Vittorio Feltri

II SIMPATICO

La prima volta che ho visto il viso di Vittorio Feltri risale all’aprile 1996, la sera in cui Romando Prodi, capeggiando quell’armata Brancaleone che fu l’Ulivo, sconfisse, con la sua faccia finto bonaria, da vero democristiano quindi, la potenza di fuoco di Re Silvio II.

Avevo 16 anni, capivo poco o nulla di politica, ma i giornali mi piacevano già tanto. Ricordo che verso le 23, ad urne chiuse da poco, Bruno Vespa, fregandosi come al solito le mani, si collegò con Feltri, già pronto e spigliato dalla stanza del Giornale, stanza che un tempo fu di Montanelli. Come sempre, e lo ricordo bene, vestiva abiti eleganti, stoffa pregiata, alta sartoria napoletana. Il suo viso, confessiamolo subito, mi risultò indigesto, una sorta di antipatia epidermica.

Gli exit-poll davano il centro-sinistra in vantaggio, seppur di pochi punti percentuali. Il Professore, dal suo quartiere generale, predicava calma, ma il suo ghigno diceva ben altro. Dinanzi alle scene di giubilo della sinistra, Feltri emise una sentenza che sapeva tanto di inappellabile: Prodi durerà poco.

La vittoria del Professore, probabilmente, gli tornava utile. Da rompiscatole qual è sempre stato, portare la barca del Giornale su rotte agitate e movimentate, gli faceva gioco, ma …