La prima volta che varcai il portone della Stampa, come stagista, era la primavera del 2008. Di lì a poco Silvio Berlusconi, alle elezioni politiche, avrebbe distrutto il Pd guidato dal povero e illuso Veltroni, e asfaltato, per sempre, le truppe comuniste capitanate da quell’impenitente gaffeur di Bertinotti. La redazione romana si trovava a pochi passi dalla rumorosa piazza Barberini.
I redattori, non tanti, erano stipati tutti in un appartamento, ma gli spazi di confronto e condivisione non è che poi fossero tanti, anzi. Amavo arrivare presto al giornale: e, mentre le firme magari sonnecchiavano ancora a casa o in qualche bar dalle parti di Montecitorio, rubavo qua e là la mazzetta dei giornali dalle loro stanze.
Nel silenzio del mio stanzone, mentre la città era già preda della sua abituale schizofrenia, le uniche voci che rimbombavano erano quelle di chi, tra le 10 e le 11, si collegava con l’ufficio centrale di Torino, tutti agli ordini del “Re Sole” Giulio Anselmi, l’ultimo grande, vero direttore del quotidiano torinese. Tra gli articoli, e non solo per spirito di caserma, quelli della Stampa, avevano una certa precedenza. Mi interessava capire, infatti, dopo aver origliato i discorsi del giorno prima, com’erano stati impaginati, e collocati, i “pezzi” che tanti bramavano di scrivere. L’occhio, e la curiosità, cadevano spesso anche sul “Buongiorno” di Massimo Gramellini.
La sua rubrica era spassosa, scorticante, a volte feroce, altre ancora divertente. Negli anni, quando la mia esperienza con il quotidiano sabaudo cessò, ho cercato sempre di non perdere le sue traiettorie giornalistiche. E quando accettò di passare alla corte di Cairo, e scrivere per il noioso Corriere della Sera, un po’ mi sorprese, a dire il vero. Pensavo, ingenuamente, che Gramellini-La Stampa fosse ormai un rapporto monogamo, privo di curiosità, ammicchi e tentazioni.
E, invece, mi sbagliavo clamorosamente! Per averlo – finalmente – in un faccia a faccia, lunga è stata l’attesa, come lungo il corteggiamento. Più che tirarsela, Gramellini aveva necessità di terminare il suo ultimo libro, “altrimenti – così mi diceva sempre al telefono – rischio di dire cose ovvie o già dette…” Solo che la pubblicazione slittava…
Non appena le gazzette annunciarono l’uscita del suo volume, decisi che è ora di metterlo alle strette. La data fatidica del nostro rendez-vous coincise addirittura con Sanremo. In un Paese dove tutto si ferma, compresi i programmi televisivi – tutti, indistintamente – timorosi di fare flop, per ascoltare orrende canzonette, l’agenda di Gramellini, per fortuna, era meno fitta del solito.
Ci attende nel quartiere Flaminio, in una giornata che sembra aprirci alle porte della primavera. Entrati all’ora di pranzo, spegniamo i microfoni che era giunto il momento del tè, o quasi. Tante erano le curiosità, le perplessità, che baluginavano nella mia mente, che volevo togliermi o chiarire. Ora o mai più, mi sono detto. Spero di esservi riuscito…
***

Massimo Gramellini, che bambino era? Ci dica tre aggettivi…
Ero un bambino orfano. Avendo perso la mamma da piccolo, mi sono dovuto porre domande che, di solito, un bambino non si fa. Faccio fatica, pertanto, a definirmi in tre aggettivi perché quella morte mi ha cambiato subito la vita; non so davvero che bambino sarei stato. Viziato, forse, perché mia madre mi coccolava tantissimo. Detto questo, conservo anche ricordi belli della mia infanzia: ho avuto due genitori che si sono amati molto.
Che Torino era in quegli anni? Respingente e grigia come l’hanno descritta i tanti terroni che la abitavano?
Era una città che contava tantissimo, e non parlo solo della Fiat. C’erano le banche, la moda, la pubblicità, l’editoria… Sicuramente grigia, incuteva paura. Mi viene da sorridere quando sento dire: com’era sicura Torino, un tempo… Ricordo un episodio: mio padre era andato in banca a fare un prelievo (non c’erano ancora i bancomat). All’uscita fu aggredito da due scippatori e oppose resistenza, tanto che gli rimase in mano la maniglia della borsa. Lo sentivo raccontare la scena ai suoi amici e tutti concordavano nel dire che la città era diventata peggio del Far West… Abbiamo un rapporto col passato che è deformato dalla nostalgia. Tendiamo a rimpiangere qualcosa che non è mai esistito davvero.
A nove anni si ritrova orfano di madre… Se non erro, dopo una battaglia contro il tumore, sua madre si toglie la vita: aveva mai avuto sentore che potesse accadere? Come ne è venuto fuori?
Nessuno mi disse mai che mia madre si era suicidata, ma una parte di me lo ha sempre saputo. Mi sono auto-ingannato per una parte non breve della mia vita, preferendo credere a una bugia. Lo scoprii quarant’anni dopo, leggendo un vecchio articolo di giornale, il mio giornale, che all’epoca era La Stampa…
Cioè?
Nell’articolo erano riportati il nome e il cognome di mia madre e persino il mio nome, benché fossi minorenne (allora era consentito). L’articolo finiva così: “e nessuno ha il coraggio di parlare con il piccolo Massimo…” L’ho raccontato in Fai bei sogni e ho ricevuto decine di migliaia di lettere, non esagero, di lettori che raccontavano esperienze simili. Ho scoperto che ogni famiglia è depositaria di segreti inconfessabili.

Dostoevskij ha detto che il suicidio è il più grande peccato che un uomo possa compiere. È d’accordo?
Il suicidio è una scelta che riguarda la vita, non la morte. Il mondo fa in fretta a emettere verdetti di condanna, ma chi se ne va pensa di fare un favore a chi resta. Pensa di alleggerirgli la vita… Tanti anni fa, il giorno in cui Prodi venne impallinato dai famosi 101 parlamentari durante la votazione per il Quirinale, facevo il vicedirettore a La Stampa e, come potrà immaginare, passai una giornata piuttosto movimentata. La sera mi chiudo nel mio stanzino e, per distrarmi, apro le mail. A distanza di anni me ne arrivavano ancora su “Fai bei sogni”. Ne lessi una, l’aveva scritta una lettrice. “Ho scoperto di avere un tumore molto grave e mi sono ritrovata nella stessa situazione di sua madre. Una domenica, dopo aver mandato marito e figli a pranzo dai suoceri, decido di farla finita, mi avvicino al balcone, guardo di sotto e, nel chiudere gli occhi, mi viene in mente lei, Massimo, mentre gira da solo per casa in cerca di sua madre. A quel punto, cambio idea e rientro in casa: lei e il suo libro mi avete salvato la vita.” Sarà stata la stanchezza della giornata, o l’emozione che coglie un giornalista le rare volte in cui scopre che le sue parole forse sono servite a qualcuno o a qualcosa. Fatto sta che scoppio a piangere da solo come un cretino. In quel momento entra nella stanza il Direttore, il mio amico Mario Calabresi, ovviamente concentrato sulla notizia del giorno. Mi vede in lacrime e fa: “Dai, Massimo, capisco che ti dispiaccia per Prodi, ma mettersi addirittura a piangere…”
A cinquantotto anni nasce suo figlio Tommaso; cosa si prova a essere padre nell’età in cui potrebbe essere quasi un nonno?
Non esageriamo: di nonni cinquantottenni non ne vedo molti in giro. Alla sua nascita ho pensato: quando lo porterò a scuola, sembrerò vecchio… Ma adesso che a scuola lo porto davvero, non vedo poi tutto questo gap con gli altri padri. Ho pure perso 15 chili… È arrivato tardi, ma al momento giusto!
Da tanti anni, copiando Natalia Aspesi, fa la Posta del cuore. Quale è la storia più terribile che le è stata inviata o raccontata?
Copiare? Non direi. Intanto Natalia Aspesi, come ogni fuoriclasse, è inimitabile. E poi le mie risposte sono molto diverse dalle sue. Mi sforzo di metterci tutto il lavoro interiore che ho fatto su di me, la mia passione per la spiritualità e la psicanalisi junghiana. Sono stato il primo maschio a occuparmi di sentimenti sui giornali. All’inizio non mi scriveva nessuno, perché rispondevo alle (poche) lettere con quel cinismo sarcastico che piace moltissimo a noi giornalisti e molto meno ai lettori. Quando già pensavo di interrompere la rubrica di lettere per mancanza della materia prima, trascorsi l’estate al capezzale di mio padre, malato terminale. Il giorno in cui se ne andò, dovevo consegnare la rubrica e mi scrissi e risposi da solo, raccontando l’esperienza di quelle settimane: le speranze alternate alle angosce, gli ultimi discorsi spezzati… Venni inondato di mail, lettere cartacee, persino cartoline. E tutti, esaurite le condoglianze di rito, mi raccontavano finalmente la loro storia. Mi ero messo in gioco e adesso ero diventato “lo sconosciuto di cui mi fido”, come mi scrisse una ragazza. La posta del cuore mi ha segnato profondamente, come persona e come giornalista…
In cosa?
Mi ha insegnato a scrivere per i lettori. Prima scrivevo soprattutto per i colleghi e per gli addetti ai lavori e ai livori…
Ha imparato, o capito, qualcosa dai lettori in pena d’amore?
Non so dirle se la rubrica ha cambiato la vita a qualcuno. Di sicuro l’ha cambiata a me. Ricordo quel lettore di mezza età che mi scrisse di avere ritrovato, dopo tanti anni di “cuore in inverno”, la forza di innamorarsi. Due giorni dopo l’inizio della storia, la sua nuova compagna fa un esame di routine e scopre di avere un tumore. “Adesso sto a pezzi”, mi scriveva, “Se muore la perdo. Ma anche se sopravvive, il nostro rapporto, iniziato con una prova così dura, sarà in grado di adeguarsi alla normalità? Eppure, non mi sono mai sentito così vivo!” Più che una lettera con delle domande per me, sembrava una risposta alla lettera che non avevo mai avuto il coraggio di scrivermi. Mi stava dicendo: hai staccato la corda del dolore per non soffrire, ma così non riesci più a provare neanche l’amore: perché la corda, purtroppo, è una sola. Tutti, dopo il primo grande dolore della vita, tendiamo a staccarla per paura di soffrire ancora. Perciò riattaccarla è l’atto più coraggioso che un essere umano possa compiere.”

Quanto si tradisce in Italia?
La metà delle lettere che ricevo parla di tradimenti: veri o presunti, che poi sono i peggiori da gestire. Non sei sicuro che il partner ti abbia tradito, il tarlo del dubbio ti divora, però non sai nemmeno se vuoi davvero conoscere la verità…
Come mai, nei suoi monologhi e articoli, spesso il tema dell’amore ricorre fino alla noia?
Pensi che invece a me annoia molto di più l’odio. L’insolenza, l’arroganza, la volgarità spacciata per sincerità. L’odio è sterile, non serve a niente, come disse padre Kolbe al boia di Auschwitz un attimo prima di essere ucciso. Soltanto l’amore crea. Parlarne è difficile, lo so: il rischio è di diventare retorici e alzare il livello di glicemia. Cerco di starci attento ricorrendo all’autoironia, ma ogni tanto ci casco anch’io, eccome. Però parlare d’amore ai tempi dell’odio è quanto di più anticonformista si possa fare, non trova? La cattiveria oggi è così banale, scontata, prevedibile. Una volta una lettrice mi ha scritto: “Lei ha il cervello a forma di cuore”. Magari fosse vero. Meglio un cervello a forma di cuore che di ghigno.
Quanti amori sbagliati ha avuto nella sua maturità?
Il mio curriculum sentimentale è abbastanza comune: un susseguirsi di vigliaccate interrotte qua e là da un soprassalto di orgoglio o di disperazione che ho fatto passare per coraggio, ma solo per potermi illudere di essere Di Caprio nell’ultima scena di Titanic invece del solito Don Abbondio… Una cosa che ho capito, grazie alla posta del cuore, è che tutti ci sentiamo sempre inadeguati. Spesso restiamo dentro una storia sbagliata, o finita, perché pensiamo di non meritarci di meglio.
Negli anni della sua immaturità sentimentale, quante donne ha rimorchiato grazie alla posta del cuore?
Nessuna e comunque, mi creda, le tentazioni non sono poi così frequenti… Ricordo un firmacopie in Liguria. In mezzo alla coda, formata da persone di una certa età, spiccava una sola ragazza, bellissima. Quando arriva il suo turno mi dice: “Potrebbe farmi un autografo? Sa, è per mia nonna!” Neanche per la mamma. Per la nonna.
Tradiva spesso?
Le rarissime volte in cui l’ho fatto era perché avevo appena chiuso o stavo chiudendo il rapporto. Sono monogamo di carattere. Troppo distratto per riuscire a gestire due storie in contemporanea: mi farei subito cogliere in flagrante. Quando mi sono sposato con Simona le ho detto: come sai, questo non è il mio primo matrimonio, ma ti garantisco che sarà l’ultimo. Sono passati dieci anni e ho mantenuto la promessa. Sal da Vinci sarà orgoglioso di me.
In “Lezioni sull’odio”, parlando degli analfabeti relazionali, Michela Murgia scrive: “Allo stesso tempo neanche immaginano il vero, autentico odio che coltivo, e che devo nascondergli perché altrimenti risulterei sgradevole, stridente e isterica – cioè donna…” Non pensa che sia un pensiero assolutamente banale?
Penso che Michela Murgia volesse mettere l’accento sulla inconsapevolezza con cui viviamo le nostre emozioni. Essere arrabbiati non è necessariamente un male. Lo diventa se non ce ne rendiamo conto e reagiamo in maniera meccanica. Io sono istintivamente un iroso. Ma ho imparato a dominarmi da quando ho cominciato ad accorgermi dei miei scoppi di rabbia, anziché continuare a reprimerli.
Si è mai chiesto come mai giornali come Il Corriere, la Stampa e Repubblica abbiano sempre elogiato libri mediocri e dimenticabili come quelli scritti dalla Murgia? Un coro sempre unanime e inaccettabile…
“Tutti libri brutti”, “Un coro unanime”. Scusi, ma una sana via di mezzo, no? La vita mica funziona così, per estremizzazioni. E nemmeno Michela Murgia, che ha scritto libri buoni e altri meno buoni. Così come, tra chi ne parlava sui giornali, c’era chi la osannava e chi invece la criticava a prescindere. La criticai anch’io, una volta. Quando in un suo libro inserì un test per misurare il tasso di fascismo di noi lettori. Mi sottoposi al questionario e scoprii di far parte della categoria “moderatamente fascista”. Ci scherzai sul Corriere e lei ribatté: “Solo moderatamente? Strano, avrei pensato che Gramellini prendesse molti più punti”.
Perché, secondo lei, La7, fa programmi schierati tutti a sinistra e il Corriere, sempre dello stesso editore, sembra quasi filo meloniano? Hanno deciso arbitrariamente di fare una TV di sinistra e un giornale di destra?
Definire Il Corriere di destra mi fa sorridere: lasciando da parte il mio corsivetto quotidiano, che un giorno su due critica il governo (per informazioni citofonare Salvini), la inviterei a leggere gli editoriali seri: parlo di firme come Galli della Loggia o Mario Monti che ultimamente hanno tirato a Giorgia Meloni certe bordate. Certo, gliele hanno tirate con argomentazioni logiche e senza la bava alla bocca, ma dire le cose con stile è lo stile del Corriere, ed è forse anche il motivo per cui da 150 anni rimane sempre lì, in testa alle preferenze dei lettori italiani. Gli slogan contrapposti delle curve sono ripetitivi e scontati: dopo un po’ annoiano.
E La7?
Ma Lei la guarda la tv? Mediaset è filogovernativa – sia pure con programmi molto ben fatti – e non potrebbe essere altrimenti, visto che il suo editore controlla uno dei tre partiti della maggioranza. Quanto alla Rai, anche lì si sente una voce sola, e questo grazie alla sciagurata riforma voluta dal Pd di Renzi che ha unificato tutte e le tre reti sotto il controllo del governo. Così La7 finisce per essere l’unica rete che dà voce ai milioni di cittadini che si sentono all’opposizione.

Vincesse la sinistra nel 2027, vuole farmi credere che La7 darà voce a questa destra? Non ci credo, Massimo! La sua rete è un fortino di sinistra inespugnabile…
A sentir Lei, sembra che il problema del pluralismo in Italia sia La7, non le altre sei…
Perché è scappato dai Rai3?
Non sono scappato, avevo semplicemente finito il contratto e La7 mi ha offerto la prima serata del sabato. Non mi sentirà mai dire una parola contro la Rai: mi è rimasta dentro, perché per quelli della mia generazione è stata davvero una seconda mamma. Ora tutto è cambiato, anzi ribaltato. Pensi che l’altro giorno mio figlio mi ha chiesto: “Ma la Rai è una televisione tipo Netflix?”
Da torinese qual è, la sua squadra del cuore è il Toro: non vorrebbe anche lei, granata nel cuore e senza speranza, che Urbanetto si togliesse dalle scatole?
Vedo che nutre dell’affetto per il mio editore, visto che lo chiama per nome, addirittura con un vezzeggiativo. Le rispondo perfidamente, come piace a Lei: se il Toro attirasse l’interesse di qualche ultramilionario – tipo quelli che hanno comprato il Como – io non mi offenderei, e credo nemmeno Cairo.
Massimo, bando alle chiacchiere: Cairo usa il calcio per avere visibilità!
Non credo, la visibilità nel calcio te la danno le grandi vittorie, e per ottenerle oggi servono grandi capitali. Atalanta e Bologna sono felici eccezioni, entrambe create dallo stesso fuoriclasse: il manager Giovanni Sartori.
È vero che Cairo è taccagno?
Avveduto, diciamo. Ci gioca anche un po’ su. Durante un convegno gli chiesero se fosse vero che controllasse personalmente le note spese di tutti i giornalisti con la calcolatrice. Rispose: “Smentisco di fare uso della calcolatrice!”
E al Corriere e nella televisione?
Sicuramente è uno che sta attento ai conti…
Guadagnava più alla Stampa o al Corriere?
Uguale.
Giorgio Bocca sul finire degli Ottanta, scrisse “Il padrone in redazione”. Ha visto più Agnelli al giornale o Cairo?
Faccio questo mestiere da circa quarant’anni, e, mi creda, non ho mai ricevuto una telefonata di pressione o lamentela da parte dell’editore. Una volta scrissi in prima pagina sul giornale degli Agnelli che ogni squadra di calcio aveva un modello di riferimento e che quello della Juve era Arsenio Lupin… L’Avvocato mi chiama: “Caro Gramellini, sto ricevendo un sacco di proteste dai tifosi juventini che mi chiedono di licenziarla, ma non ce la faccio: Lei mi sta troppo simpatico!” Quanto a Cairo, mai una richiesta né una critica. Oggi il primo problema non sono gli editori, ma i social. Ormai è tale la paura di essere equivocati, o che una propria frase venga estrapolata dal contesto e gettata in pasto al Tribunale Supremo dell’Indignazione Permanente, che a volte ci si autocensura per evitare noie.

Quando vedremo, nel suo programma finalmente, un intellettuale di destra o comunque meno etichettabile, in grado di sparigliare le carte rispetto ai soliti che invita nel suo salotto?
Abbiamo invitato diverse volte Giordano Bruno Guerri, che non mi pare sia di estrema sinistra. Di sabato sera la gente ha voglia di emozionarsi, di rilassarsi e di capire, non di sentire gente esagitata che urla: “Io non l’ho interrotta!”
…Tarchi, Veneziani, Cardini, non sarebbero meritevoli di un suo invito? Non mi sembra che urlino…
Cardini l’abbiamo invitato, ma all’ultimo ha avuto un contrattempo: lo richiameremo di sicuro. Flavia Perina è già venuta svariate volte. Come Gianfranco Fini, che da noi si diverte un sacco.
Italo Bocchino ha detto al Corriere che quando va a La7 il rapporto è sempre 4-1…
Questa idea della par condicio perenne è un’ipocrisia che ha prodotto guasti gravi: l’idea che ci si debba sempre dividere su tutto per curve contrapposte. L’equilibrio non si misura a minuti o a presenze.
No, questo no, ma non sarebbe molto più stimolante?
Ma stimolante per chi? Per chi poi non riesce a capirci niente?! A me interessa fare un programma mite, piacevole, dove le persone possano parlare senza venire interrotte.
Chi sceglie gli ospiti?
I miei bravissimi autori: quattro donne e due uomini.
Dopo dieci anni di direzione noiosa e paludata al Corriere, non sarebbe ora che Luciano Fontana andasse via?
Questo giudizio non Le fa onore e denuncia perlomeno una Sua scarsa conoscenza di Fontana. Un direttore vero. Ha doti di governo, visione del giornale e la capacità di mantenersi calmo e lucido sotto pressione. Dieci anni fa il Corriere era praticamente alla pari con Repubblica. Adesso è il primo giornale per distacco. Purtroppo, in Italia le persone che hanno successo vengono sempre criticate. Spero che Fontana resti direttore fino alla pensione. La mia, intendo.

Qual è stato il peggiore direttore che ha avuto? E perché?
Le parlerò del migliore, che non è mai diventato direttore. Enzo d’Orsi, il mio primissimo capo. Quando mi prese a collaborare per le pagine torinesi del Corriere dello Sport mi disse: “Non potrai mai entrare in redazione, dovrai lasciare il pezzo sullo zerbino all’ingresso o vicino al cestino, così nel caso faccio prima a buttarlo. Non hai alcuna possibilità di essere assunto, né ora né mai, ma nel caso malaugurato un giorno accadesse, sappi che il giornalismo è un mestiere di merda. Accetti?” Gli devo tutto. Non mi ha mai fatto un complimento, ma mi voleva davvero bene. Anni dopo, quando ero inviato di guerra a Sarajevo per La Stampa, chiamava ogni giorno mio padre con voce ansiosa per sapere come stavo. Poi al mio ritorno mi telefonò: “Sopravvissuto, eh? Sono sempre i migliori quelli che se ne vanno…”. E’ stato il mio mentore, come quello di Karate Kid, “Metti la cera, togli la cera”. Nel suo caso era: “Metti una notizia, togli una fregnaccia”. Mi ha insegnato metà di quello che so. L’altra metà me l’ha insegnata un altro che invece, lui sì, è stato mio direttore: Marcello Sorgi. All’epoca di questo racconto, però, era il capo della redazione di Roma presso cui lavoravo. Ero appena passato dallo sport alla politica. Un giorno salta fuori la foto delle mani di un “pianista” di Montecitorio, cioè di uno che votava per conto d’altri. Marcello mi fa: “Devi trovarmi questo pianista”. Mi metto di buzzo buono con l’aiuto generoso di Filippo Ceccarelli, e scavando di qua e di là, alle otto di sera individuiamo finalmente mister X: era un deputato vicino a Mastella. Riesco a fargli un’intervista telefonica e lo dico subito a Sorgi. Marcello chiama Ezio Mauro, all’epoca direttore della Stampa, per comunicargli lo scoop… Decidono di mettere il mio pezzo, per la prima volta, in prima pagina. La mattina, felice e al tempo stesso un po’ agitato, controllo gli altri giornali per vedere se hanno la notizia. Corriere niente, e mi frego le mani. Ma poi apro Repubblica e a pagina 3 c’era Federico Geremicca che conosceva quel deputato da una vita e gli aveva fatto un’intervista meravigliosa, tutta in dialetto napoletano. Il giorno dopo, Sorgi mi convoca nella sua stanza e senza alzare gli occhi dal giornale sussurra: “Caro Massimo, ti abbiamo fatto giocare in serie A”. Pausa. “Purtroppo hai perso: torna pure in serie B”. E per tre mesi, i miei pezzi finirono nei bassifondi… Poi però mi diede un’altra chance. E anni dopo, da direttore, fu lui a mettere il Buongiorno sulla prima pagina del giornale. Assieme a D’Orsi, che oggi purtroppo non c’è più, Marcello è il giornalista a cui devo di più.
Cazzullo mi parlò male di Carlo Rossella.
Rossella godeva fama di inaffidabile, ma io ne sono la smentita vivente. Appena arrivò alla Stampa mi disse: “Perché scrivi 200 pezzi all’anno fuori sede e non sei nella lista degli inviati?” “Perché nessuno mi ha fatto ancora inviato, direttore.” Il mese dopo mi arrivò la qualifica.
Chi vedrebbe bene sulla poltrona di via Solferino? Cazzullo?
Ma perché dovrei augurargli del male? Aldo scrive libri e fa tv con enorme e meritato successo. Per fare bene il direttore, dovrebbe smettere di fare tutto il resto.
Lei avrebbe le capacità direttoriali? Sarebbe in grado di gestire l’ego e le vanità e le pugnalate di tanti corrieristi?
No, guardi, già faccio fatica a gestire il mio, di ego. Ho lavorato per tanti anni come vicedirettore alla Stampa, mi basta e avanza.
E se glielo chiedesse Cairo?
E’ troppo intelligente per chiedermi una cosa del genere. Piuttosto mi fa fare l’allenatore del Toro.

Quali sono le persone che hanno contato di più nella sua vita professionale? A chi deve dire grazie, sempre che lei sia riconoscente, poi…?
Di D’Orsi e Sorgi le ho già detto. Aggiungo Montanelli e Brera: mi sono cibato dei loro articoli per tutta la giovinezza e ho fatto in tempo a conoscerli di persona. E poi uno storico, direi quasi mitico caporedattore sportivo del Giorno: Franco Grigoletti. Quello che mi ha fatto firmare il primo contratto da professionista. Era un ex giocatore di basket, uno smoccolatore dal cuore d’oro. Comunista a sinistra di Stalin: appena al telegiornale appariva la faccia del leader polacco Lech Walesa, lui si toglieva un mocassino lungo come una pinna e lo scagliava contro il televisore gridando: “Servo della Cia!”. Io avevo la scrivania sotto il televisore e una volta mi centrò in piena nuca.
C’è qualcuno che l’ha ostacolata?
Il mio carattere da orfano. Sempre alla ricerca dell’approvazione altrui. Fino a pochi anni fa stavo male se qualcuno non mi diceva “bravo”. Adesso invece sono qui a farmi insolentire da Lei. Ammetterà che ho fatto qualche passo avanti.
Come mai fallì il suo primo matrimonio? Cosa aveva combinato?
Finì l’amore… Succede, no?
Avrebbe mai immaginato che la sua ex moglie nonché giornalista, Maria Laura Rodotà, anni dopo, si sarebbe sposata con una donna?
No, ma non mi sono neanche stupito. Lo avrei fatto solo se si fosse messa con una persona più cattiva di me. Invece ha scelto una compagna intelligente e dolcissima.
Che rapporti aveva con Anselmi quand’era direttore?
E io il suo vice… Un grande. Severo con sé stesso e con gli altri. Diceva che insieme ci completavamo: lui faceva le linee rette e io le curve… Una volta però mi fece un cazziatone tremendo. Anche se, giuro, ero innocente…
Racconti.
Un venerdì mattina c’era l’inserto di Tuttolibri in chiusura e aspettavano il mio articolo entro le 13. Alle 11 comincia la riunione mattutina della Stampa, Anselmi non c’era, quindi avrei dovuta dirigerla io. Invece mi chiudo a scrivere nella mia stanza, affidando il timone al caporedattore. Verso la mezza Anselmi arriva al giornale e, non vedendomi nella sala riunioni, viene a stanarmi nella mia stanza: Che ci fai qui?” “Scrivo, Direttore.” E lui, gelido: “Ti ricordo che sei il vicedirettore di questo giornale. Il tuo dovere è stare in riunione, l’articolo potevi farlo scrivere a qualcun altro…”

Perché è stato fatto fuori dalla Stampa?
I direttori spesso cambiano quando cambia l’editore. Lui era stato scelto da Montezemolo. Appena è arrivato John Elkann, è cambiato anche il vertice del giornale.
Che rapporti aveva Anselmi con il potere?
Con il mondo economico di reciproco rispetto; con quello politico di totale disinteresse confinante con il disprezzo… Nei confronti della famiglia Agnelli, poi, il suo atteggiamento non è mai stato servile, anzi.
Come andò lo scandalo Lapo Elkann? Se lo ricorda?
Eccome! Ero nella stanza con Giulio e il caporedattore Giancarlo Laurenzi. Lui fa chiamare il capo della cronaca di Torino, che all’epoca era Gabriele Ferraris. Ci guarda tutti e tre e dice: “Come la dareste, questa notizia, se foste in un altro giornale? Lapo, ricordiamolo, era il fratello dell’editore. “Di taglio in prima pagina.” “E allora che cosa aspettiamo? Mettiamola di taglio in prima pagina.” Anche con Calciopoli non fummo certo teneri verso la squadra di famiglia…
E la famiglia come reagì?
Sicuramente facemmo un favore anche a loro, perché tutti riconobbero che La Stampa si era dimostrato un giornale libero da pressioni e ingerenze.

Quando era alla Stampa, ed era veramente e giustamente cattivo, scrisse: “Veltroni è il veltronismo, quel mondo a metà tra cinema, politica, spettacolo, quel cazzeggione superficiale che dice la prima cosa che gli viene in mente…” Lo pensa ancora?
Intanto non scrivo così. Magari peggio, ma non così. Allora tutti incensavano la sinistra buonista e io, per spirito di contraddizione, la sbertucciavo. Adesso che i cattivi hanno in mano l’agenda del mondo, la vera rivoluzione è essere umani, non trova?
Vabbè, pensa ancora che Veltroni sia così?
Penso al Veltroni che è in me. Oggi mi sento molto in sintonia con la sua visione mite, ma non debole, delle cose. E penso che all’epoca scrissi un libro che i giornalisti adorarono e i lettori schifarono, in cui prendevo per il sedere un governo dove Prodi era il presidente del Consiglio, Ciampi il ministro dell’Economia, Bersani – mi pare – quello dell’Industria, Napolitano quello degli Interni e Veltroni, appunto, il titolare della Cultura… Il paragone con l’oggi è imbarazzante: e non mi riferisco solo al governo di destra, ma anche all’opposizione di sinistra. Ho detto “ma anche”, ha visto? Ormai parlo pure come Veltroni…
Non pago, sempre a proposito di Veltroni, all’epoca disse: Lui è uno di quelli che non ti uccide, ti abbraccia e abbracciandoti ti strangola. È un epuratore omeopatico” Era proprio così?
Quando si fa il ritratto di un personaggio, si chiedono aneddoti in giro e quello a cui Lei fa riferimento mi fu raccontato da un collega dell’Unità. Un dalemiano…

Negli anni della sua giovinezza furoreggiava con Curzio Maltese e Pino Corrias: eravate i tre “cattivi” di via Marenco, dov’era la sede storica della Stampa. Come mai loro sono rimasti tali mentre, la sua penna, un tempo acuminata, al fiele direi, con il passaggio al Corriere è diventata zuccherosa e morbida? Sono i giornali che ci cambiano il carattere?
Intanto mi fa piacere che lei parli di Curzio al presente. Purtroppo, invece, ci ha lasciati e non passa giorno che io non pensi a che cosa scriverebbe stamattina… Quanto a me, visto che insiste, non credo proprio che i miei corsivi sul Corriere siano più teneri con i potenti, anzi. Mi sforzo di usare l’ironia, cioè il fioretto. A Lei probabilmente piace di più la clava: questione di gusti. E poi ogni giorno cerco di cambiare tono, bersaglio, argomento. Forse invece Lei preferisce gli ossessivi (lo sono stato anch’io ai tempi di Berlusconi) che scrivono sempre lo stesso pezzo allo stesso modo. Sono più prevedibili, quindi più rassicuranti, non trova?
Per come la penso io, negli anni della Stampa, era più baldanzoso e sarcastico. Magari, oggi, quelle cose su Veltroni non le scriverebbe…
Per lei il sarcasmo è un valore positivo. Per me invece è un disvalore. Significa offendere gli altri, essere sprezzanti, insolenti, provocatori.
Ma lei si è reso conto che negli anni la sua penna è cambiata?
Che noia essere sempre uguali. Francamente mi sembra un dibattito poco interessante. A scrivere una cattiveria, anche adesso, ci metto un attimo. Basta inserire il pilota automatico dell’indignazione, dell’insolenza e del vittimismo. Da giovane ero rancoroso, volevo buttare tutto in vacca. Adesso penso che il compito di uno che scrive e parla in pubblico possa essere anche un altro. Merito della posta del cuore, forse.
Un tempo, quando la sua penna era feroce e lei molto meno famoso e ricco, tanti le tolsero il saluto. Ora che spadroneggia in tivù, con un programma tutto suo, chi è che s’è fatto avanti per omaggiarla?
“Ricco”, addirittura? E non solo: “ricco perché non più feroce”. Imborghesito, insomma… Questa è la logica assurda dei social, mi permetta. La visibilità l’avevo già raggiunta quando lavoravo in tv a “Che tempo che fa” con Fabio Fazio. Da lui ho imparato che le domande cattive portano solo a risposte difensive. Non svelano la natura dell’intervistato. Casomai quella dell’intervistatore.

Oggi è un conduttore, ha un ruolo, non è una comparsa. Tanti le riconoscono magari un potere…
Non riesco a essere una persona di potere perché a me il potere fa ridere.
Ci sarà qualcuno che la chiama per dirle: ho scritto un libro, invitami in tivù, fammi un favore…
Mi chiamano per dirmi: ho scritto un libro, dove te lo posso mandare? E io gli dico: mandalo in redazione, poi gli autori decideranno… Preferisco star fuori da certe dinamiche.
Provava orgasmo le prime volte in cui compariva in prima pagina?
Orgasmo è una parola grossa. Diciamo che per me la scrittura è sempre stata una forma di dipendenza. Posso non andare in tv per mesi e non me ne importa nulla. Ma se passo tre giorni senza scrivere, mi sento male.
Sandro Veronesi, dopo aver nominato Gramellini un generale fascista, se non sbaglio, in un suo romanzo, è tornato poi suo amico?
Davvero ha chiamato un generale fascista Gramellini? Ed è sicuro che si riferisse a me? In Romagna il mio cognome è diffusissimo. La prossima volta che lo incontro, comunque, glielo chiedo. Veronesi ha scritto il più bel racconto italiano degli ultimi trent’anni: “Profezia”, sulla malattia di suo padre. Glielo consiglio.

Lei che ha scritto e letto tanti libri, che ne pensa dei libri di sua moglie Simona Sparaco? Vi criticate in famiglia? Ha il coraggio di dirle che i suoi libri sono brutti magari?
Ci diciamo sempre tutto, nel bene e nel male. La regola è: criticarsi senza sconti in privato e sostenersi senza tregua in pubblico.

Sa essere spietato?
Si può essere sinceri senza essere spietati. E comunque mia moglie scrive benissimo e ha una capacità di intessere trame che è tipica dei veri narratori.
È soddisfatto dei libri che ha scritto? Non pensa che le manca il grande libro…?
“Fai bei sogni” non mi sembra sia venuto poi così male… Il mio sogno comunque rimane scrivere una favola.
Le manca il talento.
Grazie dell’informazione. Nei prossimi anni cercherò di smentirla.
Beh, è vecchio, ha 65 anni…
Si è vecchi quando si smette di coniugare i verbi al futuro. Camilleri ha cominciato a scrivere dopo la pensione.
Camilleri non era un grande scrittore.
Lei è pieno di certezze, la invidio.
Qual è il libro che sente più suo?
“L’ultima riga delle favole”. C’è dentro tutto quello in cui credo.
Chi volesse, liberamente, sostenere questa piattaforma, e renderla ancora più libera
anche di girovagare per l’Italia, da oggi può…!
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Quando va al supermercato, e trova i suoi libri sugli scaffali, non le è mai capitato di esclamare: cazzo, Gramellini a fianco a dei pacchi di pasta anche no…?!
Ma magari fossero sempre lì, i miei libri! Finora è successo solo con “Fai bei sogni”. Spero ricapiti presto.
Non le dava fastidio?
Guardi che non sono mica uno snob. Sì, lo ammetto, mi piace usare il congiuntivo e a volte persino il condizionale, però mi sembra un po’ poco per meritarmi l’etichetta di “quello con la puzza sotto il naso”.
Nonostante i successi, la tivù, le prime pagine, una moglie e un figlio, sente ancora il senso di solitudine?
Diciamo che mi sento un orso che ama stare in letargo il più possibile, ma a cui piace anche sapere che fuori dalla grotta c’è qualcuno che gli vuole, e a cui vuole, bene.

