Nelle stanze del potere, soprattutto quello sotterraneo, anzi invisibile, il nome di Emiliano Fittipaldi provoca una certa allergia, un moto di fastidio, una rabbia, neanche troppo velata. Le sue inchieste – quelle sul Vaticano o sui mammasantissima della cosa pubblica, su tutte – hanno scatenato polemiche furibonde, querele, avvertimenti, minacce, perché i potenti, senza nessuna distinzione di colore, non appena si sentono sotto attacco reagiscono e ruggiscono, incutendo anche una certa paura. Perché tutti, dal Palazzo, una volta sbugiardati e smutandati, son pronti a sbranarti.
Nella stagione in cui il principe del giornalismo investigativo – Sigfrido Ranucci – è finito letteralmente nella polvere, ho pensato che Fittipaldi, da un triennio direttore del quotidiano Domani, fondato con i quattrini (pochi, a dir la verità) del parco Ingegner De Benedetti, potesse raccontarmi il suo punto di vista sullo stato (comatoso e vergognoso) del nostro giornalismo, per quanto, ovviamente, parziale e da un’angolazione dichiaratamente di sinistra.
Lo raggiungo subito dopo pranzo, in una giornata in cui l’estate romana sembra non finire mai; nel grande e spoglio stanzone, dov’è collocata pressocché tutta la redazione, il silenzio si taglia a fette. Tutti chini sulle tastiere dei computer.
Fittipaldi proviene dalla grande scuola dell’Espresso, quando il settimanale, fondato da Benedetti e Scalfari, vendeva, contava e faceva anche discutere.
Dalla tolda di comando di un giornale piccolo, ma, al contempo, insolente e pungente, durante la nostra chiacchierata – che avrebbe dovuto avere tempi non troppo lunghi, ma poi strabordata tante erano le mie curiosità e perplessità (anche sul modo, spesso manicheo, di fare un certo tipo di giornalismo) – Fittipaldi non si tira quasi mai indietro. Sono rari i momenti di diplomazia o magari in cui si schermisce.
Una volta terminata l’intervista, ho avuto la sensazione che, forse inconsapevolmente, abbia voluto fare un bilancio della sua carriera, dei successi, delle toppe e degli errori commessi, e mettere, alla fine, dei puntini netti su fatti e misfatti del Paese.
Da meridionale scafato qual è (seppur giovane), il suo sguardo sulle cose tricolori e sugli uomini in doppiopetto resta, e resterà, penso, diffidente e pessimistico.
D’altronde, come dargli torto: siamo o non siamo un Paese irrecuperabile…?
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Emiliano Fittipaldi, ha superato i 50 da pochi anni; che bambino era in quella Napoli distrutta dalla camorra e macchiata dal colera…?
Del colera ricordo poco o nulla, della camorra, invece, tutto. Pur essendo un ragazzo nato e cresciuto a Chiaia, un quartiere benestante della città, la presenza del Sistema l’ho sempre avvertita. Napoli il centro e la periferia, le vie dello shopping e i Quartieri Spagnoli, così come le classi sociali, da sempre, sono mischiati. Da ragazzino andavo in una piscina a Salita Arenella, e ricordo bene quando a venti metri fu uccisa la sorella di Sandro Ruotolo, Silvia, vittima collaterale di un commando di fuoco. Negli anni ’80, vicino casa, mentre eravamo in macchina con mia madre e mio fratello ci fu una sparatoria, ricordo ancora il terrore di bambino. Anche oggi che vivo a Roma, quando mi capita di tornare per lavoro o a trovare i miei, la sensazione che la camorra, certamente indebolita rispetto a vent’anni fa, ha ancora un ruolo economico e sociale in città. Ma potrei sbagliarmi: non vivo più a Napoli, e solo chi la vive tutti i giorni a mio parere conosce davvero certi meccanismi.
Chi erano i suoi genitori? Cosa facevano?
Entrambi professori, papà docente universitario, mamma insegnava inglese, ma alla magistrale. Ed è uno dei motivi per cui, forse, ho fatto sempre fatica a imparare la lingua decentemente. Freud.
Cosa ha imparato da Napoli?
Sarà un luogo comune, ma se tu sai come vivere e adattarti a una città complessa e geniale come Napoli, quando poi ti capita di andare fuori dai confini partenopei, ti sembra tutto più facile…

Non credo mai quando mi si racconta del sacro furore per le notizie e la scrittura giornalistica. Lei come si trova a fare il giornalista? Cosa la spinse?
È stato tutto molto casuale: dopo il liceo scientifico, ho fatto di tutto: pensai prima di andsre a ingegneria gestionale, poi mi iscritti architettura. Mollai dopo due anni, perché statistica e analisi erano turcomanno. Poi mi sono iscritto a Lettere perché, sulle orme dei miei genitori, avrei voluto insegnare. Mi sono laureato in Storia contemporanea con Franco Barbagallo. Mi ricordo che conobbi Roberto Saviano tramite lui. Facevo lo stagista al Corriere del Mezzogiorno, il professore mi chiese di dare qualche consiglio a un ragazzo in gamba. Ci vedemmo alla Pignasecca: mi parlò solo di camorra e clan, io gli suggerii di occuparsi anche d’altro, che l’ossessione per un solo tema non l’avrebbe portato lontano…Un veggente, in pratica.
Nel frattempo, mentre studiavo, amavo fare teatro. Pensai seriamente di provare a fare il regista. Ma arrivato ai 28 anni, e capendo che con il teatro non si mangiava, dopo aver perso un dottorato di ricerca (giustamente, c’erano due ragazze molto più preparate), mi iscrissi ad un corso di giornalismo della Luiss. Solo perché li amavo leggere fin da ragazzino. Leggevo Repubblica. Partivo da dietro, dallo sport, e poi arrivavo davanti alla politica e agli esteri.
Era letteralmente allo sbando…
Esattamente. Ma alla fine è stata una decisione tardiva, ma giusta.
Parliamo dell’oggi. I metodi brutali e padronali di De Benedetti, suo datore di lavoro per anni, sono risaputi. Cosa non sopporta dell’Ingegnere?
Mi accuseranno di piaggeria, ma De Benedetti, con me, non è mai stato né padronale né brutale, come dice lei. È stato sempre un editore liberale. Le faccio un esempio: quando ero all’Espresso, facemmo una copertina sui Panama Papers. Nell’inchiesta, scoprimmo che anche suo figlio, Rodolfo, era coinvolto. Non esitammo a pubblicarlo in prima pagina, e lui non batté ciglio.
Non è un editore invadente?
No, non mi hai chiamato per lamentarsi, per dire cosa fare e, soprattutto, cosa non fare: che ci crediate o meno, è così. De Benedetti ha sempre fatto editoria, a differenza di altri editori, con molteplici interessi…
Si sbaglia, anche l’Ingegnere ha avuto, nei decenni, interessi i più vari… O no?
Vero, ma da quando ha lasciato tutto ai suoi figli, con la nascita di Domani, ha pensato solo all’editoria. Paradossalmente, oggi, a fare vere inchieste sono i giornali piccoli proprio perché quelli grandi, quelli maggiormente strutturati e ricchi, sono spesso proprietà di editori impuri.

Non pensa che nella fine ingloriosa di Repubblica e del settimanale l’Espresso, De Benedetti abbia le sue colpe, e anche tante?
Non penso affatto che Repubblica abbia fatto una fine ingloriosa, come dice lei: sono del parere, anzi, che abbia ancora tanto da dire e raccontare come giornale; ha una redazione di prim’ordine, a volte umiliata dalla proprietà. L’Espresso, sì, è in declino verticale. Ed è il motivo per cui sono andato via dal gruppo sei anni fa. John Elkann, una volta diventatone proprietario, aveva deciso, come poi si è visto, di mettere il settimanale sopra un binario morto. Quando De Benedetti ha regalato il gruppo Gedi ai figli non credo immaginasse che sarebbe stato poi venduto e smembrato. Ricordo che lui, per amore di Repubblica, provò addirittura a ricomprarlo…
Per anni, lei, come tanti altri, siete stati sul carro di Ranucci, con la bava alla bocca, a dirgli quanto fosse bravo e libero. Ora, travolto dalla polvere, tutti a fare distinguo e a impartirgli lezioni. Cos’è, ipocrisia, vigliaccheria, sadismo, la vostra?
Scindiamo le cose: Report, per chi fa giornalismo d’inchiesta, resta un trasmissione fondamentale della Rai. Anche con tutti i limiti e gli errori che magari sono stati commessi, comprese le inchieste che sono state spesso hanno copiate da colleghi di altre testate, come Domani o il il Fatto Quotidiano, e poi da loro “rivendute” come originali. Per quanto riguarda Ranucci, nessuno immaginava che Sigfrido avesse rapporti così stretti e malsani con Valter Lavitola, noto pregiudicato berlusconiano che ha attentato alle istituzioni democratiche. Penso di essere stato il primo tra i colleghi di sinistra a dire che, per il bene suo e di Report, Ranucci avrebbe dovuto fare subito un passo indietro. Al netto della vicenda penale o dei contenziosi con la Rai, su troppi comportamenti Ranucci è secondo me eticamente indifendibile.
Tipo?
Se tu per un anno ipotizzi che sia stata la mafia albanese, o la camorra, dici in Antimafia che Fazzolari che forse ti faceva spiare dai servizi segreti, e poi si scopre che a mettere la bomba è stato un tuo carissimo amico, non hai più la credibilità per presentare inchieste sul potere. Perché o sapevi della bomba, e questo io non credo fino a prova contraria essendo lui vittima di un attentato, oppure non ti sei accorto chi ti stava accanto. E un grande “segugio” non può permettersi una figura di palta come questa. In più, se anche dopo l’ammissione dello stesso Lavitola, non si ha la forza (o la possibilità) di condannare senza se e senza ma uno che ha messo a repentaglio la tua vita e quella della tua famiglia, l’opinione pubblica può pensare – anche sbagliando – che sia ricattabile. Nessun giornalista può permetterselo, tantomeno chi fa le pulci ai potenti.
A lei non è mai capitato di avere rapporti ambigui con fonti, perlopiù torbide…?
Io ho avuto un sacco di fonti torbide, ma non ne sono mai diventato amico fraterno. Posso aver utilizzato queste fonti e posso aver intuito che la pubblicazione di una notizia potesse avvantaggiare questa fonte. Ma il compito del giornalista d’inchiesta è verificare che la notizia sia vera, corretta e che abbia un interesse pubblico. Poi deve pubblicarla, senza nasconderla nel cassetto.
Com’è arrivato ad agganciare fonti, spesso e volentieri, torbide?
“Spesso e volentieri” è provocatorio. La stragrande maggioranza delle fonti viene dall’avvocatura, dall’imprenditoria, dalla politica.
Le cerca lei o viene cercato?
Tutt’e due. A volte capita che scriva un articolo, magari interessante e, una volta pubblicato, ti chiama una fonte e ti dice: guarda, all’articolo che hai fatto manca un pezzo rilevante, e ti spiega eventi o fatti che non conoscevi ancora più significativi. Altre volte, cerchi di capire chi può avere un’informazione delicata, o chi è custode di quel segreto, e, quindi, è il giornalista che va a sollecitare. Uno dei problemi di questo paese è che ogni volta che esce un’inchiesta, c’è sempre il retropensiero “chissà perché esce, chissà chi gliel’ha ordinato…”. Invece noi giornalisti in teoria saremmo pagati per cercare e pubblicare informazioni riservate. Invece, siamo abituati a media che pubblicano solo comunicati stampa o dichiarazioni dei politici riprese dai social.
Si è mai sentito manipolato o usato?
Usato, certamente.
Si è fatto usare tranquillamente?
Guardi che una fonte, quando ti dà una notizia, solo al 10% te la dà per un qualche afflato etico. Al 90 per cento parla con la stampa perché ha un interesse personale, perché vuole vendicarsi, o colpire un sistema di potere opposto al suo.

Matteo Renzi, quest’estate, parlando con Minzolini, le fa questa accusa: “Fittipaldi, ci deve ancora spiegare perché si faceva dare le informazioni su di me da un certo Striano…” Chi è Pasquale Striano?
In quell’intervista Renzi ha detto anche che sono indagato. Falso. Che conosco Striano, falso. Mai visto e conosciuto in vita mia. Renzi sarà stato di cattivo umore perché le inchieste che ho fatto sui soldi che prendeva da istituti vicini un dittatore sanguinario come Bin Salman hanno contribuito a sprofondarlo al due per cento. Per la cronaca Striano è sottotenente della Finanza, ed è accusato di aver cercato informazioni sensibili su politici per interessi personali. Due giornalisti di Domani sono indagati con lui perché, secondo la Procura, Striano ci avrebbe passato delle notizie, vere e di interesse pubblico. Siamo l’unico Paese sulla Terra in cui se dai notizie segrete non si indaga su quello che scopre il giornalista, ma si mandano a giudizio i giornalisti che hanno dato quelle stesse notizie. E, se non si danno come nell’ultimo caso che riguarda l’inchiesta dei pm di Napoli sulle università telematiche, il giornalista viene indagato per corruzione. È ormai qualche anno che la magistratura sembra voler spiegare ai giornalisti come fare il loro lavoro. Una roba da regime, esattamente come le pressioni che arrivano dalla politica.
Qual era la notizia per cui siete a giudizio per il caso Striano?
Abbiamo raccontati i conflitti d’interessi di Guido Crosetto, che, prima di diventare ministro della Difesa, incassava da Leonardo e da altre società di armamenti cifre di poco sotto il milione di euro l’anno. Crosetto non ha fatto querela per diffamazione perché era tutto vero, ma ha chiesto alla magistratura di individuare la nostra fonte.
Aldo Grasso, parlando del metodo Report, ha scritto: “Questa rivendicazione di ‘schiena dritta’, la pretesa di esser gli unici a difendere la ‘roccaforte dell’informazione indipendente’ è cattiva retorica…” Forse, chissà, il riferimento anche a lei, al suo tipo di giornalismo?
Non penso che Grasso si occupi di Domani o del sottoscritto. Siamo meno rilevanti di trasmissioni come Report. Ma credo che la postura con cui noi facciamo inchieste non abbia la prosopopea descritta da Grasso. L’inchiesta è un lavoro paziente, direi artigianale, che non va mai fatto con la bava alla bocca o con rabbia.
Non le è mai capitato di sentirsi onnipotente con un presunto scoop tra le mani?
No, mai, anzi. Mi spaventavano gli scoop, soprattutto da ragazzo. Perché so che il potere, quando si sente sotto accusa, reagisce in maniera dura, aggressiva. Sono cauto, e ansioso: per una notizia farei qualsiasi cosa, ma non la pubblico finché non ho verificato fino all’ultima virgola. Sono disposto a prendere querele, ma non sono disposto a perderle.

Nello scrivere libri sul Vaticano, ha scoperto che il vero dramma non è tanto l’ingordigia, ma la lussuria. Ci spieghi meglio…
Diciamo entrambe. Ho scritto due libri sul Vaticano: la prima inchiesta riguardava gli scandali economici, gli attici da 600 mq, l’attico di Bertone, i soldi dati dal Papa per beneficenza e che poi finivano altrove. Fu uno scoop internazionale. L’altro libro, che sia chiamava “Lussuria”, è nato grazie alle fonti che avevo conosciuto durante il lavoro di scrittura di “Avarizia”. Non avevo nessuna voglia di scrivere un secondo libro sulla Santa Sede, ma venne naturale, tanto era il materiale e le informazioni che avevo accumulato. Non è un libro pruriginoso, ma “politico”, perché racconta di un sistema che, anche durante il pontificato di Francesco, è stato rivoluzionato solo in parte. Papa Francesco non ha lottato contro la pedofilia, come uno immaginava ascoltando le comunicazioni e i discorsi che faceva.
Finito sotto processo, l’ha fatta franca per difetto di giurisdizione, giusto? Ha temuto di finire al gabbio?
Non ho mai creduto di finire in galera, anzi. Il Vaticano, come lei sa, ha un potere immenso e quando hanno cominciato a uscire notizie sul mio conto, anche da parte di grandi giornali come il Corriere della Sera, ho deciso di difendermi con un avvocato. Se non mi fossi difeso, avrebbero fatto il processo in contumacia e provato a distruggere la mia reputazione.
Chi le spifferava le sconcezze vaticane? Cardinali, vescovi o i dipendenti?
Il livello delle fonti è stato vario e multiforme. A volte non serve la notizia bomba a tutti i costi, ma mettere insieme tutti i pezzi di un puzzle. Leggendo articoli e ascoltando quello che le vittime avevano da raccontare, è venuto fuori un sistema di protezione del clero pedofilo che durava e perdurava anche sotto il pontificato di Francesco. In poche parole, il nuovo papato predicava bene e razzolava male.
Dove ha fallito Papa Francesco, nella lotta alla pedofilia?
Assolutamente sì, è stato molto deludente! Soprattutto nella parte iniziale del pontificato, o ci ha capito poco, o si fidava delle persone sbagliate o promosso cardinali che hanno protetto pedofili. Poi, nella seconda parte del suo pontificato, rendendosi conto degli errori fatti, ha provato a invertire la rotta… Ma, come ha detto Prevost a Parigi, la chiesa è ancora profondamente malata…

Da giornalista dell’Espresso, ha avuto come direttore Tommaso Cerno. Che effetto le fa vederlo, oggi, fare da megafono al centro-destra?
No comment.
Un giudizio, suvvia…
Guardi, dentro un “no comment” le persone intelligenti che mi conoscono sanno bene cosa leggere.
Anche Lirio Abbate è al Giornale?
Appunto. Altro no comment.
Se le offrissero parecchi soldi, accetterebbe di diventare dipendente degli Angelucci e direttore del Giornale o di Libero?
Qualche tempo fa mi hanno proposto di andare a Libero. Pensavo fosse uno scherzo. Ovviamente ho detto no.
Quali bufale ha propinato ai lettori pensando fossero scoop?
Nessuna.
Qualche cappellata l’ha fatta…
Tra le mani, mi è capitata qualche notizia importante che, però, dopo le verifiche, si è dimostrata essere impubblicabile perché non dimostrabile. Quindi, bufale, no… Uno dei momenti più complicati del mio lavoro di inchiestista è stato quando ho scritto il libro su Emanuela Orlandi. Gli Impostori pubblicava di un documento interno consegnatomi dal Vaticano, che ha aperto la famosa “pista londinese”. Quel materiale, di circa 5 pagine, era una sorta di nota, o “voleva sembrare” una nota del cardinale Antonetti che, all’epoca, era presidente dell’Apsa. Si trattava di una nota spese relativa all’allontanamento domiciliare di Emanuela Orlandi. Ecco: ho scritto questo libro credendo un po’ troppo, almeno all’inizio, alla veridicità assoluta di quel documento. Fu un grave errore. Quando ebbi la copia staffetta del libro che avevo scritto, mi sono accorto, grazie anche a Marco Damilano allora vicedirettore dell’Espresso, che il documento, ai fatti, si “autogiustificasse”. E che, quindi, potesse essere un falso, pur essendo un documento uscito dalle stanze vaticane. Per mia volontà, e a mie spese, buttai migliaia di copie della prima edizione che non era ancora uscita in libreria. L’ho fatto ristampare spiegando in maniera assertiva che il documento fosse un apocrifo, e dunque in ipotesi un falso molto ben consegnato.

Senza dirmi bugie, c’è stata una notizia che aveva tra le mani e che, poi, non ha potuto dare per paura, interesse, viltà?
Notizie enormi, no, non ce la faccio a non darle. Forse notizie meno importanti…
Tipo?
Se ti arriva una notizia su una persona che conosci bene, o che ti è amico, ed è una notizia che ha un interesse pubblico limitato, beh, uno, o due volte, nella mia carriera, mi è capitato di aver girato lo sguardo dall’altra parte. Ma vi assicuro che i lettori non si sono persi nulla.
La vera crisi dei giornali non è internet, come spesso dite per autoassolvervi, ma perché i giornali sono fatti e scritti male. Lei quali responsabilità si prende?
Pur facendo tanta fatica, Domani cerca di essere fatto e scritto bene. Poi, a volte, per carità, ci saranno pure dei pezzi non proprio soddisfacenti per i nostri lettori, che sono assai esigenti. È vero che i giornali sono talvolta prodotti mediocri, ma è altrettanto vero che la gente non caccia più un centesimo per informarsi, perché viene considerata una issue gratuita. I social, le rassegne stampa, e i siti che rubano le nostre notizie, checché lei ne dica, sono diventati un problema gigantesco. Se molti giornali sono fatti male è perché hanno pochissime risorse economiche. Un serpente che si morde la coda.
Bisogna dire che la colpa è anche dei vostri padroni, che vi pagano come foste camerieri…
Sì, ma il problema non è neanche, o solo, questo. Se i giornali sono sempre più poveri, e hanno sempre meno soldi per assumere i migliori, la colpa non è solo degli editori o dei giornalisti, ma anche dei cittadini che la sera spendono magari 20 euro per un cocktail e però se devono tirare fuori 5 euro per un abbonamento mensile lo considerano un costo insostenibile. Una questione culturale che affonda tutto il mercato.
Quando i suoi giornalisti scrivono marchette lei cosa fa?
Su questo giornale se uscissero marchette la responsabilità non sarebbe del redattore, ma del direttore responsabile. Quindi mia. E se qualcuno l’ha fatto, per interesse personale, allora sono stato io a non accorgermene.
Urlare al fascismo come fate voi giornalisti di sinistra, non pensa che, alla fine, risulti stucchevole e financo noioso?
Sarebbe più noioso e codardo far finta di vivere in un’epoca normale. Comunque, sì, il rischio c’è…

Formigli ha la fissa del fascismo, vede nero ovunque, bisogna dirgli che esistono anche altri colori.
La penso come lui. Non bisogna sottovalutare il pericolo, basta vedere quello che sta succedendo in Sassonia, dove Afd propone di mettere i disabili in classe separate; se ben ricorda, è lo stesso programma che faceva il partito nazionalsocialista di Hitler. In Italia, Vannacci è arrivato all’11% in Calabria, ed è un partito dichiaratamente postfascista; Fratelli d’Italia ha rapporti stretti con la destra nostalgica, con CasaPound, come abbiamo dimostrato noi di Domani, e ministri di grido che fino all’altro ieri parlavano di rischio di sostituzione etnica. Non parlo di fascismo, ovviamente, ma di tendenze post-fasciste, sì. E mi fanno paura francamente.
E la sinistra, che tanto strepita alla libertà e alla democrazia, non ritiene sia altrettanto “fascista” e censoria quando le si fa le pulci? Tutti i potenti, alla fine, si somigliano…
Non penso affatto che la Schlein e la Meloni si somiglino, non facciamo qualunquismo. Sono e dicono cose diversissime.
Quali politici hanno provato a intimidirla: Conte, Meloni, Salvini, Renzi o altri?
Diciamo così: Salvini è quello che ci ha fatto più querele, ma finora ha sempre perso. Meloni mi querelò per una storia legata alle mascherine, ma arrivata al governo, la ritirò. Di Renzi, ho già detto, e Conte più volte mi ha attaccato perché mettevo in evidenza i suoi rapporti economici con Francesco Bellavista Caltagirone. È la dimostrazione che noi di Domani non facciamo sconti a nessuno.
E La Schlein?
Noi abbiamo provato a fare inchieste sulla segretaria del Pd, mi creda, ma, finora, non abbiamo trovato nulla.
Cosa non sopporta di Travaglio?
Travaglio è un bravo giornalista.
Ma…
Quando gli capita di sbagliare, difende l’indifendibile.
Tipo?
Beh, il caso Minetti è un errore particolarmente grave…
Pensa sia una bufala quello che ha scritto sul Fatto?
Sono i magistrati di Milano hanno dichiarato che quelli del Fatto Quotidiano hanno pubblicato cose non vere. Sto ancora aspettando che li quereli, come promise pubblicamente.
Cosa si prova a dirigere un quotidiano che vende e conta poco e non è di certo centrale nel dibattito?
Se contasse poco, non sarebbe qua a intervistarmi. Credo che abbiamo un impatto notevole nel dibattito italiano. Le copie si pesano, non si contano. Detto questo, mi piacerebbe vendere di più, è ovvio.
Spesso la si vede a Piazza Pulita. Cosa invidia a Formigli, la ricchezza, la visibilità, che lei non ha?
A Formigli non invidio nulla… Forse gli posso invidiare una capacità di conduzione che io, probabilmente, non avrò mai.
Non trova che il suo manicheismo sia insopportabile?
No, sennò non andrei ospite.

Ha ragione Mentana quando dice che La7 è diventata la nuova Raitre?
Si, e vivaddio che esista, visto che Raitre è stata distrutta dal governo Meloni. L’intelligenza di Cairo e di Salerno è stata quella di costruire una programmazione per un pezzo di opinione pubblica che non vuole vedere solo e soltanto l’esaltazione di Meloni…
Sì, ma Mentana gli dava un’accezione negativa…
È una tivù privata e possono fare quello che vogliono…
Con la Fondazione di Domani, chi sarà quello che la caccerà dalla direzione?
Nel caso i membri della Fondazione a maggioranza. Il direttore di un giornale è un lavoro a termine. E ormai noto che in Italia tranne alcuni casi nei grandi giornali mediamente dura tre, quattro anni…
Quindi è alla fine, ormai…
Spero proprio di no
Come mai è stato letteralmente cacciato Stefano Feltri?
Lo deve chiedere a De Benedetti.
Su, risponda.
Mi sono fatta l’idea che non gli piaceva il giornale che faceva.
Semmai la chiamassero, dirigerebbe più il Fatto Quotidiano o la Repubblica? Dove si sentirebbe più a casa?
Sicuramente Repubblica, anche se, rispetto ai tempi di Eugenio Scalfari o Ezio Mauro, è molto cambiata.
Giuseppe Conte è un grande politico, come sostiene il Fatto di Travaglio, o, piuttosto, una volpe democristiana travestita da statista?
Scrissi anni fa che Conte si propose a Maria Elena Boschi per entrare in politica, poi è diventato premier nel governo populista gialloverde. Premier, di nuovo, in quello giallorosso di sinistra. Spesso non sono d’accordo con lui, ma uno che è riuscito a fregare il Movimento al suo fondatore Beppe Grillo e che veleggia sempre sopra il 10 per cento, non è certo uno sprovveduto. Conte sa fare politica. Non sempre buona politica.

Perché dopo anni fa dopo lo stage, il Corriere non l’assunse?
Perché, probabilmente, non mi reputavano all’altezza.
Provando a fare il giornalista d’inchiesta, con alterne fortune, ha capito qualcosa di sé?
Ho capito che è un mestiere che io farei anche gratis. Cosa da non scrivere mai, gli editori ci marcerebbero.
I GIORNALI TI ANNOIANO?
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Spesso il suo lavoro la porta ad essere duro, puro e inflessibile. Quali sono, allora, le sue debolezze di uomo?
Ci vorrebbe un’altra intervista.
Su, non perdiamo tempo, me ne dica alcuni…
Sono poco paziente, a volte invidioso, un sentimento potente e orrendo allo stesso tempo…
Invidioso di cosa, o di chi?
Non dei soldi e del successo altrui. Invidioso forse di vite più serene, più felici: tendo a vedere il mio bicchiere sempre mezzo vuoto. Un difetto grave.
Cosa l’appaga di più, il sesso o una notizia data?
Penso entrambe le cose allo stesso modo…
È schiavo della lussuria?
Proprio no.

