità a volte mediocre ed inquietante, anche per colpa dei social.

Partendo da un fatto abbastanza scontato, ovverosia che la solidarietà tra donne è una stronzata colossale, cosa non sopporta dell’universo femminile?

Non lo so, non ci ho mai pensato. Sicuramente ho capito che le persone che hanno delle frustrazioni sicuramente possono farti del male. Ma questo non dipende dal genere. Basta leggere, d’altronde, il libro di Maria Rita Parsi “Ingrati. La sindrome rancorosa del beneficato”.


Chi volesse, liberamente, sostenere questa piattaforma, e renderla ancora più libera
anche di girovagare per l’Italia, da oggi può…!

Segui su

Per lei è più importante il pudore o la dignità?

La dignità, sempre!

Perché?

Perché la dignità ti definisce.

Quando morì Valentino, la sublime Natalia Aspesi, ha scritto che “la moda è gioia e tristezza”. Per lei cos’è stata?

Sono d’accordissimo. Per chi ne fa parte, la moda è gioia, passione, sogno, desiderio, e, siccome fa parte della tua vita ogni giorno, può capitare di imbatterti in momenti di difficoltà, bui, e dolore… Ricordo che feci una collezione con tutte camicie con fiocchi annodati sul collo, sa perché? Perché mi ero appena operata alla tiroide e avevo questo bel taglio in vista che volevo celare… E poi perché creativi come Valentino (the Last Emperor) hanno fatto la storia della moda. E quando vengono a mancare ne senti veramente il vuoto.

Foto di Daniele Venturelli Getty Images

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

SOSTIENI PERFIDE INTERVISTE

IBAN: IT73E0200805021000106444700
CAUSALE: DONAZIONE A PERFIDE INTERVISTE
INTESTATO A: MELCHIONDA FRANCESCO

Questo si chiuderà in 0 secondi

Torna in alto